Brindisi 2012
Pubblicato da daniela bianchi in i racconti della motoretta il 19 maggio 2012
Io nun ce lo so se so’ fatti de mafia, servizi deviati, terrorismo o l’anarchici…fatto sta che pare quasi che lo stavamo aspetta’ sto momento.
‘Na bomba a orologeria, avevano sentenziato i tuttologi…er sistema sociale nun po’ più regge, è solo questione de’ tempo.
Che pare quasi ‘n’eresia in un paese che de te tempo ‘n’ha sprecato tanto.
Eppure è successo. Du’ bombole… e puffete…E nun è che cambia se è mafia o stragismo…vordì soltanto che avemo fatto passa’ quarant’anni a vòto. Avemo creduto che dopo li jeans a ‘zampa d’elefante, li capelli cotonati, le giuliette, le piazze, li treni, li ponti, le strade e li tralicci ‘sto paese se fosse rifatto ‘na verginità.
E così avemo passato li primi vent’anni a cavalca’ l’onda delle superpotenze co’ un debito pubblico che cresceva più veloce della luce e li secondi a fasse cojona’ dar potere della mistificazione. Tutti chiusi dentro la casa der grande fratello. Poi ‘na mattina se semo accorti ch’era tutto un firm. E se ne semo usciti co’ le ossa rotte, quanno ormai nun ce stava più niente da ‘fa.
Dice che so’ arrivati i tecnici. Ma manco questi c’hanno la ricetta. Li stessi che girano per Davos, di summit in summit, che ritireno fori le grandi opere, er Cipe, li fondi, che dicono che l’Italia riparte dar Mose, dalle strade, dai ponti…(poi dice l’arte der riciclo)…che alla bisogna so’ stati pure parte in causa de’ sta crisi che è tutta finanziaria e che a daje la cura a loro me pare de’ sta a regime omeopatico…Ma soprattutto, manco questi se possono sottrare alla logica che quanno il potere mostra la sua fragilità il modo più veloce de’ riposizionallo è passa’ dalle stragi…
Dice ch però se potemo riconsola’ co’ quelli che c’hanno er coraggio de’ denuncià in televisione, de’ imbasticce un movimento politico, de fa’ crolla’ ‘na repubblica (che poi prima seconda o terza non fa differenza, tanto le facce e le proposte so’ sempre le stesse).
Ma l’unica cosa che resta è che er sistema sociale è saltato, ‘so saltati i fondamentali. Nell’epoca della connessione pervasiva avemo creato certi solchi e certi divari che manco la faglia de S’Andrea e non parlo solo de povertà, de imprese che chiudono facendo collassare il vero tessuto produttivo del paese…me riferisco a ‘na promessa de felicità che avemo delegato per troppo tempo ad altri da noi stessi…l’unica cosa che trovo la forza de di’, oggi, facennome largo tra le frasi de’ rito e facce poco credibili, è che se serviva ‘na pizza in faccia pe’ svejacce, è arrivata….
E allora vale la pena riparti’ da qui per riprennece quello che è nostro: la capacità de ‘na visione, la responsabilità de attualla, la coerenza de perseguirla… e soprattutto la possibilità de torna’ a sogna’ il domani…
Nun fosse altro che pe’ rende omaggio a chi oggi quella possibilità de sogna’ l’ha lasciata sotto il fumo de’ ‘n’attentato.
Passeranno anche ‘stavorta 30 anni pe’ di’ che un ce staranno responsabili…?
Poi dice che nun è un paese pe’ giovani … ma questa è l’unica verità che nun je potemo da’ pe’ vinta…
Congedateci pure…di solito torniamo
Pubblicato da daniela bianchi in fare welfare, vista sul punto, vogliamo anche le rose il 25 marzo 2012
E’ finita venerdì! E tutti quelli che mi chiedevano:
Ma quanto dura?
alla risposta 5 mesi mi guardavano come a dire eh beata te, tutta vita, cinque mesi a casa a stipendio pieno a far niente.
Poi ci sono stati anche quelli che hanno pensato che, standomene in panciolle per cinque mesi, tutti i carichi dovessero essere di fatto sulle mie spalle.
Lo chiamano Congedo: Congedo di maternità. Art. 3 Legge 53. Articoli 16 e 20. Testo Unico. E già quel termine rende l’idea di un commiato, più o meno definitivo, da uno status quo ancor prima che dal lavoro.
Quel che sono stati questi cinque mesi è affar mio, quel che io sarò al mio rientro nella vita lavorativa sarà tutto da scoprire. Ho maturato un’unica consapevolezza, i tempi di conciliazione vita lavoro non è roba sulla quale possono continuare a legiferare uomini, né tantomeno ministri donne che, nello scrivere una riforma del lavoro, non trovano di meglio che inserire la Paternità obbligatoria introducendo«qualche giornata obbligatoria per sfatare il mito che la maternità sia solo una questione di donne per i congedi di lavoro».
La maternità non è materia da riserva indiana che riguarda solo le donne, non attiene solo ad una presunta sfera di legittimazione di azioni che impattano nella sfera sociale lavorativa, la maternità è una risorsa per l’intero stato sociale. Fuori dal cliché del mulino bianco, è una risorsa per il dinamismo che imprime al corso dei cambiamenti, per l’energia che mette in circolo, per il cambio di prospettiva al quale obbliga.
Peccato che questa società abbia finito con il dimenticare questa dimensione, pertanto oggi si “è” quel che si lavora e non quel che si può dare in termini di contributo sociale con il solo proprio “essere”, da qui carriere e potere come binomio indissolubile nel quale le aziende trovano terreno fertile per atteggiamenti di pressione e lo sa bene, al di là delle lettere di dimissioni in bianco, chi come me si è vista rivolgere domande scomode in occasione di attribuzione di incarichi di responsabilità.
Peccato che questa società vada così di corsa da non avere più tempo di aspettare quel periodo di assestamento che segue ad un evento così imponente. E questo riguarda tutte le donne, indipendentemente da ruoli, percorsi lavorativi ed altro.
E allora al di là di tutte le chiacchiere da convegno io credo che il work life balance non debba più essere confinato nel welfare state, ma debba diventare materia di studio fin dalle scuole, per educare ad una condivisione di responsabilità e consapevolezza, per crescere uomini (nel senso specifico di genere) in grado di guardare a tutto tondo una società nel suo divenire e non solo nel suo lavorare.
Mi scrive una persona che amo: In bocca al lupo per domani. Fatti forza e vatti a riprendere quello che sei…
Andrò…con la forza che ci appartiene e che ritroviamo non appena usciamo dal limbo in cui il nuovo stato ci ha piombato, e non solo per riprendere ciò che sono, ma per guardare con occhi nuovi ciò che sono stata, consapevole di portare qualcosa in più …
Oste com’è il vino?
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, peccati D gola il 21 gennaio 2012
Crudo d’oca, senape di Dijon e cubetti di mela mantecati nella maggiorana. E già qui avrei dovuto capire…
Ma vi sembra equilibrato che una che chiami il proprio blog Oca Sapiens, si ritrovi a sbocconcellare con non chalance, e pure con un certo gusto, un crudo d’oca?
Ecco. Equillibrio. Credo sia questa la chiave di lettura dei grandi piatti e dei grandi ristoranti (come di ogni grandezza che si rispetti, in genere).
Credo, perché io non c’entro nulla con questa faccenda di gourmet, gourmand, gente di palato fino e cibo in continuo equilibrio di gusto, sapori, chimica e alternanze.
Io perlopiù a tavola, mangio, chiacchiero, condivido, financo penso. Poi però certo, se mi si dice che quello in cui stiamo mangiando è uno dei locali di tendenza della nuova Cucina romana…allora beh…scatta la curiosità e la mia vena di guitta cantastorie …
Sia ben chiaro, Luciano Monosilio ci ha stupito con effetti speciali.
Grissini caldi e lardo di Pata Negra con gocce di mosto cotto, da assaporare a papille distese. Polpetta di bollito di manzo e gel di Porto. Petto di pollo di Bresse (che poi sarà stato veramente di Bresse?…quella virata in corsa alla domanda: ma dove lo hai trovato il pollo di Bresse? …un impercettibile momento di di dubbio del ristoratore e poi la ripresa da piacione “ma non conta che sia di Bresse, l’importante è il modo di trattarlo”…), maionese al limone e frullato di ostrica. Tortellini di agnello sfilettato a mano, con menta e panna al pecorino. Spaghetto mantecato di mare. Piccione e crema di bietole. Gianduia al sale e zucchero scoppiettante, nocciola, crema di pistacchi e caffe’ amaro.
Mi si è fatto notare che il filo portante fosse il carattere dolce di questi piatti, a me ha colpito invece l’assenza di varianza cromatica. Una primavera in attesa di scoppiare estate. Il bianco latte, predominante su tutto. E non solo in cucina. Soprattutto fuori dalla cucina. Come quel pezzo di carta che arriva sul tavolo alla fine. Come il candore di una semplicità che vuole evocare raffinatezza. Ma la raffinatezza è fatta di particolari, non solo di ingredienti e chef stupefacenti, la raffinatezza mescola e reinventa, non sovrappone strati disomogeni tra loro. La raffinatezza è fatta di contrasti, di carattere determinati e non di (auto)compiacenza reiterata (oste com’è il vino? bono!). Ci penso mentre a tradimento scoppio tra i denti un granello di pepe, nascosto chissà dove nella crema di patate in due colori, uovo al the lapsang e nocciole, ed è lì che il guizzo prende forma, formulando in un lampo la domanda che la lingua non è disposta a tacere…
Scusa la domanda da neofita, ma quanto sono i ristoranti che hanno vinto la propria scommessa nonostante la differenza tra ristoratore e chef?
Wasabi (metti una sera al Glass)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, peccati D gola il 19 gennaio 2012
Stai attenta, se non hai mai assaggiato il wasabi potresti non gradirlo, perché ha un gusto strano.
Mi arrivano queste parole mentre sgranocchio carta musica ai semi di finocchio, sbocconcello e guardo dritto negli occhi il mio commensale. A quel punto ho inclinato lentamente la forchetta nel piatto, ne ho tirato su giusto la quantità necessaria ad intingerne la punta di verde e l’ho portata alle labbra.
E’ difficile descriverne il sapore, di certo non ha nulla a che vedere con quell’avvertenza che ne aveva preceduto l’assaggio, anzi. Arriva dritto al palato e lo pervade quasi a preparare l’anfratto.
Avete presente quando si prepara il forno a legna per la cottura del pane? Quando cioè il forno deve essere bianco fin sopra la volta perché sta ad indicare che il punto del fuoco è quello giusto per non bruciare il pane? Ecco, il wasabi prepara il palato all’ingresso della tartare allo stesso modo, con la stessa possente delicatezza, spingendo quel pizzico di bruciore non sulla lingua, ma dritto fino al palato, raffinatezza per dichiarare guerra a tutti gli altri sapori avvolgendoli e facendoli propri.
Ma saranno gli spaghetti cotti nell’acqua dei peperoni e serviti con le acciughe a decretare l’apice del piacere. Con quel sapore pastoso che avviluppa i sensi del gusto e dell’olfatto come in un abbraccio, il sapore dell’alice a stemperare il dolce del peperone e in un attimo è mare, stanze ombreggiate da tende di lino ricamate a mano, che ondeggiano nel riposo post prandiale di un assolato pomeriggio estivo, corpi e sensi come all’erta e in attesa della frescura per tornare a vibrare.
Poi dice i contrasti. In questo percorso degustazione c’è guizzo, un sano pizzico di anarchia, che sposa innovazione e creatività con sapere, c’è comprensione, c’è passione, c’è tenerezza, c’è arrendevolezza, né sovrastrutture, né autoreferenzialità, nudi alla meta, il tutto avvolto in fine lingotto di cioccolato fondente, polvere d’argento, frutto della passione e biscotto morbido al Grand Marnier con polvere di caramello salato, come a riempire con tante biglie colorate e rumorose una stanza silenziosa.
“Mangiare bere uomo donna. Cibo e sesso. Desideri fondamentali dell’uomo. Non se ne può fare a meno, ma è tutto qui? Questa me la chiami vita tu?”
(accade al Glass il 14 dicembre 2011)
Madre..ode al
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 15 gennaio 2012
La prima volta che varcai quel portone fu per una mostra. Conoscevo il suo nome, ne avevo letto meraviglie. Un Museo d’Arte dicevano.
Ricordo ancora quel pomeriggio. La metropolitana mi buttò fuori in un pomeriggio di carnevale, due scugnizzi penzolavano lì attorno e mi presero a bersaglio con delle uova. Era di martedì grasso e si sa…a carnevale ogni sherzo vale. E quel giorno poi…Una risata argentina e una mano tra i capelli, al chioschetto un fazzoletto bagnato d’acqua per togliere filamenti bianchi e poi a passo allegro verso l’ingresso.
Fu amore a prima vista.
Io non sto qui a dirvi che varcare il portone del Madre la prima volta è come sentire un tonfo dentro.O che le linee pulite e le vie di fuga che le finestre offrono fanno perdere l’occhio in un continuo rimando tra luoghi così distanti. Il dentro e il fuori e non capisci cosa contenga cosa. O che il meglio dell’arte contemporanea trova casa in quelle sale. E il senso ampio di un respiro che va oltre il definito e il delimitato e ti chiedi come tutto ciò possa accadere nell’aggrovigliarsi di vicoli, strade e piazze che soffocano in un cliché le mille risorse di una città e ti chiedi se questo stesso posto non possa chiamarsi speranza.
Fu la distesa dei corpi di Gormley. Furono gli scudi di Mimmo Paladino. Le tele di Clementi. Le installazioni di Jannis Kounellis.
Il cortile e la luce e il silenzio. A due passi dal tesoro di San Gennaro, dai vicoli del presepe, dagli odori di Napoli, quella vera, quella che ti taglia in due il cuore e che ti prende a morsi l’anima.
Ci sono logiche che sfuggono alle letture dell’istinto. Non capisco come Napoli possa lasciare che un posto così chiuda. Non so cosa sia il Madre per Napoli, so però cosa il Madre è per me. E’ un luogo dell’anima. E una città, mai, dovrebbe privare qualcuno di un luogo dell’anima.
…ne scrissi di questa città …ne scrissi racontandone gli odori e i sapori e i colori. Una poltiglia che mescola insieme sangue e sugo di pomodoro, zolfo e polvere, azzurro e nero… morte e rinascita.
Dice che er nero sfina (ovvero: i racconti della motoretta)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, i racconti della motoretta il 9 gennaio 2012
Aò che ve devo da dì? Er nero va de moda.
Cià sempe avuto un suo perché, che non ve le ricordate le passerelle de li stilisti de grido? E l’intellettuale francesi? Sì daje, l’esistenzialisti, quelli che cantavano de dolori immensi, de crisi de pensiero, maglione nero a collo alto, sguardo intenso perso oltre i confini della vita. E la sigaretta all’angolo della bocca. Immancabile.
Poi, si proprio volemo annà indietro co’ la memoria, ce ‘sta pure la borsa nera…no chai capito, nun è l’ultima Kelly riedizione Hermes, me riferisco a quella che ciannavi co’ i bollini pe’ compra de straforo beni de lusso, ma anche de prima necessità.
Poi ce stava pure l’omo nero, quello che serviva pe’ spaventa li regazzzini quanno che la sera nun volevano dormi’. Un po’ come quelli d’Equitalia che l’artro giorno so’ annati a Cortina…ao’ adavede che sveja..400% de scontrini in più in un giorno, machine de lusso intestate a società fantasma…insomma, ‘na manica de imbrojoni.
Imbrojoni sì. Perché tanto a nascondesse dietro le parole nun serve a niente, specie a ‘sto paese andò li furbi c’hanno sempre avuto la pacca sulla spalla e riconoscimento de grande fantasia (che nun ve lo ricordate lo sgabelletto de Poggiolini?).
Imbrojà er prossimo e er paese, questo fanno tutti quelli che se credeno furbi alle spalle dell’altri. Nun è moralismo, è solo questione de sopravvivenza…specie se se tratta de sopravvive anche alle cazzate della Santanché… Dice che er nero sfina. Sì, è proprio vero…basta vede’ li conti pubblici…
#nonèilpaesechesognavo
l’uragano non urla in pentametri (ovvero lessi libri e poi ne scrissi)
Pubblicato da daniela bianchi in lessi libri e poi ne scrissi il 28 novembre 2011
Sullo schermo sgocciola la nostra vita, la mia e la vostra. Misuro a volte quando entrate, quanto ci state, dipende se ho da fare, se ne ho voglia, se mi diverte[...]
Io conosco un mucchio di gente fatta di frasi. E’ quella con cui mi trovo meglio alla fin fine. Vive dove il signor nessuno e il signor tutto valgono quel che dicono e come riescono a dirlo[…]
Scriveva così un mio amico, a proposito di rete virtuale, social network, blog e chi più ne ha più ne metta.
A questo pensavo mentre questa notte ho ripreso in mano il saggio di Adriana Cavarero, che ad un certo punto cita quel racconto di Calvino in cui si narra di un re inchiodato al suo trono, in continuo ascolto dei suoi sottoposti; i quali, ben consci di muoversi in un fantastico palazzo a forma di orecchio, fanno discorsi orientati al massimo conformismo, laddove anche gli spazi sono costituiti da chiocciole, timpani e labirinti; un giorno il re sente entrare dalla finestra una voce che canta; ne rimane incantato, e non per l’aspetto semantico, piuttosto per l’aspetto vocalico. E’ tentato di duettare ma alla prova pratica si rivela, afasico, muto. La voce, capace di svelare la reale identità di chi parla, non trova più modo di esprimersi, di esprimere il chi è.
Questo solo per dire che quello che sgocciola su questi schermi forse non è la nostra vita; come si fa a dire con certezza che valiamo per ciò che diciamo e per come lo diciamo, solo rappresentandoci con un segno?
Perché come la giri la giri, [..si mostra e si conosce la parte che s'è deciso d'esporre…] ,nella parola scritta ciò che prevale è il segno e il segno per dirla con Deridda, non può dire l’evento, ma tutt’ al più “ciò che resta del fuoco”; la potenza del segno è la sua stessa impotenza, il segno è condannato a dire altri segni indefinitamente, in un gioco di rimandi, percezioni, sensazioni, emozioni. Ma se mi interessa il fuoco, se mi interessa l’evento allora ho bisogno che la voce sia. E non solo come un mostrare quella marcatura o quel timbro ma anche come un sentire, nel senso patico del termine.
Ecco dunque, la voce, la sua corporeità, fa di ciascuno di noi un esistere unico, incarnato, irripetibile, ed è quella che unica ci espone, sia se la usiamo per lamentarci, che per parlare di tette, per commentare l’ultimo goal o l’ultima conferenza sulla ciclicità delle stagioni amorfe, o per discettare sul libro postumo dello scrittore affranto; puoi sceglierla, setacciarla, filtrarla, accenderla e spegnerla , ma come mi ricordava un po’ di tempo fa un anonimo frequentatore di questo blog, citando Manganelli, “la voce è la sola custode della purezza dei concetti”.
da Leopolda ad Hogwarts…storie di rottamatori e dissennatori
Pubblicato da daniela bianchi in i racconti della motoretta, vista sul punto il 31 ottobre 2011
Chiariamo subito che se non conoscete la saga del maghetto più famoso del mondo sarà difficle cogliere il senso della metafora. Ma tanto per fare un po’ il bignami della situazione, sappiate che i dissennatori sono personaggi strani che vanno in giro con un mantello nero per infliggere alla vittima il Bacio del Dissennatore con le loro mostruose fauci. Il “bacio” risucchia l’anima direttamente dalla bocca, strappando ogni pensiero felice, svuotando le persone di ogni pensiero gioioso fino a farle impazzire dalla disperazione. La caratteristica più pericolosa è data dal fatto che queste creature sono incapaci di discernere tra colpevoli e innocenti. I dissennatori sono classificati come XXXX e possono essere sconfitti solo tramite un incantesimo: il cosiddetto “Incanto Patronus” o, in formula, Expecto patronum.
Detto ciò, ripensavo a loro mentre mente scrivevo un commento su FB, dalle parti della Consigliera Anna Maria Tedeschi e ascoltavo ‘sta faccenda della Leopolda, di rottamatori, buoni propositi e gli ormai imprescindibili 10 punti che dovrebbero fare la differenza (manco fossimo ancora alla raccolta premi della Mira Lanza…e voi più giovani questa andatevela cercare).
Pensavo che un rottamatore che agita gli animi, non può limitarsi solo a rottamare, deve essere veramente in grado di fare la differenza e di farla in fretta, altrimenti sarà come aver risucchiato in un colpo solo tutta la speranza che è rimasta – e non è molta – e la sua responsabilità non sarà solo politica nei confronti di un partito e di una coalizione, ma anche morale nei confronti di tutti coloro che un cambio di rotta lo chiedono a gran voce perché questa nazione è ormai allo stremo.
E ascoltando il buon Matteo, mi dico che avere voglia di cambiare le cose e la forza per farlo non è una questione generazionale, di questo me ne faccio sempre più convinta, è sopratutto questione di persone…(tanto per raccontarvi un po’ di affari miei, sabato scorso mi ha emozionato la riflessione di un assessore comunale – in prossimità di lasciare l’incarico in ticket con un consigliere più giovane – il quale durante un incontro, ha lasciato ai “giovani”amministratori del tavolo una pillola di saggezza nel sottolineare la necessità di non sottrarsi al confronto più ampio su sfide più “alte” più “visionarie”, nonostante le urgenze del contingente premano alla porta…in maniera pacata quasi un invito a lasciare un po’ da parte l’arroganza che tutti ci ha contaddistinto quando avevamo 20/30 anni).
Ora è la volta della Leopolda e di Renzi e mi rendo conto che siamo schiavi della nostra storia, delle effigi predittive che ci hanno condannato a un ruolo ed un cliché, basta fare un giro dalle parti dell’Eur e leggere quello che c’è scritto sul Palazzo delle Esposizioni per scoprire che il nostro è sempre stato il paese dei grandi proclami (siamo o no il paese dei Poeti?!?).
Così come è sempre stato il paese dei Masaniello di turno (vedi alla voce Santi ed Eroi). E anche questa faccenda della rottamazione ci appartiene (basta fare un giro per le strade il mattino dopo capodanno…).
Ma mai come ora, invece, più che di rottamare (peraltro senza incentivi), c’è bisogno dell’operosità laboriosa di uomini e donne (giovani e non) che in maniera Umile e Certosina si diano da fare, perché credo che anche il tempo delle proposte sia finito …bisogna andare oltre e finalmente Scegliere, Decidere e Lavorare, tutti insieme, per il Bene Comune..
E quando non sentiremo più proclami vorrà dire che ce l’avremo finalmente fatta, perché chi fà, in genere, ha poco tempo per parlare a vuoto…
…ma questo è anche il paese delle mandrakate… e visto mai che arriverà un Expecto Patronum a salvarci! …in attesa non ci resta che riabbassare la testa e tornare al lavoro, buona settimana
p.s.
Utile per far passare l’effetto della presenza dei dissennatori e in parte anche per rinsavire, pare sia mangiare del cioccolato … così per dire…
Voc d chiez Trivl d cas (Barletta -China solo andata)
Pubblicato da daniela bianchi in i racconti della motoretta, vista sul punto, vogliamo anche le rose il 5 ottobre 2011
(Voce di piazza silenzio in casa)
…In fondo c’è poco da dire, a chi vuoi che freghi di Barletta e di tutte le Barltte d’Italia!!! ‘Ste 5 poracce mica hanno fatto su è giù da Palazzo! Mica stanno al centro di un thriller che ci fai su almeno tutta la programmazione 2011/2012 di porta a porta e quarto grado!
Che poi, di quarto, almeno una volta c’era lo Stato e non si capisce se è a Pelizza da Volpedo che je so’ finiti i colori o se è a noi che c’è passata la voglia di lamentarci e far valere i nostri diritti.
Ago e filo, taglia e cuci e quelle atmosfere da bottega anni ’50 prima, molto prima, della formazione ad ore , quella che arricchisce solo i formatori, che fa numero per le statistiche sbandierate ai quattro venti come l’ abituccio della festa liso e consunto e che alla fine del corso ti regala dispense per inventarti un work project.
Con 3,95 l’ora, invece, puoi comprargli l’ultimo ben10 o comparti l’orlo di un corredo e perché no, pure il fimino con il montaggio da rivedere milioni di volte, perché è il tuo sogno e non ti annoierà mai e che importa se le rughe avanzano se il cd schricchiola se il cliché di un sud polveroso e inoperoso continuerà sempre a riempire pagine e pagine di ricette sui mali italici e sulla loro soluzione.
Dice che guadagnavano 3,95 l’ora, a nero. Dice che lavoravano fino a 14 ore al giorno. Dice che tanto funziona così. Dice che la colpa è di chi non controlla, che quello era uno scantinato…ma certe cose accadono anche negli studi arredati con il design di ultima generazione, con un “padrone” che ti dice: in privato ci diamo del tu ma in pubblico mi raccomando ci tengo al lei e ti propone collaborazioni occasionali a 5 euro l’ora, scippandoti non tanto la manualità, ma la creatività ….Ed è a quel punto che il gioco è fatto, perché se a un ragazzo o ad una ragazza gli hai ammazzato le idee, mi dici che resta?
Perché questo è un Paese che ha perso i fondamentali. Perché questo Paese ha dimenticato che l’autorevolezza non è roba da schiavisti o da giochetti erotici di infimo livello, ma va a braccetto con il senso di responsabilità e con il suo perpetuo esercizio. Perché il Paese siamo noi e mi chiedo che cazzo stiamo aspettando!
E d’un tratto pensi che la Cina è qui…e forse non ce ne eravamo accorti…
Destini di polvere (Rigadon e del perché Céline sia stato creato da Dio per dare scandalo)
Pubblicato da daniela bianchi in lessi libri e poi ne scrissi il 9 agosto 2011
21 giorni è il tempo:
per un viaggio convulso in un paese distrutto,
per altro che a dirlo mi sembrerebbe di dar voce ad un lamento tedioso,
per muoversi come ratti tra le macerie di corpi e di anime che disperdono il tanfo nell’oblio quotidiano;
21 giorni è il tempo:
per ballare un’antica danza, il Rigodon, dove i ballerini compivano passi avanti e indietro per poi trovarsi sempre nello stesso posto;
21 giorni è il tempo:
per scandire i giorni con ritmi assenti, perché «ci sono mica solo che le sirene dei tetti, ci sono quelle del didentro, che non fanno alcun rumore, che ti tengono ben sveglio»…
21 giorni è il tempo della vita tra giravolte, fermate, zigzag..
“Accanto a me esiste niente! Solo che ciarlatani e farfuglioni… calcografi grotteschi, blatte purulente”..l’ultimo incontro di Céline..
dalla mia libreria anobii
Eva con(tro) Eva
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, lessi libri e poi ne scrissi, vogliamo anche le rose il 3 agosto 2011
Ho riletto un libro. L’evoluzione di Jane. Parla di amicizie al femminile, una storia che si perde tra le Galàpagos, i fringuelli di Darwin e strane teorie.
Amicizie al femminile.
A me non piacciono le accezioni di genere, ancor meno se si parla di amicizia, ‘ché già diffido di questa parola così puttana e ruffiana, figuriamoci poi se devo anche declinarla…”amicizie femminili”. .. (e comunque anche Darwin rifletteva sulle possibili ragioni dell’esistenza dei sessi. Vale a dire: a cosa servono? Sarebbe molto pù utile se non esistessero…Nulla probabilmente esiste per una sola causa…)
Se devo caratterizzare le amicizie le distinguo tra silenti e quelle ciù ciù ciù…quelle cioè fatte di fiumi di parole, dirsi, raccontarsi…Anche se a dire il vero ho sempre diffidato delle amicizie ciù ciù ciù…maschili o femminili che siano state e la mia storia personale mi ha sempre dato ragione.
Quando lessi il libro per la prima volta, Cristina si era appena eclissata senza una parola, dopo mesi di lettere, confidenze, dissidi. La sua frustrazione d’avvocato al seguito di un Illuminato Professore che, come è d’uso in questi casi, la sfruttava senza vergogna, la sua separazione coniugale, le sue premure… (chissà perché tutti hanno premura quando sono sull’orlo del collasso…) .
L’ho riletto in questi giorni. Volutamente. Visto che accade di nuovo che qualcuno si eclissi. Ma è anche vero che ciò che io chiamo eclissi, in realtà è evoluzione e per rimanere in tema con il libro, dice che proprio il ciù ciù ciù sia stato fondamentale per i fringuelli, studiati da Darwin, per la loro sopravvivenza ed evoluzione…ed io sono felice quando le cose evolvono e non rimangono statiche…soprattutto se statiche ha a che fare con il dolore.
Quanto a me, tanto per restare in tema, mi sento come un organismo residuo…di quelli cioè le cui caratteristiche, un tempo utili ad una specie, si vanno via via dissolvendo a causa del ridotto utilizzo o cambiano funzione o addirittura scompaiono..
Non mi sconvolge più di tanto quando tutto questo accade, ho il mio “cappotto lacero” di céliniana memoria e scorza abbastanza dura per riconoscere l’egoismo e l’utilitarismo come matrici essenziali ai sentimenti, anche i più nobili…ma dico, almeno una cartolina quando tornate a sorridere…potete mandarla no ?!?
Sì, ma quale sarà la Storia vera?
Pubblicato da daniela bianchi in i racconti della motoretta, lessi libri e poi ne scrissi il 1 agosto 2011
Ho comprato pochi giorni fa un libro di ricette libertarie (dice che se uso l’aggettivo anarchiche qualcuno potrebbe adombrarsi e allora, come d’uopo in questi casi, agisco con circospezione e uso un sinonimo).
Dice: “e mo’ che c’entra un libro di ricette libertarie con il libro di Gianluca Wood Pucci, I ragazzi dell’ala A?”
Niente. Solo che ad un certo punto scatta il clik ed entri in un loop mentale per il quale ti sembra, che tutto ciò che sia atto allo scopo di raggiungere un, seppur lontano, barlume di coscienza debba essere tuo.
E la causa è la Rivoluzione.
Perché dai, diciamocela tutta, chi mai almeno per una volta non ha sognato di farla davvero una sua Rivoluzione? Che fosse un sogno romantico o l’atto patemico di una sfida civile, c’è stato sicuramente un momento in cui ciascuno di noi avrebbe voluto cambiare il corso delle cose.
E’ per questo che ho letto il libro di GWP. Con la speranza di trovarvi tracce. E vi ho trovato la storia. Per atto di giustizia, forse, dovrei chiamarla Storia. Ma non voglio cadere nel tranello delle definizioni, ci sarà sempre una (s)toria la cui iniziale sarà resa maiuscola o minuscola a seconda della voce che la racconterà. Ciò che resta è il sapore amaro della consapevolezza, che le rivoluzioni si giocano comunque sulla pelle di qualcuno, che Qualcuno giocherà sempre sulla pelle dei rivoluzionari e che il rischio più grande è finire prigionieri di un cliché.
Grazie a GWP per averci almeno evitato il pathos e l’afflato dell’antieroe, il cliché dei seventiees come fenomeno di moda e per averci lasciato solo i fatti… nudi e crudi?…ai posteri l’ardua sentenza.
p.s.
a proposito… il titolo di questo commento l’ho rubato al famoso libro di ricette, pag 60 una magnifica ricetta della coda alla vaccinara…
pubblicato su anobii
Terroristi per caso
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 27 luglio 2011
Il brigatista rosso che spara alla nuca è un folle o un criminale politico? L’attentatore fascista che mette una bomba su un treno è un folle o un criminale politico? I jihadisti che hanno abbattuto le Due Torri sono folli o criminali politici? Nessuno ha mai avuto dubbi in proposito: si tratta di crimini politici, con movente politico e scopo politico. E dunque non si capisce proprio, leggendo molti dei commenti alla strage norvegese, perché mai la mattanza di quasi cento ragazzi di sinistra per mano di uno schifoso fanatico di destra non debba essere inquadrato nella sua piena, ovvia natura di delitto politico, maturato nella cultura razzista del suprematismo bianco, delle “radici cristiane” brandite come arma letale, dell’odio furente contro l’Europa della tolleranza, dell’integrazione, della democrazia.
Se non capiamo questo, e trattiamo l’orrido Breivik come un paranoico “a caso”, un incidente psichiatrico dalle conseguenze inaudite, allora non capiamo la profondità e la gravità della rottura culturale, politica, umana tra la destra estrema e la società aperta, che cerca un faticoso ordine amministrando il disordine vitale dell’immigrazione e della globalizzazione. Hitler era un pazzo? Certo, era anche un pazzo. Ma la pazzia che arriva al governo, e scatena la guerra globale e organizza lo sterminio, è politica allo stato puro. E si combatte con la politica.
Michele Serra (“L’amaca”, 26 luglio 2011)
“Io cambio l’Italia” … magari ritenta, sarai più fortunato
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, i racconti della motoretta il 22 luglio 2011
Dice:
“Io cambio l’Italia!”
Dico:
“Ma chi ? Tu che so’ tanti de quell’anni che stai a revisiona’ la storia che la Motorizzazione te’ vole da’ l’appalto in convenzione. Oppure tu che nun se capisce che hai fatto, a parte de esse sindaco durante il Giubileo…ma se sa, con i santi se va in paradiso e con api se vola (diceva la pubblicità). E poi tu, che dici tutto e er contrario de tutto, che pe’ guardasse le spalle da te non bastano li specchi de Versailles…”
Dice che una rondine non fa primavera..
Dico che tre merluzzi non fanno una balena!
God save the (drag) queen…ma anche no
Pubblicato da daniela bianchi in i racconti della motoretta il 11 giugno 2011
Me pare de sentivve mentre me dite che so’ sempre la solita, che vado contro per principio, che so’ n’ataccabrighe…ma oggi a Roma me pare de sta al carnevale de Viareggio…dice è per i dritti dell’omosessuali …ecco e io non capisco proprio che c’entrino li dritti co’ ste performances che a chiamalle così pare pure che je se po’ riconosce un che d’estetico e d’estatico, ma scusateme tanto a me sembrano tutte fregnacce, un modo pe’ rinchiudesse dentro a ‘n recinto come n’antr o.
E famola finita co’ ‘sta storia del politically correct per cui tutti se devono senti’ in dovere de di’ che so’ tolleranti, n’omo e na donna se rispettano per quello che sono mica per come scopano…e nun se po’ sentì la presidente della regione, tutta compresa nel suo ruolo a dichiara’ che presto nascerà una libreria per omosessuali…che vordì? che me significa? cioè come a dì che la testa che legge è collegata direttamente all’attributo sessuale…e allora aspe’, allora so’ io che rivendico diritto di parità, perché mo’ me dovete trova’ l’equivalente de’ testa de cazzo sinnò nun vale…
Ecco, è solo che io non la vedo la necessità de tutta sta caciara, che ve devo dì so’ n’appassionata d’Almodovar, Agrado m’ha lasciato er segno co’ una delle frasi più incisive di quel bellissimo film che è stato Tutto su mia madre; Ozpetek ha sdoganato omosessualità maschile e femminile, tirando fori tutta la verità…e il peggio e il meglio di ciascuno di noi..tutto er resto è convenzione…e me dispiace dillo, ma pure voi oggi ve state a dimostra’ profondamente convenzionali, prigionieri de ‘n cliché…
Milano Napoli low cost
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 25 maggio 2011
Namo donne, tutto in svendita…ultimi 100 pezzi, chiamate subito! All’urtimi 5 pezzi so’ pure generosa!
Mica ve vorrete perde ‘st’occasione de fa nove tutte le cose? Taxi, ecopass, ministeri, riforme elettorali, tutto nel gran calderone dello stoccaggio facile…poi vabbe’ che c’entra, c’è un paese da manna’ avanti, la gente che s’encazza e mette a fero e foco ‘n comune, li poveri che giocano a rimpiattino, mentre l’ Istat cerca de contalli e Tremonti invece cerca de nasconneli…ma so’ dettajli
Insomma come al solito un gran teatrino. Quarcuno dice
è fatta, finalmente svortamo, stanno alla frutta,
io invece me preoccupo de chi raccojierà le briciole quanno che sparecchieremo ‘sta tavola imbandita, ‘ndo i banditi nun cianno colore. E tutti a inneggià ar grande cambiamento, all’omo novo che tutto er popolo aspetta co’ansia quasi messianica…l’ho già detto un sacco de vorte: Beato quer popolo che nun cià bisogno de eroi!
Er cambiamento…gran bella cosa er cambiamento! Quello vero, reale, sostanziale che da risposte alla gente comune, che come dice l’amico mio Mauro mai come adesso ce sarebbe bisogno de parla’ veramente de comunismo (che poi lui lo fa’ pe’ provocamme, perché io je dico sempre che certe distinzioni so’ superate ormai, che oggi la differenza la fa chi è credibile da chi non lo è, chi sceglie e decide da chi invece fa le solite pastette….). Ma ce sarà ‘sto cambiamento? Ce sarà veramente? No, perché pe’ cambialle le cose bisognerebbe cambià prima er modo de’ pensa’ e soprattutto ritrova’ un po’ de coraggio…O ce faremo prenne solo dall’entusiasmo facile aprendo , come si dice in questi casi, una stagione di lunghe riflessioni ? E poi, seconno voi, può un cambiamento vero passare solo dall’asse Milano Napoli, manco fosse ‘na tratta del frecciarossa!
Insomma, ve parrà strano, ma ciò l’ansia der dopo, che è un po’ come quanno che fai l’amore la prima vorta: in bilico tra l’ ansia da prestazione “‘so ‘stata brava, ma quanto so’ stata brava?”, la chiacchierata logorroica sui programmi futuri, mentre quello magari se gira dall’altra parte, o l’ accoccolasse e l’addormentasse … quanno che invece basterebbe semplicemente ‘sta’ in silenzio, assaporasse l’attimo e dopo l’orgasmo alzasse, rivestisse e co’ animo leggero ritorna’ all’aperto e finarmente traghettà ‘sto paese fori da ‘sto casino.
I (don’t) care! (ovvero di corpi, carcasse e sovrastrutture)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, i racconti della motoretta il 19 aprile 2011
Yes, we can…il sogno americano, ma neanche poi tanto a leggere le prime pagine dei giornali. In questi giorni anche lo Zio Sam trema. Ma poi è ché non ce la facciamo proprio a restare insensibili al fascino degli yankiees. E’ dai tempi di James Dean che corriamo dietro al bello e dannato di turno.
Marzia mi chiede un parere sui “corpi” e mi alza una palla che non posso non schiacciare. Di questi tempi poi! Siamo in overdose di culi tette labbra e seni, un esercito sguaiato che non conserva nulla del mistero guerriero delle amazzoni o di quello glorioso di una Vergine. E non c’è Madonna, né voce, né hit parade che tenga (è proprio il caso di dirlo…e che non vi sembri irriverente il paragone!). Kate Moss poi…. Dai, quel cliché che occhieggia dietro l’anello di fumo…naaaaaaa. Arrivo financo ad accantonare la sensualità virago di Helmut, a chiudere in un cassetto l’allegoria di La Chapelle… Non c’è corpo che tenga…
Ritorno a quel giorno di qualche tempo fa.
Sul referto c’ è scritto: il soggetto è da considerare borderline se supera la soglia dei 190 fino a 220 (che neanche più sull’autostrada è consentito), io arrivavo a 260; come al solito mi piace esagerare, ma questo lo sapete. Immagino quei cubetti di grasso galleggiare nel sangue ed ostruire le arterie. Li immagino, sai, i mie cubetti: giallognoli, oleosi, che girano a placche, lentamente, come i pezzi di ghiacciaio che si distaccano dalla calotta polare o, meglio ancora, come il brodo di pollo lasciato in frigorifero. E se ‘sto zitta un attimo, mi pare pure di sentire in lontananza il ruttare greve del cubetto satollo che a pancia all’aria si stiracchia all’ombra delle transaminasi.
Che ti devo rispondere Marzie’, il corpo ad un certo punto ci abbandona, fa come gli pare, risponde ad altre logiche. No, non parlo dell’involucro: il culo alto, le gambe sode, due belle tette, la tartaruga al posto di un ventre mollo…quelle sono stronzate.
Il corpo è quello che c’è sotto le fattezze esteriori, al di là dello strato di pelle, a partire dalle fasce di nervi e muscoli per arrivare all’insieme di organi, alla poltiglia di carne e budella che riempie la nostra carcassa; abbacinati da uno usguardo profondo, da uno sbattere di ciglia, da un pensiero ben articolato, da una parola forbita dimentichiamo che il corpo è sostanza.
Pensaci bene, è alla sostanza che si rimanda quando si dice: andare di corpo, prendere corpo, corpo del reato …
Omeostasi e battiti, scambi, sinapsi, questioni di simpatie e parasimpatie. Prendere corpo, materializzarsi in una so-stanza che è tangibile è il vero atto di coraggio. Eppoi mai come in questa settimana è di Corpo che dovremmo veramente parlare…
(l’immagine è tratta dalla Mostra: BODIES The exhibition qui)
“Se non ora quando ?!?” scusami tanto e allora ..”.Perché non Prima?” (ovvero: Io sto con la protesta, però…)
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto, vogliamo anche le rose il 13 febbraio 2011
Io voglio una rivoluzione di pancia.
Non queste manifestazioni finto progressiste, cotonate e laccate come per lo struscio del sabato pomeriggio.
Voglio una protesta con le palle. Di quelle che ci fanno scendere in piazza perché questo paese non ha una prospettiva, perché non è in grado di esprimere una decisione degna di futuro, un paese che si sta masturbando anche sulla opportunità d festeggiare una data storica quale l’ Unità d’Italia…e di fronte allo svilimento di un valore così importante per la traccia genetica di una Nazione, di quale altra coesione vogliamo parlare…
Io sono incazzata, ma incazzata nera, però oggi in piazza non ci vado. Vi rispetto voi tutte e voi tutti che cavalcherete l’onda, che sarete lì con le vostre felpine rosa. Vi rispetto e vi accompagnerò con il pensiero, ma non ci sarò.
Dove eravamo mentre il paese andava a puttane ( e non nel senso letterario del termine?).
Dove siamo mentre le fabbriche chiudono e gli operai si suicidano (succede ad Anagni a 60 km da Roma)?
E allora, io questo mio dissenso profondo non lo voglio regalare a nessuno, non voglio che diventi vessillo per i leaders di turno che non hanno avuto le palle di fare niente, di suggerire una strategia, di prendere delle decisioni. Sì decisioni, quelle cose per le quali si sceglie di stare da una parte o dall’altra, decisioni, non mezze frasi, ritirabili all’occasione. Già immagino le dichiarazioni di questa sera, i leaders a cavalcare l’onda…e a me non va di farmi rappresenatre da chi quotidianamente ha abdicato a farlo, perché forse lo abbiamo dimenticato, ma il mandato politico dei nostri eletti è pratica quotidina che deve essere esercitata costantemente, non solo nei salotti di Santoro o di Floris.
A me non piace vincere facile. E dell’animale morente ho già detto in più di un’occasione, per cui non mi va di manifestare oggi che il “nemico” non fa più paura…E non è sull’onda di un finto disgusto che voglio marciare. Ma che me ne frega a me di Ruby, Minetti e compagnia bella….Quel che valgo lo so da me, ogni giorno, e quando la certezza vacilla trova conforto negli esempi delle persone di valore che mi circondano. Persone, né uomini né donne, persone.
Una protesta rosa, legittimata dal consenso del maschio progressista, gli stessi poi che per la maggior parte, nei posti di lavoro e in compagnia, non disdegnano la battuta ammicante e sessista e che non si sono persi una puntata di questa telenovela: in nome di tutte le battaglie fatte e vinte, avrei sperato in qualcosa di più.
Come? Dici che è contro il ciarpame generale che si fa ‘sta manifestazione? E allora se è di ciarpame che si tratta, spiegami, perchè non prima?
(ah…dimenticavo…in genere alla domanda “Se non ora quando?” segue la domanda “Se non Io chi?”…e mi appello con forza alla soggettivazione di una protesta che è pratica quotidiana, reale e faticosa )
Fine vita mai! (ovvero: I racconti della Motoretta)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 3 febbraio 2011
Tutta colpa der federalismo!!!
E mo’ staccamo ‘sta spina!
No annamo avanti lo stesso”
Nun me ne vojano i puri de animo e i sofisti der pensiero, ma ‘sta storia dell’animale morente (che neanche Roth avrebbe potuto immagina’ in tutta la sua possenza) e di chi debba stacca’ la spina e se sia necessario fallo oppure no, me ricorda tanto quell’altra de’ storia, si daje quella de quella ragazza e de quell’altro, che stavano in condizioni pietose e tutto un parla’ se era lecito o no, staccaje la spina pe’ daje la grazia della vita eterna o se invece tenelli attaccati a un tubo pe’ pote’ di’so vivi.
V’ avevo avvertito, paragoni impossibili e che possono fa’ prude er buon senso.
Ma oggi che ‘sta faccenda der federalismo cha ha pareggiato 15 a 15 e de Bossi che dovrebbe stacca’ la spina , me fa torna’ in mente ‘sta faccenda de li stati vegetativi.
A ‘sto paese le cose vanno così quando se tratta de scrive la parola fine. Mo io nun vojo sta qui a sindaca’ su quello che è giusto e che è sbajato in fatto de vita – se c’è un diritto della persona o un diritto della vita – ce scrissi quattro righe l’anno scorso in proposito e nun ce vojo ritorna’.
Ma sur fatto che stamo a vegeta’ come quattro cojoni in croce me pare ovvio, e guarda che non è ‘na questione de destra o de sinistra. Chi vince governa, è la democrazia. Ma “governa”, appunto, e invece qui se stamo a pija’ per culo tutti quanti. Governa’ significa aveccela ‘na visione strategica, er senso preciso de dove dovemo anna’ e delle strade che tocca trova’ per arrivacce.
Invece mo’quello che conta è er potere pe’ er potere, privileggi de cui nun se po’ più fa in meno, chi se’ porta a casa du’ fiction e ‘na direzione de’ en teatro, chi sciaqquetta tra comunicati e comparsate televisive, mentre a noi ce lasciano co’ l’urtimi video de youtubbe che stanno a fa’ la parodia de quello che succede a li vertici de sto sistema ingrato. Roba che semo riusciti a fa’ parla tutti e nun solo li comici de’ rito, perché signora mia, quanno pure uno come Rocco Siffredi se permette de’ cavalca’ l’onda dicendo la sua sur presidente der consijo allora vordì che avemo perso li fondamentali. E’ come di’ che avemo sostituito Pasquino in cambio de’ n cxxx.
Io me’ so’ stufata de tutta ‘sta pantomima, a destra e a sinistra. Vorrei ritrova’ un po’ de pace, nun dove’ pensa’ che so’ 20 anni che stamo a parla’ de riforme, che ora che le famo ce dovranno riforma’ pure a noi. Vorrei pensa’ che saremo stati bravi da lasciaje quarcosa a ‘sti fijj e non solo er debbito pubblico. Vorrei trova’ ‘n po’ de gente seria che quanno dice ‘na cosa è quella, e nun deve ‘sta a pensa’ a concerta’ la decisione co’ n’artra pletora de manichei che nun possono decide de niente. Vorrei che ‘sta storia der bene comune nun fosse ‘na faccenda da libro Cuore, anche perché manco più Derossi e Franti so’ più quelli de ‘na vorta, oggi che quasi quasi i primi della classe risurtano sospetti e gli strafottenti pure eroi.
Nulla di nuovo sotto il cielo Occidentale (ma anche altrove a dire il vero)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 4 gennaio 2011
Non c’è nulla di nuovo sotto il cielo Occidentale.
Chiudiamo ed iniziamo con ciò che comunque avevamo già sulle spalle.
E che sia il debito pubblico che oramai ha raggiunto dimensioni epocali, o una intera classe politica che perseguendo una visione miope ha abdicato al proprio ruolo, che sia il frigorifero che non funziona, o le persone che deragliano dopo essere arrivate nella tua vita come un treno in corsa, non fa differenza, non ne può fare.
Chiudiamo ed iniziamo come eravamo. Non può cambiare niente in due giorni. E tutta questa euforia, grida di speranza, propositi, promesse, bilanci, sono solo parte di un rito che si consuma come il cotechino con le lenticchie: tocca farlo sennò porta male.
Anche il discorso di fine anno tocca sentirlo, ma quest’anno ci è andata bene. Bello, di grande respiro, poi ‘sti giovani che finalmente prendono la scena…
Loro? ma dai….non ci credo…in fondo fino ad ora sono stati tanto carucci nell’essere solo un perfetto punto di programma! Quel tanto che basta per fare i progressisti, gli anticonformisti, quelli che anche io le sneakers, ma poi tutti ne parlano e nessuno li vuole. Sono come il cacio sui maccheroni, buono per dare sapore, per fare colore. Ma puoi anche farne a meno. E così finisce che questi ci crescono sfigati, con il dramma del futuro che non c’è. Esempio di dissonanza cognitiva a cercare una stabilità, mentre fino ad ora li abbiamo imbambolati co’ ‘sta storia della liquidità, forse solo un mediocre tentativo di giustificare la nostra incapacità.
E noi qui, come vecchi tromboni a parlare, pontificare, discutere, di loro come fossero aliens, in un futuro di prossimità che mentre ne parli diventa già passato. Giornali che ci scrivono sù, lettere, dichiarazioni, trattati.
E’ tutti lì a fare un gran vociare perché anche il Grande Vecchio, nel suo discorso di fine anno, ne ha fatto un punto centrale.
Hanno guadagnato la centralità dell’agenda politica
(giuro, sentito in un titolo del tiggì, poi qualcuno mi spieghi pure che vuol dire in termini concreti) e loro? Loro, ma ci siamo mai chiesti loro che dicono? Poi arriva un cronista rampante, si butta nella mischia del primo gennaio e li intervista, loro , i ggggiovani…categoria indistinta e magmatica che alla parola Napolitano, la risposta è Napolitano chi? Il discorso che?
Ma forse eravamo anche noi così, quando eravamo anche noi un magma indistinto di ormoni, sogni e disperazione, prima di diventare daniela, fabio, fabiola, vittorio, maria tiziana, alessandro, marco, federica… ciascuno ha bisogno dei suoi tempi, ferite, tagli, la chiamano esperienza…precaria o stabile, un tratto comune a tutti.
Nulla di nuovo sotto il cielo Occidentale (ma anche altrove a dire il vero)
Anche per oggi non si vola (ma domani…domani…)
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 29 dicembre 2010
(In risposta a Gianluca, che scrive del dono dell’invisibilità e dei fatti dello scorso 14 dicembre sul suo blog )
Caro Gianluca,
ci sono state due proteste a Roma in queste ultime settimane. La prima, quella del 14 dicembre è sfilata sotto le finestre del mio ufficio in via del Corso, e se ti devo dire la verità, non ho proprio avuto la sensazione che si trattasse di una vera protesta. L’occhio allenato a cogliere dettagli che sfuggono alla lettura immediata, ha rimandato un input al cervello per segnalare che qualcosa non andava. Sembrava un po’ il gioco enigmistico “cerca l’intruso” …ecco a dirla tutta, ad emozioni depositate, sembrava piuttosto un grande reality. Sembrava tutto preconfezionato. Allo scattare della fiducia, la baraonda ha invaso Roma. Ma non era una protesta. Torno a sottolinearlo. Non era lo scatto di orgoglio o di ribellione ad alcunché…non si trattava di una contrapposizione netta, quella che ha caratterizzato gli anni delle lotte armate, delle pistole sul lungotevere, dei passamontagna e delle renault cinque abbandonate in qualche vicolo…questa volta sembrava solo casino organizzato (da chi e per cosa non lo so…ma facile pretesto per valutazioni di basso lignaggio).
Poi c’è un’altra protesta, quella del 22 dicembre e lì Roma ha applaudito al dissenso, ha alzato la testa per affiancare il corteo che ha attraversato la tangenziale. Organizzato nei minimi dettagli il corteo ha colto tutti di sorpresa, perché mentre la zona rossa si barricava con cordoni di sicurezza, stringendo nella morsa della paura l’ intero centro, i ragazzi e le ragazze hanno sbaragliato la concorrenza ed hanno scelto di manifestare in periferia. E lì ha sfilato la democrazia che esercita il sacrosanto diritto di dissentire, ha sfilato il futuro di un paese che trova il coraggio non solo di dissentire, ma di fare proposte articolate come quelle che sono state presentate al Presidente della Repubblica. Questi sono i nostri giovani. E a mio parere l’insegnamento è tutto in questo ultimo passaggio: coraggio del dissenso e capacità di proposta.
Hai ragione caro Gianluca quando parli dell’assenza di futuro, quando dici di un sistema che ha ammazzato qualsiasi forma di proattività, ingabbiando nella trappola del precariato le aspettative. Però io ti dico non fatevi fregare, non lasciategli nulla, non lasciate voi nulla di intentato. Fatevi un “culo” così, ma non lasciatevi comprare da facili miraggi. Chiudete pure sdraio ed ombrelloni, anche se non è per quello che avete speso soldi e sudore, ma non state alla mercè di chi vi promette l’eldorado di una stabilità che può diventare peggio di una catena. Non pensate che sia una laurea a risolvere tutto con un colpo di bacchetta magica, conterà sempre e soltanto la vostra voglia di essere coerenti, preparati e responsabili, sia che si tratti di un’officina, di un pezzo di terra da zappare, del centro studi della Nasa, di un brillante studio professionale. E se anche l’evidenza da ragione a chi dice che saranno sempre i soliti figli di papà ad andare avanti, e che la mobilità sociale nel nostro paese è una grande menzogna, voi stringete i denti. E soprattutto non cadete nel loop della sfiga.
E’ cambiato il paradigma sociale, spiazzateli tutti e giocate di anticipo nell’intercettare il bisogno e nel cavalcare le nuove istanze. Il mondo è liquido, basta allargare il proprio orizzonte e capire che è la mediocrità a non avere futuro, quella sì che perderà sempre la propria scommessa. Per il resto, vi affiancheremo, con gli strumenti che ci chiederete e con l’esperienza che possiamo mettere a vostra disposizione, sicuramente orgogliosi di voi e della vostra capacità di affrontare le difficoltà. Avremmo voluto prepararvi un futuro migliore, questo è certo…ma non vi negheremo alleanza per contrastare coloro che hanno abdicato al proprio ruolo nel farlo.
d.
vieni via con me
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 29 novembre 2010
No. Io resto.
Resto perché è facile demandare ad un altro da noi, indistinto e massificato, l’ardire del proprio destino. Resto perché credo che siano l’uomo e la donna comune a tesssere la trama su cui l’ordinaria quotidianità trova il suo punto di equilibrio. Resto perché di eroi ne abbiamo piene le balle, ed anche di scandali, di inciuci velenosi, di compromessi e neanche tanto storici.
Resto perché sono stufa di retropensieri, retrospettive, retromarce. Resto perché anche l’arena da dieci milioni di spettatori diventa mistificazione, se ogni volta demandiamo alla suggestione emotiva la possibilità di dire: I think different! Resto perché la differenza è testimoniare di esserci nell’indifferenza, fuori dai cliché, dai luoghi comuni e dai falsi miti. Resto perché la coerenza abbia di nuovo diritto di asilo, in questo paese che non ha più memoria. Resto. Tra le macerie della corruttela, della impunità, della mediocrità. Resto. Perché credo cha un altro modo sia ancora possibile. Resto. Perché amo e odio e vivo e non mi nutro di risposte, ma di domande, non leggo elenchi predittivi e vivo sull’onda del tempo che scorre, cercando di carpirne il flusso. Resto. Per essere dentro, alle persone e alle cose. Resto. Per tutto questo e molto altro.
Apple – storie di mele e melafonini (ovvero: i racconti della motoretta)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 6 ottobre 2010
ma lo sai che significa restare senza iPhone per 24 ore? il mondo che chiama, un telefonino preistorico a fare da muletto chiesto in prestito a mia madre che santa donna ne resta priva perché a me quello di scorta nel cassetto dell’ufficio me l’hanno rubato e così abbiamo pure scoperto che ci sono dei ladri in ufficio perché pure ad un altro collega gli hanno rubato il cellulare e ad una collega un profumo poi dice che uno non cià ragione a dì “l’hai messo in banca” per dire di una cosa che non è assolutamente al sicuro e così vai a Lunghezza all’ Apple Store perché almeno vuoi capi’ se è possibile riparare quello vecchio e invece trovi mezzo mondo a fare la fila come se regalassero noccioline alle scimmie e allora ti chiedi quando è iniziato tutto questo, quando abbiamo perso completamente il senno dietro wi fi hi fi web net log iPhone, iPad, I mac…
I Care è il massimo che ricordo, ma si perde nella notte dei tempi oramai sostituito da un più prosaico I fott’ammè, e allora avrei voglia di andarmene ma se me ne vado poi mia madre resta senza telefonino e allora sto qui, pronta a fare la fila fino a ché un ragazzo mosso a pietà si avvicina e mi da aiuto anche se non ho fatto la prenotazione al Genius bar, perché in questo posto se non hai fatto la prenotazione al Genius bar non puoi sciogliere alcun mistero, è come andare dall’oracolo e l’unico modo per avere ascolto nel Tempio della Mela è chiedere un appuntamento rigorosamente sul web, ma io non ci sono passata sul web, io con la mia motoretta vespa nera sono salita direttamente sulla tangenziale e a manetta nella corsia di emergenza, tra lo spostamento d’aria dei camion delle macchine lo smog le polveri sottili il sole negli occhi, per correre in cerca di un contatto per recuperare i miei contatti, le procedure lei non può fare nulla senza rispettare le procedure oggi il primo appuntamento disponibile è per sabato, sabato? ma siamo matti? poi si avvicina lui, è tatuato, ricomincia con la storia delle procedure ma aggiunge chiamiamo in ballo un manager e se lui mi autorizza… come un manager? sì un manager solo lui può aiutarla a risolvere la mancata prenotazione...guardo la porta di acciaio che si chiude alle sue spalle, un brivido, sì dai insomma, da lì potrebbe uscire pure Steve Jobs in persona che ne sai…di un volto, di un nome, in questo momento vi sembrerà assurdo ma ho solo bisogno di questo, mi guardo attorno, una ragazza incinta aspetta il suo turno si accarezza la pancia mi dico che se è ancora vera quella vecchia storia delle voglie ‘sta ragazzina (me la immagino femmina) nascerà con una voglia di mela mozzicata poi la porta si apre lentamente ed esce lui, il manager, biondo americano, bello come il sole, fa gesti rapidi e veloci clikka sui tasti muove ed agita un iPhone che noi comuni mortali ce lo sogniamo, una versione da manager appunto, la scena sembra la versione riveduta e corretta del vecchio spot della coca cola, il tatuato segue i lavori, finalmente mi guarda, è la versione italiana di Xavier Barden e la cosa non mi dispiace affatto.. ok tutto a posto l’iPhone 4 glielo consegniamo tra un paio di giorni intanto le ridiamo lo stesso modello del suo però nuovo …uno sguardo, diretto, gentile e sorridente… aspetta (è passato al tu) ti faccio fare l’inizializzazione (?!) da un mio collega…ecco ok scusa tanto per l’attesa ho fatto quel che ho potuto…ah a proposito questo è il mio nome e mi allunga il suo bigliettino: Cristiano…e mentre il sorriso si tramuta in risata argentina attraverso questo paradiso dei non luoghi, Centro Commerciale Roma Est, riprendo la mia motoretta vespa nera e risalgo sulla tangenziale, a ritroso tra polveri sottili, smog e vento e intanto ripenso al nome, al paradiso dei consumi e alla mela…e mi chiedo: dove sta il serpente?
Uscire dal guscio…(in memoria di Angelo Vassallo, ovvero: di funerali, camorra e ritrovata indignazione)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 10 settembre 2010
La dignità di questo paese viaggia su un bus. Anzi sui Bus, al plurale. Come quelli che da più parti si stanno organizzando per consentire al dissenso civile di partecipare ai funerali di Angelo Vassallo.
Ci saremo idealmente e fisicamente ad Acciaroli. Ci saremo non per il mare blu cielo, né per le stradine che si inerpicano tendenziose. E neanche per le spiagge, il cibo, il cliché di un vacanza pizza, sole e casatiello.
E’ l’Italia che va, che ancora una volta cerca il suo martire per risvegliare un minimo di coscienza.
Ma il pensiero corre ai territori appetibili, possibili prede dell’imprenditoria camorrista.
Penso alla mia terra. Paesi assolati. Piazze da bar. Chiacchiere. Campagne sterminate e biondissimi campi. Polveri, discariche e lingue di veleno che scorrono attraverso un fiume. Una cesura netta che trascina nel putrido sangue, latte ed economia.
Penso a quelle frange di tessuto politico sociale ed economico dove una bentley argentata non desta meraviglia, anzi che me frega a me…io ci faccio pure affari con quel tipo buffo vestito come un film americano.
E vi chiedo:
Cosa è più terrificante? L’aver coscienza di chi si ha di fronte e comunque chissenefotte ...o avere le difese immunitarie prive degli anticorpi necessari a riconoscerli certi fenomeni e ad evitarli ?
E’ più pericolosa l’indifferenza o la banalità?
Quanta Cultura ancora per amare il proprio territorio e difenderlo strenuamente?
Quale Futuro se non avremo il coraggio di guardare dritto in faccia il nostro presente, ora, qui?
ritorno al futuro (ovvero: a MIRABELLO neanche più i sassolini dalle scarpe vengono via come una volta )
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 5 settembre 2010
Mirabello, 5 settembre 2010, e la storia che non fu…
nanismo produttivo…
competitività….
giacimenti culturali…
federalismo sociale…
sud…
politiche attrattive…
e la necessità del nome del Ministro Economico…no aspe’ pure il Patto Generezionale…ed ecchellalà la Questione Giovanile….noooooo, pure il familismo amorale…ussignur pure la rivoluzione meritocratica……e che poteva manca’ il Welfare…il Welfare delle Opportunità (mannaggia, però se continua a parla’ bene delle Fondazioni la devo smette de daje addosso…)…e certo pure il Quoziente Famigliare (che tanto quello de Intelligenza se lo semo giocato a tresette e c’è scappato pure il morto)… ruffiano mo’ te metti pure a blandi’ l’opposizione…. (certo che a dire il vero le stai a dà a destra e sinistra, anzi ‘sti poracci li stai a mette proprio all’angolo co’ ste dichiarazioni così ovvie nella loro evidente necessità e nessuno che abbia mai il coraggio di farle )…
E adesso? no..la saggezza de’ nonno no, te prego!!! l’Etica, il Senso Civico, …Giustizia…Equità…Valori….Patria!!! e per finire lo Scatto d’Orgoglio le cui tracce se so dipserse nella notte dei tempi e manco Clarice coi suoi silenzi è riuscito a stanallo!….
naaaaaaaaaaaaa pure le Idee? Che poi se qualcuno oggi ce dicesse almeno dove so’ finite…(ma un gruppo su feissbuck no eh?)
Insomma Caro Gianfra’,
e mo’ che jai rimesso la palla ar Berlusca che tedovemodadì….certo la lista pe’ essa suggestiva è suggestiva e si è per questo pure completa….a parte il linguaggio, che sembra de’ esse tornati al trasversalismo craxiano e al contingentismo andreottiano…ma a Gianfra’, nun ce ‘sta a cojona’ pure tu!… la lista è da quer dì che la conoscemo, la necessità de quei punti la sapemo tutti…ma insomma ‘ste maniche se le rimboccamo o dovemo da continua’ a fa’ melina?
d.b.
Panem et circenses… dalla Libia con furore (ovvero: D e i racconti della motoretta)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 5 settembre 2010
Io mo’ nun è che vorrei scade’ ner gossip…poi magara dice ecchelaà, è stata zitta pe’ mesi, manco ‘na parola su ‘sto teatrino italiano: ribaltoni e elezioni anticipate che manco er croupier de’ montecarlo riesce a ‘sta appresso a ‘sta pallina impazzita, processi brevi, chiazze de’ petrolio che galleggiano in superficie che te viene da di’ (con licenza parlanno) manco li stronzi so’ più quelli de ‘na vorta, omini de’ stato che morono e come a Fatima tutti in attesa de arzà er velo su qualche segreto de quelli scomodi… insomma mesi e mesi de’ notizie che hanno riempito pagine e pagine e Io Zitta!
Ma oggi m’è tornat la voja de’ parla’…30 cavalli e cavalieri, tende e tendoni, amazzoni, ragazze a gogò che la cronaca vòle elegantemente vestite (ché tanto a spoglialle ce penserà quarcuno), codazzi de industriali e omini de’ potere, mostre fotografiche e nostalgie colonialiste e in mezzo ‘sto paese da operetta che nun è capace de’ fa’ i conti cor passato, noi che se famo mette i piedi in testa e pijà per culo (sempre con licenza parlanno), pe’ un rinnovo de’ 28 anni sulle trivellazioni di petrolio in Libia, pe’ anna’ a costrui’ ‘na rete infrastrutturale quanno qui da noi so’ 40 anni che stamo in fila sulla Salerno Reggio Calabria…E poi domani er gran carosello alla caserma Salvo D’Acquisto, alla presenza der presidente del Consiglio.
Ma se invece de scomoda’ li Carabinieri domani riaprissimo er Colosseo?
… pridem dello iam, ex nulli di suffragia di quo
uendimus, curas del effudit; olim del dabat di qui del nam
imperium, fasces, legiones, omnia, Se del nunc
optat di anxius di ricerca di tantum di duas del atque del continet,
panem et circenses. …
(Juvenal, Satire 10.77-81)
… Già desideri fa, da quando abbiamo venduto il nostro voto a nessun uomo,
la gente ha abdicato le nostre funzioni; per la gente che una volta
ordine militare distribuito, alto ufficio civile, legioni – tutto, ora
si trattiene ed ansiosamente spera per appena due cose:
pane e circuses
a scarto ridotto (ovvero di scritture, vecchi appunti ed altre rime)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vogliamo anche le rose il 3 agosto 2010
Lo sguardo sulle cose corre rapace, catturo l’immagine, ne succhio l’essenza, quel tanto che basta.
I particolari lasciano traccia solo se son degni di essere notati, con una grazia tale da assurgere a contesto. Tutto sembra costare impegno, coinvolgimento appassionato; a me, invece, va di muovermi così, a scarto ridotto.
Come ora che scrivo questo post ; so che se mi impegnassi troverei parole maliarde, forme aggraziate, suoni leggiadri, potrei meditarlo, limarlo, confezionarlo, vestirlo…ma per farne che poi?
E’ solo urgenza di sputare la carogna che monta dentro, poi tutto il resto declina lungo un orizzonte fumoso.
L’indifferenza muove il mio piede intorpidito, smalto rosso sulle unghie, carne bianca, morbida, da leccare, batte un ritmo che non sa.
L’indolenza sfiora i miei capelli, la lunghezza indomita torna nelle notti insonni quando sogno la forza che vorrei, ne accarezzo durante il giorno le ciocche inquiete, che incorniciano la fierezza bugiarda del mio collo, fasce tese, da baciare; non una ruga ancora, quelle son dentro, ripiegate in un morbido plissé, a nascondere le mie ansie i miei rimorsi i miei se.
Io non mi soffermo più (ma l’ho mai fatto invero? Fuggiasca dicono di me).
d.b.
Voci dalle macerie (ottavo episodio: ovvero«Partimmo alla conquista di un nuovo mondo»)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 7 luglio 2010
Sotto il casco Roma è calda. Molto. E non solo in senso atmosferico.
Mattinata strana a Malastrana (ma questa è una citazione discografica).
Una mattinata che è iniziata presto. Molto. A Frosinone. Un incontro con l’Università di Cassino. Visioni condivise. Il tentativo di far parlare insieme una provincia ancora abbarbicata alle sue contrapposizioni: terra di lavoro e ciociaria. Si tenta un dilalogo. Un progetto. Una prospettiva. Gente che ne è entusiasta. Altri che non si riesce a coinvolgere. La fatica. La negoziazione. La mediazione delle posizioni. Il dialogo. Alcuni che pur snobbando il progetto, ne cavalcano pubblicamente le idee. Il tarlo strisciante:
cui prodest?
Ma l’entusiasmo spegne il dubbio.
L’autostrada alle 11.30 è un tratto infernale. Il tempo del cambio mezzo in garage e inforco la mia vespa per raggiungere il centro.
Una barriera antisommossa. Assetto da guerriglia urbana. Gente che si picchia al Colosseo. Manganellate che volano. Cinte di sicurezza intorno a Palazzo Grazioli.
Terremotati. Disabili. Striscioni. Proteste accorate e proteste mute. Stracci di un paese che emerge al di sotto delle copertine patinate.
Provo un disagio fortissimo. E’ un cazzotto diritto allo stomaco. E’ la cappa che come piombo getta una luce strana. E’ il rimando ad un’altra epoca. Se questo paese non avesse abdicato ad una qualsivoglia ideologia, ad un qualsivoglia senso di appartenenza, se non avesse abolito il termine collettivo sostituendolo con individualismo (e questo non è un giudizio di valore, né nostalgia di un qualcosa che comunque angraficamente non mi apparterrebbe), oggi qui il rumore delle bottiglie di plastica sarebbe stato soppiantato dal sibilo delle p38.
E’ solo una considerazione. E non chiedetemi la relazione.
Partimmo alla conquista di un nuovo mondo, ma non ci rendevamo conto che, in realtà, aiutavamo a puntellare quello vecchio
Prossima fermata: Futuro!
Pubblicato da daniela bianchi in fare welfare, vista sul punto il 1 giugno 2010
I giovani non possono da soli far fronte agli oneri crescenti della popolazione che invecchia.
E’ uno dei passi più significativi del discorso conclusivo del Governatore Mario Draghi, pronunciato in occasione della presentazione del Rapporto Banca d’Italia 2010.
Io credo che parlare “di giovani” sia il male diffuso di questo nostro paese. Parlarne come una categoria indistinta, diffusa, liquida, è sicuramente un errore a cui cediamo in tanti, uomini e donne di buona volontà che con la scusa di prenderci a cuore la vicenda, finiamo con il confinare ancora di più verso un magma indistinto di categorie sociologiche e non, l’universo complesso di coloro che giocano una scommessa pesante sul proprio futuro.
Viceversa, “parlare ai giovani e con i giovani” potrebbe essere la leva sulla quale spingere per trovare soluzioni condivise, per coinvolgere in maniera attiva e con politiche attive le giovani donne e i giovani uomini. Potrebbe essere un modo per reinserire al centro del dibattito il valore dell’esperienza da passare come testimone, questo sempre che si abbia ancora qualcosa da dire e da tramandare. Un modo per dare un senso collettivo ad una società in cui ciascuno sia chiamato ad esercitare il proprio ruolo: le giovani generazioni nel prepararsi a fondo e con responsabilità per affrontare il futuro – senza aspettare regali che cadano come manna dal cielo, condizione questa che li pone alla mercé continua degli imbonitori di turno – e le generazioni mature nel preparare il terreno per consentire loro di sperimentarsi al meglio.
E’ un sistema di regole e di vigilanza.
Già. Ma se andiamo ad esaminare la radice della crisi che ha investito il mondo in questi ultimi tre anni, vediamo che è riconducibile ad un unico fattor comune: completa assenza di regole e di vigilanza.
E allora, possiamo anche continuare a parlare di pil (nel 2008 -2009 è sceso in Italia di 6 punti e mezzo), di diminuzione di reddito ( 3,4 per cento in meno), di consumi (cadute del 22 per cento), di fallimenti di impresa (un quarto in più rispetto all’anno precedente), ma senza un serio ritorno ad un sistema basato su regole condivise da tutti gli attori sociali, sarà sempre più difficile parlare di futuro.
Mi piace il passo finale del discorso di Draghi, quel richiamo a valori fondamentali quali: capacità di fare, equità, desiderio di sapere e solidarietà. Questi valori ci richiamano tutti, giovani e non, ad esercitare con responsabilità il proprio ruolo nel consesso civile. Per questo ritengo che i giovani debbano essere protagonisti del dibattito e non solo portati ad esempio come categoria vittima del sistema. La Competitività e la Crescita di un paese passano soprattutto da qui.
Il valzer ha smesso di suonare ed anche Bashir non è più lo stesso (ovvero di Pasque, Resurrezioni ed inni alla speranza)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 6 aprile 2010
Potrei raccontarvi delle donne con il velo che camminano fiere e bellissime quasi scivolando con passo leggero. Sempre in gruppo, spesso sorridenti, mai contrariate. (Almeno così sembra, anche quando a gruppo seguono un solo uomo). Oppure potrei raccontarvi dei suoni della strada, della voce del Muazin che chiama alla preghiera. Nessuno spazio alla responsabilità di ricordare da solo il tuo dovere di fedele; la sua voce ti rincorre per le strade, nei vicoli, negli uffici quotidiani, non puoi non ricordare ciò che devi fare. Vi potrei dire di Jbeil e del suo mare, di Baalbeck e delle sue magnifiche rovine.
Ma sarebbe un cliché. E questo non è un posto da liquidare con la versione spiccia di un cliché. E allora vi racconto della polvere.
Sì la polvere. Quella che ti entra nelle narici e nella bocca. La polvere di una ricostruzione violenta, arrogante e sfacciata, che ti chiedi da dove provenga questo fiume di soldi. La polvere che come un velo conserva la memoria e fà la storia, quella che si alza dai palazzi bombardati che stanno lì con i loro buchi, come bocche che urlano al cielo in cerca di misericordia. Ed è la polvere che si alza dallo scalpiccio dei bambini che giocano nella piazza centrale, ricchi, borghesi, tirati a lucido dalle loro badanti, bambini sui quali il paese scommette e rilancia il proprio futuro, tanti. Ma anche la polvere di quegli altri di bambini, quelli che vivono a Shabra e Chatila. Vi si accede da uno dei quartieri più alla moda. All’improvviso l’umanità cambia volto, polvere. La bocca dell’inferno non doveva essere tanto diversa da questo posto. Bambini senza diritto ad un riscatto, un futuro negato in cambio di un pezzo di terra. Questioni difficili da dirimere, tanto più da capire.
Polvere.
Anche nel sepolcro vuoto le donne trovarono polvere, di Lui nessuna traccia.
E allora mi viene in mente quel racconto di Yeats: Resurrezione. Tre giovani: un greco, un ebreo, un siriaco, si interrogano all’indomani della morte di Cristo sul senso di quel sacrificio, sui reali poteri di colui che si era detto “figlio di Dio”, sulla vanità o la verità della speranza che abita gli uomini. Ognuno lo fa con i propri strumenti tradizionali di pensiero, così diversi tra loro da contrapporsi l’uno all’altro. Sullo sfondo, mentre parlano, si fa largo un gruppo di giovani Greci d’Asia, definiti miserabili, feccia del popolo, che avanzano cantando e ballando, travestiti da ragazze, ubriachi, per festeggiare la morte e la resurrezione di Dionisio.
Che cosa è stato il Cristo?
Chiede l’ebreo. Colui che ieri è morto non ha dovuto forse confessare a se stesso, nell’agonia, di non essere altro che un uomo? Oppure, come sostiene il greco è stato uno spettro che solo in apparenza ha patito l’indegnità del martirio e ricomparirà intatto, vincitore, confermando con la gloria del suo trionfo di non avere nulla in comune con l’umanità così carnale? Il siriaco, che in quel momento sta tornando senza fiato dalla tomba che ha visto deserta e dall’incontro con le pie donne, reca da parte sua una lezione che né il giudeo né il greco avevano immaginato e nemmeno possono capire: Cristo è risuscitato in quella stessa carne che era morta e quando Gesù varcherà la soglia e avanzerà sulla scena, sì il greco gli tocchi il costato e vi sentirà battere nell’assoluto il cuore di un uomo.
Un racconto particolare, in cui tutto si mescola, il furore del sangue dionisiaco, la sfida del ragionevole e dell’impossibile, miracoli sognati o veramente percepiti. Le tre o quattro intuizioni capitali con cui la nostra condizione tenta di squarciare la sua tenebra, unite dal bisogno che ciascuna ha di tutte le altre, per potersi pensare fino in fondo. Deliri, grida, visioni, che nella reciproca lacerazione riconciliano la pari intensità della loro urgenza.
Questa mattina ho mangiato il corpo di Cristo in una chiesa maronita. Nel pomeriggio ho splittato il vojerusimo occidentale sotto la sensazione soffocante dello chador, d’obbligo per entrare nella Moschea.
Qui Libano, Medioriente. Da qui vi giungono i miei Auguri, da questo crocevia di macigni che stanno lì, in attesa di rotolare via per far spazio ad un po’ di luce.
un abbraccio
d.
dopo questa notte nulla sarà più come prima
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 26 marzo 2010
Dopo questa notte nulla sarà più come prima.
Lo ha detto stamattina guardandosi allo specchio (anche se di questi tempi qualcuno dice che è meglio non farlo). Lo ha detto mentre con un colpo di dita ravviva i ricci (un classico del dopo piscina), indomiti e ribelli (e non solo quelli). Lo ha detto mentre l’aulin si scioglieva lentamente nell’acqua, ché dopo una notte come quella appena passata un cerchio alla testa campeggiava come l’aureola di chi aspetta una beatificazione imminente.
Un’occhiata accigliata a quelle piccole rughe agli angoli degli occi, ma vivaddio il tono della pelle riesce comunque a mantenere alto l’onore e che si è dormito solo tre ore in fondo non si vede neanche tanto.
Il letto stropicciato, le lenzuola buttate in terra, il caldo, le urla (ma venivano da fuori, una coppia che litigava in strada, un uomo in lacrime, saranno state le due forse le tre, ma non le piace impicciarsi dei drammi altrui e così ha chiuso la finestra).
E un no so ché che ronza nell’aria, impalpabile come una primavera che rinasce.
Se non avesse paura di cadere nell’ovvio e nel banale definirebbe la prestazione “Eccezionale” , ma si sa certe cose è meglio non manifestarle troppo, si rischia di fare la figura della susperficiale, di quella che sull’onda dell’emotività sacrifica il pensiero critico e la ragione.
Se non avesse dispiacere a banalizzare fior fiore di teorie, direbbe apertamente che non c’è nulla da fare, ma in questo caso “Signori miei le misure contano, eccome!” (almeno le unità di misura!). Così come conta l’eccezionalità delle volte in cui lo siè fatto (nel suo caso 200!)
Butta un’ultima occhiata alle notizie dei vari tg che scorrono in tv. Off.
Raccoglie i quotidiani sullo zerbino. Si chiude la porta alle spalle, pensa al calendario delle lezioni. E chi glielo racconterà adesso alle giovani leve che l’informazione da questa notte non sarà più la stessa?
p.s.
La comunicazione cross mediale ha dato questa notte una grande prova di forza; l’interazione in contemporanea di più linguaggi, e la mediazione informativa di più fonti hanno fatto dell’evento di Santoro un evento dell’ Informazione. Ciò che è accaduto su Twitter ha di botto ammantato di una veste stantia e scamuffa il modo tradizionale di dare le notizie.
Si parlerà a lungo di questo, ci si chiederà se avrà ancora senso parlare di Agenda Setting, di modello comunicativo basato sullo stimolo e risposta, di indvidui atonomizzati. E i Gatekeepers che fine faranno?
Credo che il punto in cui il linguaggio comincia a non funzionare più come utile strumento di comunicazione sia anche quello in cui si verificano la poesia e l’arte. (Bruce Naumann)
tu chiamale se vuoi, Elezioni
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 9 marzo 2010
Qualcuno lo ha dato per disperso.
Qualcuno lo ha avvistato recentemente al largo delle Isole Vergini.
C’è chi addirittura ha giurato di averlo visto sfrecciare sotto forma di areoplanino dalle parti del Colle.
Niente non ve n’è più traccia.
Il programma elettorale questo sconosciuto!
E così, si finisce per aver nostalgia di quei bei programmi elettorali di una volta, corposi e scritti in maniera articolata, esercizio di stile per novelli ghost writers, quelle cento duecento pagine che mai nessuno avrebbe letto attentamente, ma che lo capivi che non erano solo esercizio di Retorica, e che dietro c’era un senso generale. Giusto o sbagliato che fosse, ma c’era.
Avvistato dalle parti di Formigoni un Lombardia 2010 – 2015, che sul sito sciorina una marea di belle parole che sembrano gli slogan degli ultimi meeting di Rimini …Il Coraggio, l’Ingegno, La Vita…ma al click il vuoto si confonde tra sostanza e forma.
Dalle parti della Bonino non va meglio, sembra di fare un excursus nelle battaglie politiche degli ultimi trent’anni. Tanto di cappello per l’impegno e la costanza, ci mancherebbe, anche se un po’ pedante, a tratti un po’ noioso, ma alla fine della fiera, io perché ti dovrei votare? E sembra che non sia l’unica a pormi certe domande. Seguo le tracce su un forum, scrive Caterina:
Qualcuno mi sa dire dove posso trovare il programma elettorale completo della lista dei radicali italiani di Emma Bonino e Marco Pannella??? Mi basta anche di sapere i concetti principali, se qualcuno di voi li sa e me li scrive mi fa un gran piacere!!
le risponde un anomimo/a
Dato che sei donna basta saper che la Bonino è l’unica che si batte per i diritti della donna veramente, non come la Carfagna che protegge solo le cristiane eterosessuali e le veline. Il programma Bonino – Pannella prevede l’integrazione degli immigrati, la possibilità per i lavoratori di andare più tardi in pensione (secondo i sondaggi è ciò che vuole il 60% del popolo italiano) e il ritorno da uno stato di polizia ad uno stato democratico. La gente non andrà più in galera per due canne e le prostitute non verranno semplicemente spostate da una via all’altra, ma si cercherà di dar loro protezione. Contro l’oscurantismo, contro la mafia. Il contrario di adesso in pratica.
Ecco, appunto. Vi basti.
E sul sito del PD, Regione Lazio, non va meglio, mi si spiega perché si candida ma non perché io dovrei votarla.
Mi faccio un giro sul sito di Renata, mi appare una scritta cubitale:
Il futuro è adesso!
Ma quella non era la Vita?!? E mi chiedo se Claudio Baglioni c’entri qualcosa. Ma forse visto che il presente è un incubo, meglio non pensarci.
Per avere un po’ di soddisfazione come al solito devono arrivare i Piemontesi, dalle parti della Bresso, sul sito, trovo 90 pagine ben confezionate.
Mi arrendo. Almeno per oggi. La ricerca del programma perduto, continuerà nei prossimi giorni. Ma forse anche no.
Perché tanto questo linguaggio da pubblicità, spot, slogan, frasi ad effetto, mi sa che è l’unico adatto a raccontare la lotta senza quartiere che sembra essere diventato il confronto politico in Italia. D’altra parte è dai tempi di Massimo Decimo Meridio, comandante dell’esercito del nord, generale delle legioni Phoenix, servo leale dell’unico vero imperatore, che le citazioni ad effetto attraversano il tempo e le stagioni.
Ah già…ma quello era un film…
Perché?
Questo no?
lista lista delle mie brame!
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 3 marzo 2010
Hai preso la lista? Mi raccomando!
E questa era mia madre che al grido di vendetta vendetta mi spediva a fare la spesa ogni volta che voleva ridimensionare il mio spirito di iniziativa (“mi farai morire di crepacuore” era la sua frase preferita e io che ciò il senso di colpa scolpito nel cuore ci credevo pure!), diceva che era per il mio bene, per farmi capire il senso del dovere, del sacrificio, insomma quel minimo sindacale che in termini di collaborazione doveva essere tributato alla Famiglia.
E tutto sommato ci andavo anche contenta, l’alternativa infatti era pulire il bagno o spolverare. Magari ci scappava pure la sosta al muretto, o un pezzo di pizza da Carletto…buona…rossa o con la mozzarella…ed era un attimo sfangare il pomeriggio…tanto poi per la versione di greco c’era tempo. La notte è sempre stata un angolo buio dove il triangolo Daniela, Roberta e Lorenzo Rocci viveva i suoi incubi peggiori.
Anche se a dire il vero non c’era incubo peggiore dell’osservanza pedissequa e attenta di quella maledetta lista…ché poteva pure capitare che, se lungo il tragitto raccoglievi gli altri perditempo, si andasse in quattro o cinque a fare spesa e sghignazza di qua, mangia di là, con quel senso della stupidera che coglie l’individuo nell’età giovane, quando il futuro è ancora là da venire e quel che conta è vivere a mille quel presente, ecco poteva capitare di dimenticare i fagiolini, o la carne da Roberto, che metteva da parte di quei pezzi per il bollito o i fegatelli avvolti nell’alloro, preparati apposta apposta.
Poi a poco a poco in quella lista, il pane il prosciutto e il parmigiano hanno lasciato il posto ad occhi, mani, capelli e dress code.
Sì, certo, avete letto bene!
Dai, non ditemi di non aver mai stilato una lista con i vostri gusti in fatto di ragazzi!
Una lista con tante righe tracciate a solchi, quante le volte che quei gusti cambiavano in base agli umori, ad una pubblicità dal cuore di panna, alle amiche che ti fregavano sotto gli occhi proprio quello che ti piaceva tanto.
20,30,40, ogni fascia di età ne ha una sua. Non c’è limite, se non la proiezione trasversale dei propri cambiamenti, e poi quella propensione al massimo, che cresce in maniera direttamente proporzionale ai propri cuscinetti adiposi, a quelle stiracchiate zampe di galline che fissano lo sguardo della piccola Ketty neanche fossero quelle biglie di vetro colorato con cui al mare facevamo a gara, quando ancora le piste erano di sabbia e non di polverina bianca.
Forse fu l’ultima lista che feci…quella di nozze l’ho saltata a piè pari (così poco chic!!!), quella dei contatti è un insieme ibrido di pezzi sparsi nelle mille memorie artificiali, moleskine e post-it a cui affido la mia possibilità di fissare ricordi…quella delle priorità una costante variabile che vive l’onda del momento…altre liste? Milioni…ma non le ricordo tutte!
vita: uso senza istruzioni
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 2 febbraio 2010
Aspetto un volo.
Da quando ho preso l’abitudine di utilizzare il freccia rossa per le trasferte Roma Milano, mi sono disabituata ai ritmi, alle atmosfere, a quel senso di efficienza pragmatica che corre negli areoporti e pare spalmarsi sui tailleurs, sui gessati e sui cappotti cammello di chi corre dietro l’illusione di essere indispensabile per le sorti del mondo.
Disabituata.
In fondo mi sono disabituata a molte cose ormai. Un disorientamento tra contenuto e forma. Tra piano e sottostante. Mi dico per convincermi che le cose che mi mancano non sono importanti, l’importante sarebbe avere invece un manuale di istruzioni che mi dia le codifiche giuste. Così, tanto per fare un po’ meno cazzate.
Istruzioni.
Tutta d’un fiato questa mattinata. Riportare a casa la pelle era l’imperativo d’ordine. Credo di esserci riuscita. Forse con successo, o forse ho solo procrastinato l’agonia. Si fuma in una saletta che sembra un acquario. Io non fumo. Non so se fu una scelta consapevole. Ma ero una brava ragazza allora, e anche un’atleta, nel clichè completo il fumo era un tabù.
Cliché.
Sulle vite che ci è dato di vivere non credo che abbiamo l’ultima parola. Il più delle volte è un accidenti indefinito che accade. La mia, come molte altre – la gran parte – è una vita ricca e non in senso materiale, ma non sempre felice, talvolta insoddisfacente, qualche meschinità, ed anche qualche menzogna. Nella norma direi. Se non fosse che spesso accade di rivendicare alla nostra storia un diritto all’ eccezionalità.
Vita.
Assicuro che quando sarà il momento vi spiegherò tutto quel che so in proposito, ma a dire il vero nulla vive in me quanto la mia vita
(cit. Philip Roth, Professore di desiderio)
Haiti Chérie (ovvero: silenzio dalle macerie)
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 14 gennaio 2010
Lasciate stare l’opuscolo griffato che vi svende a 400 euro, volo escluso, un soggiorno all inclusive spacciandovi l’illusione del mare turchese, la sabbia finissima, il reggae, le donne dominicane, i loro culi svettanti e gli animatori locali, preda ambita di turiste a caccia del big bamboo (e qui sia la vostra fantasia a dirvi di che si tratta).
Cestinatelo nell’opportuno contenitore e prendetevi invece il dvd di un piccolo film italiano che ha fatto cassetta a Parigi: Haiti chérie.
Sedetevi comodi e guardate il paese più povero del mondo, lavoro durissimo e sottopagato, la crudeltà dei guardiani delle piantagioni, la negazione di ogni diritto.
Non è finzione.
E’ la vita di ogni giorno in un batey dominicano. I batey sono dei villaggi costruiti in mezzo alle piantagioni di canna da zucchero, nei quali i diritti umani non esistono, ed i lavoratori – tutti provenienti da Haiti, quindi dalla stessa isola, grazie ad un’autarchica e discriminatoria politica di immigrazione – vivono come schiavi, senza servizio sanitario, senza acqua corrente e senza istruzione per i loro bambini. Ne esistono circa 400.
Una terra strana, dove puoi perdere il tuo diritto di esistere ed essere cittadino solo varcando il confine della Repubblica Dominicana. Partire da Haiti e arrivare a Santo Domingo per uno schiavo si può, peccato che perda la sua nazionalità, ma non acquisti quella dominicana, divenendo così di fatto un prigioniero.
Il terribile terremoto? Solo l’ultima, terribile, piaga di una situazione di povertà estrema, dove neanche il voodoo – parola che nel vecchio linguaggio dahomey significa “spirito” – nato e sviluppatosi come società segreta, utilizzato fin dai primi sortilegi dagli schiavi per evadere dalla realtà, è riuscita ad arginare l’incubo di questa parte di mondo.
Ed ora spegnete il lettore dvd, senza passare dai social network perché tanto non è che dilaghi la grande mobilitazione che fece gridare al miracolo informativo nel caso dell’Aquila, trovatevi dove potete i numeri di cc e sms che veicolano aiuti a quei poveri cristi e versate qualche euro, le lacrime quelle, a riuscirci, ci affrancherebbero dal nostro eogoismo…oltre la cortina di fumo turchese e cristallino e il nero cioccolato di una pelle libidinosa ci sono uomini donne e bambini.
Accade a Rosarno (ovvero: il passato è una terra straniera)
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 9 gennaio 2010
E’ un paese che funziona così il nostro: sopito, dormiente, basito, non uno straccio di progetto che traini le giornate di slancio verso il futuro…poi all’improvviso la deflagrazione delle coscienze.
Accade a Rosarno.
Si grida allo scandalo, lo si fa come si sa e come si può, sfruttando il web come l’ultimo ta ze bao, che garantisce diritto di urlare dal caldo delle stanze, ché tanto a metterci la faccia si fa sempre in tempo e manco a pensare di raggiungerli quei poveri cristi ché la Salerno Reggio Calabria è peggio della lotteria di capodanno senza uno straccio di premio da vincere.
Poi ti fermi un attimo a pensare e ti chiedi quando è nato il problema, di chi è figlio questo delirio.
E allora mi indigno sì per le spranghe e per i tumulti, ma ancora di più per un nonsenso collettivo che ha abbracciato la crociata della sicurezza come fosse l’antidoto al male. Non c’è fenomenologia antropologica che ad una attenta lettura non potesse dare spunti di riflessione su ciò che il mondo è diventato, sul rischio polveriere che si genera in qualsiasi posto civile, se le politiche non fanno lo sforzo generale di cambiare prospettiva, di dotarsi di una visione e di andare al cuore del problema per capire e forse risolvere. Sì al cuore, rosso come le piane di pomodori, cupo come gli anfratti in cui i cadaveri degli schiavi sono stati buttati come carcasse sfatte e accadeva solo lo scorso anno. Ma non c’è schiavo che un giorno non abbia sete di libertà. E nessun diritto fondamentale può essere alienato in nome di una presunta pericolosità. Tuttavia nessuno si è sforzato di andare oltre l’ovvio.
Che è? Ci spaventa e al contempo ci commuove il fatto che questa rivolta sia nera? Ma al di là del pietismo interrazziale, nel quale spesso ci piace crogiolarci in nome di un rinnovato buonismo a cui ogni tanto ricorriamo per metterci in pace con la coscienza, dovrebbe farci riflettere e sperare il fatto che una rivolta è ancora possibile. Non legittimo l’uso della forza, ovvio e a scanso delle critiche dei perbenisti, ma legittimo e stigmatizzo in maniera positiva la capacità di opporre una resistenza. Di alzare una voce fuori dal coro.
Quello stesso coro che conosce un solo motivetto: avrebbero dovuto pensarci le Istituzioni, lo Stato, la Regione…Già, ma chi sono lì le Istituzioni? E il sottobosco culturale che ammazza sul nascere ogni voglia di cambiamento, di chi è figlio? Il problema è che questo paese dimentica. In fretta. E nell’oblio seppellisce la sua possibilità di rinnovamento che può essere dato solo da quel senso di insieme che porta ad assumersi le proprie responsabilità, in prima persona, da singoli cittadini e cittadine, senza delega.
Il passato è una terra straniera, sotto la quale abbiamo seppellito le valigie di cartone, lo spago usato al posto delle cinture, il disinfettante di Ellis Island, i viaggi della speranza verso le fabbriche del nord e quei vagoni in cui l’odore del pane compresso in tovaglioli zuppi d’olio si confondeva con lo spavento e l’orgoglio di risulta di dover emigrare per poter dire: domani.
Non ne faccio una questione di colore politico (alla stessa stregua del colore della pelle), ne faccio una questione di orizzonti, di contesto. Tanto più in queste ore…sullo sfondo una battaglia politica che fa emergere la sconfitta della Politica nel suo senso più alto, il silenzio, il ripiegamento in se stessi alla ricerca ancora una volta di una candidatura che emozioni e non ha importanza che sia per una frangia o per un suggestivo -quanto inquietante per alcuni – elenco di battaglie per il progresso civile.
Manca la proposta, mancano le proposte, quelle serie, concrete che non sappiano di refrain, di rivincita e di vendetta, manca un senso collegiale delle decisioni mentre ciascuno sta nel suo recinto, nella sua polveriera, senza renderci conto che ci stanno spingendo sempre di più in un lieu du ban, letteralmente, “luogo del confino”…e da lì alle Banlieue non è solo un gioco di parole.
IO non sto tra gli integrati (ma poi a pensarci bene, neanche tra gli apocalittici mi trovo così bene)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 25 dicembre 2009
Arrivati a questo punto della storia credo fermamente che per vivere il Natale occorrano gli occhi di un bambino.
Bambino, bambinello, Gesù bambino…dovevano averlo capito perfettamente quei due se, pure con un low cost a bordo di un asino, decisero di far nascere ‘sto figlio il 24 notte.
(“Figlio”, perché la previsione dell’angelo fu più precisa di un ecografo: di maschio parlò e maschio fu).
Il Verbo si fece Carne…decisa e testarda Maria obbedì.
Co’ sto lenzuolino azzurro a fargli da mantello senza il dress code tipico di una puerpera, fiera e orgogliosa nella sua mestizia, sfuggendo alle insidie del plot narrativo (il cattivo, il dramma, la povertà, l’impossibilità, il freddo, l’eroe, la vittoria, il lieto fine) ci consegnò in pasto alla storia.
Il Verbo si fece carne… ma nessuno ci aveva spiegato che la carne marcisce, imputridisce, dopo un po’puzza. E non basta la fede, la speranza, e perché no? pure la carità…il puzzo arriva.
Non ha importanza se sono 6.000.000 di ecoballe in cerca di terra, le braghe piene di umori dei cadaveri di donne scaraventate nei fossi, il mocciolo dei bambini agli angoli dei semafori, l’odore stantio di una povertà che riguarda milioni di persone, l’afrore minaccioso della vigliaccheria che impasta gli animi.
Non ha importanza se a coprirlo si usa vecchia e pregiata lozione inglese, se si siede sugli scranni del potere, se ci si batte il petto alla Messa di Natale per mostrare a tutti il volto amico del compromesso, se si imbandiscono mense per poveri da vetrina, mentre la verità resta solo un’arma a doppio taglio nelle mani di chi non sa che farsene o non può farsene nulla…la vaniglia dei dolci nel forno, gli aghi dei pini dell’albero in salotto… non ha importanza, il puzzo arriva.
Che poi, le premesse c’erano tutte se ‘sto ragazzino venne alla luce in una stalla, tra le balle di fieno e l’alito, non certo vigorsol, di un bue e di un asinello.
Mi chiedo se è per questo che usiamo tutte ‘ste luci, la carta colorata, i nastrini, i decori e i dolcetti, la bontà stampata sul cuore dell’Amazzonia e destinata agli inceneritori. Sarà mica per stornare altrove la contrazione di stomaco, il conato di vomito…?
Sempre più convinta, il Natale non è roba da grandi!
In tutta ‘sta caciara chi si ricorda più della faccenda del figlio di Dio e l’attesa della notte silenziosa, la coltre di neve a sospendere il respiro, i desideri cantati e scritti su pergamenine d’oro e i sorrisi infilati nei golfini caldi, i bisbigli, i sussurri di chi immaginava ma taceva (forse perché già così la paura prendeva lo stomaco, ‘ché senza il sogno che vita sarebbe)?
Ieri notte lo stupore negli occhi di mio nipote mentre un Babbo Natale camuffato portava il sacco dei doni passeggiando in giardino…non so dirti se ho provato gioia nel vedere i suoi occhi guardare pieni di luce ed incontaminati questa notte di stelle, acciuffare i suoi sogni e gioire saltando e gridando, mentre pensavo che poi in fondo tutti i sogni si nutrono di inganno ….
….e io che di ottimismo e speranza ho fatto il mio mantra quotidiano, non ho fatto in tempo a chiudere gli occhi e voltarmi dall’altra parte che il terreno già franava sotto i piedi e mille cunicoli si aprivano….ora sgrano come in un rosario le domande che non ho mai posto e le risposte che non ho mai ascoltato, sfilo perle di parole mentre con le dita arrotolo ciuffi di capelli e il silenzio, il silenzio è l’unica cosa che mi è cara …sottrarre tutto il superfluo e ciò che resta è l’Essenziale…
a me m’ha rovinato il catechismo (ovvero: dell’essenzialità del dono della sintesi)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto, vogliamo anche le rose il 22 dicembre 2009
In principio era il Verbo!
Ecco, la lezione iniziò proprio con queste parole, che senza accorgermene marchiarono il mio futuro, diventando sostrato del mio IO.
La Parola, le Parole!
Sempre troppe, a volte poi a sproposito…declinate in ogni modo. Ma c’è il caso che se non ascolti bene l’interlocutore, pensi di doverne dire sempre qualcuna in più che spieghi meglio e poi aggiungerne altre che chiariscano e poi altre ancora che enfatizzino e poi altre che colorino…fino a divenire un troppo che una volta uscito fuori non puoi più ricomporre…il Vaso di Pandora insegna, ma me ne ricordo sempre dopo.
E fu così anche allora. Nell’aula assolata, la brina sugli alberi e il calduccio che portava l’odore dei dolcetti (ancora lo sento nelle narici, novella madeleine di proustiana memoria), mentre Suor Renata spiegava, a me piacque tanto ‘sta faccenda di Dio che era Parola che mi estraniai dal contesto e mi fermai ad esaminare il caso.
Insomma se Dio, proprio Lui, scelse di essere parola allora voleva dire che la Parola viene prima di tutto, del mondo della luce della notte degli uomini e delle donne e pure dei serpenti…la Parola: spiega, parla definisce, sfugge, delinea, Suprema…non fosse stato così, chessò, Dio sarebbe stato Silenzio, meditazione, riflessione, invece no, lui fù Parola.
Presa dal mio delirio mi fissai su questo argomento e mal me ne incorse, perché non ascoltai bene il resto della lezione, che avrebbe invece potuto chiarirmi più di qualche dettaglio.
Si narrava di una visita di un certo Gabriele ad una fanciullina di uno sperduto paese della Galilea, tale Maria. Questi un giorno, si presentò da lei, bussando in verità, dicendogli con molta calma che avrebbe partorito il Figlio di Dio; così senza tanti giri di parola
Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine“.
Allora Maria disse all’angelo:
Come è possibile? Non conosco uomo.
Le rispose l’angelo:
Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo.
Fossero stati gli amici di quell’altra Maria (la De Filippi), quelli avrebbero dato l’annuncio più o meno così:
minchia Marì, ma quanto sei bella! Oh, tu si che sei ‘na persona ‘speciale! E lo sai che io dico sempre quello che penso, perché io so’ ‘na persona vera, ‘na persona sincera, a me le falsità m’ammazzano: Marì, c’avrai ‘n figlio, così, senza inciucià, cor dono dello Spirito Santo!
Per tornare a Gabriele, dunque, senza tanta enfasi questi in quattro e quattr’otto le aveva detto che non solo avrebbe partorito il Figlio di Dio, ma che lo avrebbe fatto senza seguire le procedure di rito!
Pensi che sia una balla?
Invece no, pare che le modalità sarebbero state proprio quelle: avrebbe avuto lo strazio del parto, ma manco alla lontana il piacere di un gesto erotico, neanche un po’ di passione (anche se quella, seppure in altra forma, sarebbe arrivata 33 anni dopo).
Comunque, fatto ‘sto annuncio, cosa pensi abbia fatto Maria?
Pensi che abbia aperto un blog per raccontare i suoi spasmi e i suoi tormenti? Che abbia postato dei suoi dubbi, in cerca di compassione spiccia per come la gente l’avrebbe trattata, e chi le avrebbe creduto, e poi quella faccenda del ripudio, o di come sarebbe stato crescere un figlio da sola?
Credi che si sia aperta un profilo su Facebook, per raccontare, spiegare…
Pensi che sia andata ad un talk show, per provar l’ebbrezza dell’arena? e dire…e il senso e il dramma e
Giuseppe ti prego di credermi…e…sai a volte le cose vanno come vanno…e…se io e te insieme contro tutti…e…l’ Angelo ha bussato, mi ha detto, non è dipeso da me, te lo giuro, credimi, ti prego…io e te tre metri sopra il cielo !
(il fatto che poi in cielo ci andò ugualmente è un dettaglio che a questo punto del post non rileva).
NO.
Maria non fece nulla di tutto questo, non usò migliaia di parole, ne usò una, sola, lapidaria, secca e con quella mise a tacere le comari del rione, i saggi della legge e pure Giuseppe, disse:
SI!
prese la borsa, partì per Ayn Karin ed entrò nel mito!
Damoje un tajo (ovvero: di correnti, pensieri, anni che finiscono e verde speranza)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 11 dicembre 2009
Dice, damoje n’ tajo!
E a vorte po’ esse ‘na soluzione non solo pe’ rinverdì un look un po’ stantio, ma anche pe’ lasciasse alle spalle quarche zavorra, ché de ‘sti tempi è mejo viaggià leggeri.
Dice, che fai voj ‘na rivista?
E’ bastata n’occhiata alla Tatangelo e a quell’aria de signora perbene che occhieggiava dalla copertina pe’ rifiutà gentilmente co’n cenno della testa. (quarcuno che je ridia er verde dei suoi vent’anni pora fija, che me fa’ ‘na pena!). E così tra ‘na sforbiciata e ‘n’artra cadevano pe’ terra ciuffi e pensieri.
Allora me so detta, portamose avanti col lavoro, ché tanto arrivà ar trentuno de dicembre è n’attimo e pe’ tira le somme de’ st’anno da sturbo nun è necessario aspettà n’artre du’ settimane.
…se me ricordo er friccicore de gennaio, quanno cor miracolo de Obama se semo creduti che tutto sarebbe stato facile, sembrava che er futuro potesse scivolà liscio come l’olio, le speranze, l’orgoglio, lo sguardo ispirato, il cielo azzurro e gli occhi del mondo a beasse de quelle parole che parevano sgorgà dar core come acqua de fonte. S’eravamo detti: tanti piccoli Obama cresceranno, ma è durato lo spazio de ‘no spot. Ammainata la bandiera se semo rituffati nella bolgia quotidiana ed è stato come pijà ‘na tranvata in faccia.
Li cortei de protesta pe’ la scòla, il sacrificio de Eluana immolata sull’altare de l’ipocrisia, in un paese che nun è pù in grado de distingue er pudore dar clamore. E poi li stupri e la caccia all’untore, gente che è morta de botte in attesa de’ giudizio, canaje clandestine contrabbandate co’ quarche chilometro de infrastrutture. La crisi, li sordi che nun ce stanno, le promesse che nun se possono mantene’. Li cornicioni intasati de operai in protesta che sembra de’ sta’ a via der Tritone alle 11,00 de mattina.
Pure la terra s’è messa a trema’, pe’ la paura de quello che je toccava vede’, e in una manciata de minuti s’è inghiottita tutto, case gente, passato e futuro. Polvere di stelle pareva pe’ la parata coi grandi del mondo. E poi le fiamme dalle rotaie a divorà er sonno de li poracci che so’ rimasti intrappolati come topi e ancora l’acqua e er fango a inghiottì l’approssimazione e la mancanza de senso de un paese che vive senza progetti e senza orizzonti.
Manco a di’ che te poi raccomannà ar politico de turno, nun sai ‘ndò trovalli, se a letto co’ quarcuno/a o ner salotto televisivo de quarche affabulatore rigenerato. E poi co’ tutte ‘ste correnti, tocca pure ‘sta attenti , te giri de scatto è n’attimo a rimane’ fregati! Eppure s’era detto: chiudete le finestre, patti chiari, la gente deve da capi’.
Già, la gente, er territorio e la consapevolezza amara che tutto cambia per non cambia’. E allora te passa pure la voja de parla’ de ste cose, perché nun c’è più rispetto, se urla pe’ vede’ chi ce l’ha più duro (l’udito, che avete pensato!!!)…belli i tempi de la dialettica o de’n contraddittorio…co’ bona pace de Platone.
E nun so con chi sfogamme, ché quelli dell’età mia so’ divisi in du blocchi contrapposti e non sanno più a che colore votasse pe’ rida’ un po’ de dignità ar futuro che incalza…incalza? il futuro?…magari…stufo com’è de aspetta’ che quarcuno je dica: Avanti c’è posto!
Quelli più giovani poi…te se fa’ un core come ‘na nocciolina a pensa’ ar precariato, alle sfide che non je so’ consentite, alla fame e alla sete de rivalsa che ce devono ave’ in dotazione pe’ pote’ aspirà a squarcia’ er buio. Nun c’è manco più la speranza der riscatto sociale, ché se nasci in na famija de gente povera ma onesta nessuno te garantisce che ja poi fa’ e er merito è ‘na chimera sconosciuta.
Raccontata così sembra ‘na tragedia, ma poi considerando er fatto che riesci ancora a fatte du’ risate e a non pijàtte troppo sur serio, che è poi la vera pandemia de’ sti tempi de gloria effimera, riporti lo sguardo ar particolare e torni a respira’.
E riesci pure a sorride pensando a quelli che te vojono bene, vecchi e novi amici, quelli che so’ riusciti a fa’ quarcosa che je premeva particolarmente, quelli che te sopportano e ti supportano…e il friccichio che scote ancora er core e li sogni e la speranza de fa’ quarcosa de utile e de bono, perché tanto è inutile rimanda’ a quarcun’ artro le responsabilità che se potemo assume co’ un po’ de coraggio… e sì chiamamolo coraggio, chiamamola speranza e se proprio ve volete azzarda’ lo potete chiama’ pure Natale ( basta nun cade’ nella tentazione de’ contrabbanda lo svilimento dei poveri e la protervia dei ricchi co’n'analisi dei consumi).
E co’ la consapevolezza che tutto quello che è successo resterà comunque appiccicato addosso come un debito irrisolto, m’avvio a brinda’ alla fine de’ st’ anno infame…dice che li slanci e le ripartenze so’ sempre pieni di promesse…
dice che la frangetta me’ dona, dice che faccio tajo?
Esci dalla tua terra e va…(ovvero di esortazioni, direttori della Luiss, antico testamento, nuove generazioni, nani e giganti)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 1 dicembre 2009
Sarà per questi tempi apocalittici che viviamo, ma l’invito ad Abramo è stata la prima cosa a cui ho pensato leggendo la lettera del Direttore della Luiss , che esortava il proprio figlio a lasciare questo paese. Solo che là c’era un’ invito, una terra promessa verso cui andare, nel consiglio odierno si tratta per lo più di una terra deturpata da cui fuggire.
Ho trovato questa lettera suggestiva, malinconica, amara, reale, tuttavia non sono d’accordo. Questo paese è alla frutta, esprime oramai con una crescita esponenziale i propri lati peggiori, senza censura, senza veti, senza vergogna, verso un abisso che sembra non aver fine. Ma non per questo io mi sentirei di augurare ad un figlio e ad una figlia di abbandonare tutto per andarsene.
Che volete, il mito del paese lontano affascina, proprio per la scommessa di futuro che contiene, ma è veramente tutto oro quello che luccica ?
Il fatto vero è che da noi non è più aria di camminare sulle spalle dei giganti, il nanismo morale ed intellettuale di chi precede le nuove generazioni non consente più slanci verso il futuro. L’orizzonte è striminzito e lo sguardo su di esso è rimasto intrappolato al di qua della siepe. Ma è proprio per questo che chiederei ad un giovane e ad una giovane caparbi e capaci, di spendere tutte le loro energie per formarsi una coscienza nuova, formarsela dove vogliono, come vogliono, ma poi tornare qui e spenderla per seminare il nuovo tutt’intorno…Qui.
Ce n’è bisogno come non mai, per non continuare a dover sperimentare ogni giorno la logica dei potentati, per continuare a credere che una speranza ancora c’è.
A causa di una nuova avventura che mi coinvolge in prima persona, sono chiamata a dover effettuare scelte strategiche, anche di un certo rilievo. Mi sono chiesta più volte quale fosse la linea da seguire per agire nel rispetto dei miei principi, senza cedere al compromesso della via più facile e sperimentata da sempre…beh…mi sono accorta che questa linea può essere tracciata solo se posso avvalermi del contributo di giovani uomini e giovani donne capaci di progettare un futuro e di farlo qui, non in posti lontani o in altri paesi. Qui, dove proprio lo stato di emergenza impone di vigilare come sentinelle, per non lasciare che anche l’ultimo baluardo crolli giù.
I giovani, la loro educazione culturale, la loro coscienza critica, il morbo della curiosità che sapremmo instillare come una pandemia, questa è la linea.
Dovremmo solo tornare a credere che possiamo essere ancora dei giganti e che non è tutto perduto.
In fondo, una memoria storica ancora la conserviamo e se non la seppelliamo definitivamente sotto le facili spoglie dell’amarezza, forse riusciremo anche a passarne qualche frammento a questi giovani.
Non chiediamogli di andarsene, è facile e a noi non richiede alcuno sforzo, se non di recitare la parte mediocre e rassegnata di quelli che restano a sventolare un fazzoletto bianco, mentre la nave abbandona il porto.
Piuttosto, chiediamo a loro di restare e a noi di assumerci tutta la responsabilità di rialzare la testa, di tirare fuori il petto e con un grande sospiro sollevarci su, da terra, per camminare di nuovo, come giganti, con lo sguardo diritto. Prendiamoli sulle nostre spalle ed insegniamo loro a guardare verso l’orizzonte e a riconoscere che quello che vedono si chiama Futuro.
malìa
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 22 novembre 2009
Quando l’ho vista dall’altra parte della strada non ho esitato a riconoscerla. L’ombra potente dei platani non disturbava affatto l’aurea che emanava dal suo profilo. Eccome se l’ho riconosciuta al volo! Quella figura volitiva, l’aria distratta, l’incedere muschiato…Malìa…tra mille ombre l’avrei riconosciuta. Per un attimo ho avuto la tentazione di girarmi dall’altra parte, nelle narici l’odore del tempo, premeva già nello stomaco un ritmo a ritroso. Di anni ne sono passati, ma avevo dimenticato che il destino gioca a dadi, che a volte riapre i conti, forse ti fornisce un’ opportunità, forse c’è una voce nascosta che nessun bavaglio riuscirà mai a far tacere del tutto, forse … Ho imparato col tempo che il gioco degli equilibri si tiene su calcoli che non necessariamente troveranno mai la loro quadratura e che il caso è l’altra faccia del destino. E così l’ho guardata di nuovo, un attimo di indecisione…avrei potuto tirar dritto, far finta di nulla, lasciar cadere nel vuoto la voce delle sirene…ma l’ho guardata dritta in faccia e con gli occhi negli occhi ho attraversato la strada e l’ho raggiunta, stringendola in un abbraccio, fondendomi con lei. Com’è il tinnio di quelle parole che giacciono chiuse in un cassetto ?
…Tu che raccogli la ragazza abbandonata sulla curva degli anni e mi cimenti acqua di vita a bere alla tua fonte, lo sai che il fuoco rosso del tramonto non lo spegne neanche il buio della notte?…
riecheggiano ora, e mentre la malinconia sorride nei miei occhi e il passo dondola al ritmo di un tamburo parlante proseguo il cammino, con lo sguardo di là dalla strada…solo l’ombra potente dei platani e il catrame sull’asfalto, che ricopre il selciato come amalgama sulle piume.
(a te)
la speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vogliamo anche le rose il 9 ottobre 2009

Me permito enviarle estos papeles que creo le interesarán y que no he podido dar a la publicidad hasta ahora. Tengo todos los originales de estos versos. Están escritos en los sitios más diversos, como trenes, aviones, cafés y en pequeños papelitos extraños en los que no hay casi correcciones. En una de sus últimas cartas venía la “Carta en el camino”. [..] Mi persona no tiene importancia, pero soy la protagonista de este libro y eso me hace estar orgullosa y satisfecha de mi vida. Este amor, este gran amor, nació un agosto de un año cualquiera, en mis giras que hacía como artista, por los pueblos de la frontera franco española. Él venía de la guerra de España. No venía vencido. Era del partido de Pasionaria, estaba lleno de ilusiones y de esperanzas para su pequeño y lejano país, en Centro América. Siento no poder dar su nombre. Nunca he sabido cuál era el verdadero, si Martínez, Ramírez o Sánchez. Yo lo llamo simplemente mi Capitán y éste es el nombre que quiero conservar en este libro. Sus versos son como él mismo: tiernos, amorosos, apasionados, y terribles en su cólera. Era fuerte y su fuerza la sentían todos los que a él se acercaban. Era un hombre privilegiado de los que nacen para grandes destinos. Yo sentía su fuerza y mi placer más grande era sentirme pequeña a su lado. Entró a mi vida, como él lo dice en un verso, echando la puerta abajo. No golpeó la puerta con timidez de enamorado. Desde el primer instante, él se sintió dueño de mi cuerpo y de mi alma. Me hizo sentir que todo cambiaba en mi vida, esa pequeña vida mía de artista, de comodidad, de blandura, se transformó como todo lo que él tocaba. No sabía de sentimientos pequeños, ni tampoco los aceptaba. [..]Sus grandes manos eran, en este momento, de una blandura dulce y en sus ojos se asomaba entonces un alma de niño. Pero había en mí un pasado que él no conocía y había celos y furias incontenibles. Éstas eran como tempestades furiosas que azotaban su alma y la mía, pero nunca tuvieron fuerza para destrozar la cadena que nos unía, que era nuestro amor, y de cada tempestad salíamos más unidos, más fuertes, más seguros de nosotros mismos.[..] Tenía la misma pasión que él ponía en sus combates, en sus luchas contra las injusticias. Le dolía el sufrimiento y la miseria, no sólo de su pueblo, sino de todos los pueblos, todas las luchas por combatirlas eran suyas y se entregaba entero, con toda su pasión. Yo soy muy poco literaria y no puedo hablar del valor de estos versos, fuera del valor humano que indiscutiblemente tienen. Tal vez el Capitán nunca pensó que estos versos se publicarían, pero ahora creo que es mi deber darlos al mundo.
Saluda atentamente a usted.
Rosario de la Cerda
Non chiedermi perché mi sia tornata in mente questa missiva…artifizio letterario che accompagna il plico di scritti di Neruda, che va sotto il nome de ” I Versi del Capitano”…sarà forse per quel tratto distintivo che in particolar modo mi coinvolge, tutto circoscritto nel senso di appartenenza e di possesso non solo ad un uomo quanto ad un ideale di giustizia e di azione sociale, e che in te mi ispira particolarmente…o forse perché è difficile sottrarsi alla suggestione letteraria di una passione impudente che sottolinea senza troppi giri di parole il connubio tra amore e rivoluzione.
Sarà forse perché in questi giorni il circostante esalta e rimarca solo debolezza e viltà…o forse perché sono tempi così mediocri quelli in cui viviamo, che avere un Eroe a cui addebitare i miei sogni è una speranza a cui non so sottrarmi. E non ha importanza se, come accade, questo Eroe sia solo il frutto di una idealizzazione oltremisura; ciò che conta è il sentimento che è in grado di generare: spingere l’azione verso il compimento dell’Ideale.
Come avrai visto ho passato gran parte dell’ultimo periodo ad indignarmi, dicendo, contrastando…da un po’ di giorni però sto in disparte, da quando dando ascolto al coraggio, anziché ripiegarmi sulla mia indignazione, ho prestato orecchie cuore e mente a ciò che accade…e ho trovato un rivolo, che a poco a poco sta diventando un fiume di belle speranze, verso qualcosa che non solo saprà di buono, ma sarà anche un bene per molti.
Contrastare il divario tra chi ha opportunità di sviluppo e chi non le ha, contrastare la privazione sociale che impedisce ai più piccoli di lanciare una scommessa verso il proprio futuro…di questo mi sto occupando in questi giorni pieni di fermento e al contempo pieni di te.
Certo, può esserci molto della letteratura e della poesia di cui ho infarcito le mie letture, in questo sentire rivoluzionario…com’è che si diceva…
Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo.
ma tant’è !
Mi stupisco, io per prima, di come la pacatezza dell’agire abbia preso il posto dell’aggressività…e nel prenderne atto sento ancora di più la tua infuenza…anche se non ti nascondo che delle punte ogni tanto lancinano il petto…
d.
Ma quale Twit… e per cortesia non datemi del tu!
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 25 settembre 2009
L’aria non è proprio cristallina, non è il settembre che ti aspetti in una città come Roma… sarà l’ansia precaria che precarizza anche le cose più stabili e consolidate. C’è chi manifesta per il proprio posto di lavoro, chi per denunciare i sorprusi di una società che ha dimenticato il proprio patto, chi attacca fiocchi rosa alle biciclette per ricordare una qualche malattia…
E’ tutto un post it di cose appiccicate lì, per essere ricordate sottolineate portate all’evidenza, per bucare la marmellata oppiacea nella quale abbiamo affogato la nostra capacità di discernere.
Ma in fondo che ce ne frega a noi? “140 caratteri e puoi sentirti al centro delle cose” e il cinguettio che fa rumore basta a coprire l’orrendo silenzio che corre sulla vita, che comunque fa il suo corso.
Una mia amica su fb scrive stamattina nel suo status: Tristezza! Resto un attimo perplessa, che faccio passo di lì, marco il territorio e lascio un commentino o mi chiedo “perché?”, in un afflato umano che travalichi il confine tra l’essere persone o avatar? Nel mentre che scrivo ‘ste quattro righe, lei mi risponde e mi racconta una storia di nascita e morte.
Ecco, lo vedi, ho detto storia.
Avrei dovuto dire “fatto”, perché è una cosa accaduta, contestualizzata, reale, collocata in un luogo e in un tempo.
Già, il tempo. Ne ho scritto un po’ di tempo fa.
Il tempo non esiste, esiste solo l’atto di misurarlo
Era l’opinione di una voce autorevole, un attento osservatore dell’evoluzione di questo mondo virtuale, che percorreva la rete a volte precorrendola.
Anche secondo me il tempo non esiste. E’ solo una convenzione. Del tempo posso misurare i termini di unità o dis unità: lo misuro nel suo lento progredire, o regredire, o piuttosto misuro ciò che il tempo mi ha regalato, o che mi ha sottratto, misuro i sogni che fanno fatica a stare dietro agli anni, o viceversa gli anni che non ce la fanno più a stare dietro ai sogni; in questo modo lo rendo esistente. Ma non solo, perché con l’unità o dis-unità misuro un progredire lineare, ma anche i mutamenti che accadono: misuro i miei nove chili in più, le macchie sulla pelle, ciò che scrivevo un anno fa e che a rileggere oggi mi fa sentire sciocca…mutamenti. Anche se, considerando l’atto del misurare, non faccio che considerare il tempo solo nella sua declinazione passata, perché impossibile è misurare ciò che ancora non è stato.
Ecco, divago come al solito.
I mutamenti, il tempo, i fatti piuttosto che le storie, cos’è che tasta veramente il polso della realtà che realmente accade? Può bastare un twit o uno status? Può bastare un contenitore, trasversale, cross mediale a definire il nostro mutamento e con esso ciò che sta mutando intorno?
Dice che oggi le reti professionali si costruiscono così, ed è vero…
Dice che c’è una nuova scienza che studia il lato oscuro di internet, quello che induce a certi atteggiamenti; sarà la solita paura del nuovo o il reale pericolo di un atteggiamento seduttivo vicino alla manipolazione ?
Ma va di moda parlarne, e allora due tre concetti sui sn, si discetta un po’ e puoi avere la sensazione di essere nel cuore della cosa.
I social network. Hanno preso l’abitudine di chiamarli frontiere.
Ma frontiere de che? É forse un traguardo raggiunto dall’umanità nel segno di una conquista sociale? O una cesura, una linea di confine che divide il mondo in due parti: virtuale e reale? quasi peggio della Borda però, visto tutti i buchi attraverso i quali si può passare da uno stato all’altro senza accorgersene, mescolando la vita con gli status e viceversa!
Io so solo che inizio a scocciarmi di sentirmi definita nel tempo o nello spazio solo se sono su fb o se sei tra i miei contatti di fb, e questo accade anche negli incontri dei cosiddetti addetti ai lavori. Questo definirci e definirsi nell’angusto alveo di un twit, ora, qui, tu, io…
C’è altro oltre.
E questi articoli, libri, inserti, approfondimenti, convegni, seminari che ogni giorno tentano di spiegare alla massa perché fb o twitter siano un fenomeno di massa, non so quanto realmente arricchiscano il dibattito scientifico o deturpino piuttosto lo scenario informativo e comunicazionale, che già di suo non vive momenti di gloria, ma poi adagiato su queste scorciatoie abdica definitivamente al proprio ruolo. Forse più che di descrizioni dell’ovvio, ci sarebbe bisogno di incoraggiare la crescita della consapevolezza nell’uso dei mezzi, facendone veramente uno strumento di utilità sociale.
Se solo recuperassimo un orizzonte, quello sì veramente trasversale e la finissimo di pensare che ogni nuova scoperta sia l’ultima, l’unica, quella che cambierà in maniera risolutiva le nostre vite, ricordandoci invece la ricetta del buon Musil
Dobbiamo cercare di vivere come se fossimo nati per trasformarci dentro un mondo creato per trasformarsi, pressappoco come una goccia d’acqua dentro una nuvola
(a Mauro, che ha fatto click)
Controllo ed equilibrio : gli svizzeri lo fanno meglio (ovvero della perduta Reputazione)
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 20 agosto 2009
E’ una questione di etica, che pensate!
Lo vedo io il pensierino malizioso che vi sta attraversando lo sguardo. Ma qui è una questione di denaro, e no, non c’entrano le escort.
Contro l’evasione Berna collabora.
Titola così il Soie 24 ore, a proposito dello storico accordo tra Svizzera e Stati Uniti sul segreto bancario. I dettagli dell’intesa, resi oramai ufficiali, prevedono l’uscita con effetto immediata di Berna dal capitale della prima banca elvetica, l’UBS. Il discorso è molto semplice e lineare, almeno per gli americani: grazie ad un’ indagine USA, si scopre che un manager dell’ UBS, Bradley Birkenfield, aveva aiutato alcuni cittadini americani a frodare il fisco e ad evaderlo, occultando fondi financo a nascondere diamanti nel tubetto del dentifricio. A questo punto, la maggior banca elvetica si trova stretta nella morsa della crisi reputazionale , un intero sistema bancario sotto accusa, di contro l’ America, che fare? Nascondersi dietro un dito? Creare sistemi di copertura? Niente affatto, semplice chiara ed efficace la soluzione la fornisce un accordo tra i due Paesi: la maggior banca elvetica eviterà processi e multe, ma dovrà attraverso il governo di Berna, consegnare alle autorità Usa 4.450 nomi di clienti fortemente indiziati di reati e infrazioni fiscali. Una collaborazione inedita, che rispetta formalmente le norme elvetiche sul segreto bancario, visto che l’assistenza amministrativa verrà gestita da Berna caso per caso. E gli indiziati avranno tempo fino a settembre per autodenunciarsi epagare quanto dovuto al fisco americano.
Probabilmente anche un escamotage per uscire al più presto dalla lista nera stilata dall’Ocse sui paradisi fiscali, ma senza dubbio alla base di tutto c’è l’identità reputazionale e la vogli adi salvaguardarla.
Se caliamo lo sguardo entro i confini delle Alpi, pare chiaro che non sempre tutto funzioni così semplicemente, che l’etica e la questione reputazionale, cioè, abbiano un valore massimo rispetto alla salvaguardia del capitale e delle risorse sottratte al capitale pubblico. E così mentre da noi i commercialisti rivendicano un ruolo da pubblici ufficiali, per garantire l’erario e togliersi di dosso la triste fama di traffichini ad uso e consumo di occultatori di tasse, arriva da Londra la ricetta di Lord Griffiths:
serve più trasparenza sui mercati e una migliore diffusione delle informazioni sugli istituti finanziari. Perché la crisi ha una dimensione etica che non va affatto trascurata. E nessuna misura potrà mai bastare se non si afferma una cultura dell’integrità morale e se non si sceglie il personale sulla base dell’indole oltre che della competenza.
Non è certo difficile essere d’accordo con lord Griffiths, semplici chiare ed efficaci le sue parole, ma…e non si può prescindere da questo ma …prestiti concessi a finanzieri di dubbia fama, bonus e stock options dei banchieri, un sistema bancario altamente e profondamente autoreferenziale, un equilibrio di poteri rovesciato con lo Stato in bancarotta che dipende dalle Banche e dalle loro cassaforti, boom, mutui, derivati, bolle immobiliari che manco l’orticaria…allora mi chiedo come sia possibile, in tutto questo ginepraio, ritrovare il lembo sommerso della parola Etica. L’Etica quella vera, però, non quella che serve a rispolverare la facciata, ma quella che fa delle CSR un’operazione di contenuto e non una leva di Marketing. Etica e Reputazione e un mercato onesto, che in assenza di quei requisiti ti metta ai margini. L’ Etica come codice di una Comunità Civile… ché per la legge morale ci sono altri giudici e non si sente il bisogno della loro interferenza
Bisognerebbe crederci, esserne convinti, e soprattutto prevedere che senza di quella, senza l’Etica, con la crisi del sistema sociale, i disoccupati che avanzano ( in tutte le accezioni del termine), i giovani che non trovano lavoro, un sistema formativo che ha abnegato al proprio ruolo a livello istituzionale, lasciando agli eroi quotidiani il compito di assolvere il proprio obbligo, sarà difficile uscire a riveder le stelle.
Check and balance.
Le categorie sociali che ho citato e comunque tutte quelle che sono fuori dai grandi sistemi, non hanno bisogno di un master in Business Administration a Fointanbleu per capire che solo grazie al Controllo e all’ Equilibrio oggi si può sopravvivere…
cento campane
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, peccati D gola il 14 agosto 2009
Verde e dolce l’involucro, aspro e denso il ripieno, tortelli al te verde e tonno e acini d’uva in vellutata di zucca a S.Salvatore in Lauro.
Si sta così, tra amiche, si festeggia un compleanno…e le chiacchiere, le voci, le risate si stemperano mentre man mano mi allontano, mentre in bocca si scioglie un bocconcino di capasanta scottata e la vellutata di melanzane accarezza il palato…ancora una volta straniera…
E’ la luce di questa città, che con quest’aria tradisce e all’improvviso ti arpiona al cuore con una malinconia che neanche il rosso, che nel calice lascia un profumo denso di frutta, riesce a disarcionare. Potrei giocare all’infinito con la crosta di caramello e sesamo che fa da nido ad una pallina di crema alla noce, mentre lo sguardo corre tra i portoni che si dischiudono e le finestre che occhieggiano. Via dei Coronari, via dei Tre Archi, vicolo di San Trifone, le botteghe degli antiquari chiuse e il mistero che aleggia nei colori …non è forse qui che Lancelot Edward Forster cercava la piazza con i delfini i? …ma quello era uno sceneggiato…
cosa diceva Byron?
Un soffrire silenzioso e intenso;
la rupe, il vùlture, e la catena,
tutto ciò che gli orgogliosi riescono a sopportare,
l’angoscia che non mostrano,
il senso soffocante della sventura,
che non parla se non in solitudine…
AAA Indignazione cercasi
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 11 agosto 2009
Circeo, Lt, 41 anni, stuprata, in fin di vita…
Non ho trovato tracce di indignazione né nei Tg, né sulla stampa, né traccia nelle crociate pizza e fichi che si imbastiscono su feisssbukkk…
La piattaforma che mette in campo stuoli di partigiani, comunisti, socialisti, fascisti, difensori civici, legali, politici, club di ogni razza età sesso e religione, pro sagra della porchetta e aficionades dell’Iran libero, non ha dato segno alcuno di solidarietà ad una donna violentata da quattro animali e in fin di vita.
Anni fa, stesso luogo, stesso reato, la vittima divenne il simbolo di una battaglia femminista giocata in maniera laida sullo sperma e sul sangue di una romana, probabilmente oggi questo non è possibile perché quel sangue è rumeno, così come lo è lo sperma dei violentatori.
Tutti regolari
ci tiene a precisare lo scarno comunicato stampa e allora capisci che anche il confine della sicurezza non è più questione di certificati né di regolarizzazione.
Mi fa schifo questo sistema, mi fa schifo questo distacco.
Chi ha facoltà di decidere se è meglio lobotomizzarci con le prestazioni sessuali del presidente di un consiglio da banana republic o piuttosto dimostrare un po’ di Pietas verso l’assurdo cannibalismo con il quale divoriamo la nostra quotidianità?
Non è una fiction, chiaro? Non è un reality…e fino a che non avremo il coraggio di guardare negli occhi ciò che siamo diventati, non potremo lamentarci delle idiozie con cui ci nutrono giornalmente…
A quest’ora quella donna potrebbe anche essere morta e in fondo poca differenza passerebbe tra lei e quel poveraccio che tirava le cuoia davanti ai cittadini della metropolitana napoletana, qualche mese fa.
Cos’è? sconvolge gli schemi che i violentatori romeni non siano clandestini ma regolari, integrati?
Non merita indignazione la carne lacerata, tumefatta e torturata di una rumena?
Dove sono le femministe che sulla pelle di altre donne hanno giocato la loro partita ?
Dove sono coloro che riempiono le strade con i manifesti che inneggiano all’orgoglio gay sfidando l’opinione pubblica con la parola “razzista”?
E non c’è agosto che tenga ad un’omertà del genere, allo schifo di un paese in declino che sta perdendo di vista una cosa fondamentale: il riconoscimento dell’altro da noi.
Acqua
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 28 luglio 2009
Il braccio che fende l’acqua ha un che di estetico.
Ci pensavo oggi, sul far del mattino, mentre scivolavo lentamente in acqua, ( lentamente, perché io non sono una dea dell’acqua al pari di coloro che in questi giorni si sfidano a Roma). E’ un’abitudine oramai, più piacevole d’estate, quando la calura ti butta giù dal letto all’alba.
La mente che pensa, mentre il corpo si tende e contrasta la massa, può ritrovare una lucidità inaspettata. Soppiantando domande inutili ed oltremodo sterili. Cosa muove le nostre azioni? Cosa ti fa arrivare allo svuotamento totale, fino a crollare per un dispiego di energie senza pari? E l’agire deve essere necessariamente agito per non incappare in una distorsiva interpretazione della volontà a fare? E l’ambizione, pura semplice ambizione…senza alcuna mediazione valoriale…
Bastano solo un paio di bracciate e non c’è spazio per ‘ste stronzate, il superfluo.
E’ importante il coordinamento: il pensiero precede l’azione, l’azione segue l’azione, non puoi fermare il ritmo. E così il particolare si annulla nell’universale e l’ambizione è la molla che ti fa arrivare alla fine di una vasca ed affrontarne un’altra e poi un’altra ancora. Non c’è peccato né redenzione.
Si sta a galla solo in un modo: rinunciando al peso e trasformando il sacrificio in estetica leggerezza.
Un Capo Sciolto (critical mass, storie di stra-ordinaria amministrazione )
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 23 luglio 2009

Non tira un refolo di vento.
Già mi pare di sentire gli sbuffi: tra le lenzuola, sui terrazzini, per strada come anime in pena in cerca di chissà che.
Che poi mi chiedo che ci si lamenti a fare? E’ Luglio no? L’estate avrà pure il diritto di sfogare i suoi bassi istinti ed incendiare le nostre giornate!
Ma pare che adesso sia più difficile sopportare la pur più minima cosa e così se fa caldo ci bombardano con notizie, opuscoli, informazioni, martellanti, tedianti…rumori sordi, di sottofondo, fastidiosi come le zanzare….shhhhhh …non v’agitate.
Un tempo invece la sopportazione andava di pari passo con la pazienza e la capacità di ascoltare.
Ci pensavo adesso mentre salivo su per le scale rientrando a casa, sola con i miei pensieri.
Ho incrociato l’inquilino del secondo piano, ha perso la moglie da poco, non aveva il viso affranto ma non vuol dire niente, ciascuno viva il suo dolore come meglio crede, mi sono sola chiesta come potesse sentirsi in un anonimato quale quello metropolitano; un saluto veloce ” prende l’ascensore”, “ no grazie vado a piedi” …quasi un sussurro la voce, sarà il caldo.
Hassan fa l’apprendista parrucchiere, viene dall’Afghanistan, parla con orgoglio misto a pudore del suo paese, un accento bislacco e un bel fisico, cerca la sua strada con le mani nei capelli e un contratto precarissimo.
L’omino del garage è un ragazzo rumeno, gentile e a modo, quando la mattina saluto con un tono di voce simile al trillo mi osserva incuriosito, ‘stasera era a testa china su dei volumi giganteschi…mi ricordavano testi di procedura ma forse poteva essere anche anatomia, non saprei, la luce fioca dietro al gabbiotto non ha illuminato la mia curiosità. Nel pomeriggio ho scambiato un paio di battute con una donna brillante e volitiva, fa di ripiego l’impiegata in una cooperativa ma sogna la rivoluzione.
Un ragazzo serio e preparato, spinge con leggerezza il suo futuro, strappandolo ad una realtà che cannibalizza tutto per costruirsi una buona reputazione da dare in eredità.
Un farabutto, che ha costruito la sua colonia di intrallazzi battendosi il petto come un fariseo e che ha svilito in maniera truffaldina il concetto di “sociale”, ha licenziato 32 persone come fosse un battito di ciglia e aspetta sereno il suo posto in paradiso.
C’è poi un uomo a cui devo molto che difende con strenua convinzione il nome della giustizia, sostenendo con coerenza ritmi impensabili per la società del massimo risultato con il minimo sforzo.
Mario legge Metro seduto sulle cassette dell’acqua, mentre aspetta accanto alla sua apetta di ricaricare le macchine delle bevande in ufficio.
Elisabetta ha tre bimbi piccoli che l’aspettano a casa, un part time, una metro senza aria condizionata e una laurea in economia e commercio, non sufficiente a sopportare stoicamente l’assenza di tutele alle donne che lavorano.
La giornalaia ha i piedi gonfi le vene che paiono rami verdi e senza germogli, si sventola mentre corre avanti e indietro per preparare le mazzette, sbuffando sorridente ai tasmania grigio chiaro che passano a ritirare, con fare sussequioso e complice, il proprio pane quotidiano.
Sono refoli di quotidianità, una sola giornata li contiene tutti e molti altri sono restati fuori. Sono refoli di chiacchiere, di voglia di dire la propria…a questo proposito ripenso a quanto detto oggi con un amico, davanti ad un caffè scekerato, riguardo quella rinnovata voglia che circola e dilaga di far sentire la propria presenza.
Ne sento il soffio e mi chiedo se mentre loro sopportano pazientemente lo stillicidio quotidiano, qualcun altro, pazientemente, li stia ascoltando. Mi chiedo se dietro le parole che riempiono i giornali, le pagine di programmi molto dettagliati ed articolati, i comitati, i dibattiti televisvi, la gara dei convincimenti, ci sia veramente, da qualche parte, un Capo Sciolto che abbia finalmente il coraggio di guardare le persone negli occhi e dare un nome ed un volto ai protagonisti di uno spettacolo, che va in scena ogni giorno e senza pubblico pagante.
Italia sì, italia no
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose, vista sul punto il 13 luglio 2009

So’ mancata ‘na quindicina de giorni…me so appartata n’attimo, dice: ”famme stacca’ la spina, pe’ ‘na vorta nun so cose che me riguardano, ciò da pensa’ alla salute ché senza de quella, signora mia nun se và da nessuna parte” e così me so messa in disparte, ‘na spettarice occulta, nascosta dietro le quinte pe’ vedè lo spettacolo e le reazioni der pubblico. Certo se avessi saputo che iniziava così male avrei rinunciato e sarei entrata a spettacolo iniziato, ma quella notte de li vagoni c’abbruciavano e ‘na città piagneva li morti co’ la rabbia e l’impotenza dei sorci, stavo lì a pochi chilometri …ve potrei racconta’ dell’ospedale in allarme, de’ l’ambulanze che annavano e venivano, dello sconforto della gente, de li grugni, de l’occhi rossi pei pianti, e invece nun me va’, nu me và perché ‘sto paese deve da imparà che è ora de smettela de battese er petto co’n moto de pentimento che dura da Natale a Santo Stefano, vorrei invece vedè e parlà co chi decide de infrastrutture in questo paese, co’ tutti quelli che riempiono pagine e pagine de dossie’, che ce fanno convegni e riunioni, quarcuno che ce spiegasse perché in Italia certi materiali devono da entra’ dentro la città…ho cercato tra le righe de li giornali, sur webbe, ma nun ho sentito nessuno damme ‘na spiegazione valida e così pure questi l’avemo seppelliti, ciavemo fatto er titolone e chi s’è visto s’è visto.
Me ne so’ annata a Napoli, dice che l’aria partenopea po’ esse ‘na cura, cor mantra del chemmenefotte cianno costruito un mito. Dice: “cianno invitato a cena”, dico “annamo“…20 metri de corridoio, quasi un percorso iniziatico tra arte contemporanea e luci soffuse pe’ arrivà davanti a ‘na fnestra, Santa Lucia, un tuffo ar core perché ‘na vista così fa sonà i mandolini pure se nu ce stanno i sonatori, dice la luna d’argento …v’avrei fatto vedè che d’era er mare quella sera e la barche che ondeggiavano e le luci in lontananza…’na metafora dell’arroccamento de chi c’avrebbe i mezzi economici e soprattutto culturali pe’ fa’ quarcosa pe’ salvà ‘sta città…’na città che da sotto piagne miseria e avanza, attacca la rocca co’ monnezza malaffare e camorra …guardi fori er panorama e guardi dentro, 800 napoletano, pareti candide e te dici che qua pure la morfologia urbanistica e geografica cià un senso. Quarche giorno de sole, er tempo de’ sfangà er caravanserrgalio der G8, c’aspettavamo er tonfo e invece dice che è stato un trionfo…solo che me verrebbe da chiede: trionfo de ché? Me sembra che l’Americano ha elogiato er presidente de la Repubblica e invece er giorno dopo er Presidente der Consijo s’è preso li complimenti come fosse roba sua e zitti, nessuno ha parlato…anzi ada vede li telegiornali, tanto che me dicevo o mesò rincojonita sotto ‘sto sole oppure qui ‘stamo alla frutta…che poi co’ 80 milioni nun penso ce volesse un genio pe’ mette in piedi la scenografia e pagà le comparse; dice ma hanno raggiunto risultati importanti…a bocconiiii…so’ capace pure io a dì stanzio 40, 100, 200, anzi no famo 500 mijoni pe’ l’africa…tanto poi nun li pago chemmefrega… un teatrino, n’orrendo teatrino…e bada bene che ce credo nelle relazioni, so’ perfettamente che pe’ fa’ annà avanti le cose ce sta bisogno de intese diplomatiche, ma la diplomazia che conosco io nun è mai entrata nella casa der grande fratello.. questi invece ce se so’ trovati talmente bene che nun jè manco venuta l’idea de fasse un giro in tenda…
E intanto sullo sfondo avanzava la tiritera der congresso, er candidato A o er candidato B, poi all’improvviso t’è spuntato uno che co’ la precisione de’n chirurgo s’è piazzato in mezzo a fà da sparijatore. Tutti commossi, so’ bastate du parole: laicità e diversità e ‘sto popolo dalla lacrimuccia facile e dar core tenero s’è reso conto che so’ concetti sufficienti pe’ costruì ‘na leadership. Roba che sul caso Englaro se semo venduti pure le fiaccolate e se poco poco incontramo un frocio pe’ strada ‘n sorrisetto nun ce lo leva nessuno. Però tant’è, anche se pare che questo ha preso tarmente sul serio la parte che janno assegnato, che pur de rincorre la presenza scenica ha strillato de questione morale quann’è che hanno preso lo stupratore seriale, sì dai, quello de Roma che imbeccava le ragazze dentro li garage, che poi s’è scoperto che era pure presidente de’n circolo pd de Roma…nun te dico la caciara, a ‘sto Marino nun jè parso vero, nun cià pensato su du vorte, s’è messo er mantello der gran moralizzatore e ha cominciato a puntà l’indice a destra e a manca…quarcuno jè annato dietro, polemizzando, discutendo, chiedendo spiegazioni, a quarcun’atro jè sembrata tarmente comica la faccenda che ha deciso che era l’ambito giusto pe’ presentà pure la candidatura sua e così po’ esse che s’aritrovamo Grillo come Segretario de partito.
E la finisco qui, perché poi nun me và de raccontavve de artre vicende territoriali, roba locale de inciuci, patti, rilanci e un ritorno indietro ner tempo, roba che er paleolitico era er futuro…
Italia sì, Italia no…la terra dei cachi (riascoltateve ‘sta canzone…da brividi)
Voci dalle macerie (settimo episodio: vendere sogni o solide realtà?)
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 15 giugno 2009
Dice che nell’arrivo dell’estate, e con la prova costume in agguato, i più individuino le leve motivazionali per digiunare e mettersi a dieta.
Certo un atteggiamento previdente e giudizioso avrebbe potuto evitare la tristezza del petto di pollo pallido e agonizzante o quella fustigante e penalizzante rinuncia al gelato…ma tant’è a volte le scelte non ragionate, quell’eccessiva voglia di apparire brillanti, di partecipare ai banchetti con toni trionfali, tanto per dire c’ero anch’io e poi…
Ora si digiuna anche sotto le tendopoli d’Abruzzo, e sembra che l’estate non c’entri nulla, così recita una nota letta su FB: Terremoto: Mantini, Interrompiamo il digiuno quando c’è la legge
Sembra che i cittadini del terremoto si sentano traditi e siano disperati.
Sembra, allora, che gli Abruzzesi abbiano richiesto al premier di rispettare gli impegni assunti e che debba farlo nella legge, non con ordinanze ad hoc affidate a Bertolaso.
Sembra, inoltre, che abbiano richiesto modifiche circa le misure essenziali sugli indennizzi per le case del centro storico, gli immobili produttivi, le risorse per i comuni colpiti, la zona franca. Indennizzi per tutti i proprietari degli immobili e non solo “per i residenti”; indennizzi pieni per gli immobili produttivi, commerciali, professionali; risorse per garantire i servizi essenziali dei comuni terremotati che, non avendo più tributi, non possono funzionare; risorse per la “zona franca”, i beni culturali, la ricostruzione del centro storico de L’Aquila: questi diritti essenziali devono essere garantiti dalla legge di conversione del decreto Abruzzo.
Sembra che la protesta stia montando e senza esclusioni di colpi, né faziosità di parti; i diritti essenziali sono infatti richiesti a gran voce da tutti gli amministratori abruzzesi , di qualsiasi parte politica.
Sembra che la stampa di ‘sta cosa non parli… troppo impegnata su altri lidi ?!?
(Si aderisce all’appello e al digiuno su dirittiperlabruzzo@yahoo.i)
Voto Donna
Pubblicato da daniela bianchi in vogliamo anche le rose il 5 giugno 2009
Voto donna.
Sintetico, secco e conciso, è il mio annuncio.
Chisseenferega, i più obietteranno. Ma interessa me e tanto basta.
Lentamente si è fatta strada questa necessità di dirlo apertamente, sfrontatamente, provocatoriamente.
Basta con le concessioni elargite a mo’ di grazia dal maschio imperante, quasi fossero noccioline date alle scimmie in gabbia, basta con le faccette meste da ministre perbene che hanno l’ansia di reprimere pulsioni sotto castigatissimi clichè, con la faccia della brava ragazza che ha studiato e sa tutto e guarda Capo quanto sono brava, mi sono guadagnata il premio?
Basta!
La politica italiana è piena di Donne in gamba, è piena di Donne che sanno, è piena di Donne.
Basta!
La società italiana è piena di Donne che Fanno.
Basta!
Il mondo del lavoro è pieno di Donne che aspettano rispetto.
Campagna sottotono, infarcita delle peggiori fantasie pruriginose dell’Italietta maschile delle sagrestie, fedelissimi di Jacula e Zora, contorniata dalle beghine zitelle che come nella canzone di De Andrè danno buoni consigli perché non possono dare cattivo esempio, occasione perduta per parlare di Europa e Italia, occasione perduta per fornire agli elettori notizie, informazioni, contenuti, occasione cavalcata per dare il proprio peggio, da ogni parte.
Non mi interessa convincere, mi interessa dichiararlo apertamente perché si sappia che ci siamo stufate di essere buone e gentili; la mestizia, retaggio culturale della brava massaia non paga più, l’hanno scambiata per remissione e scarsa capacità di chiedere ciò che spetta. Ci dicono che se le donne non ottengono alcune cose è perché difettano di capacità negoziale, perseveranza e adattabilità. Bene, allora se occorre tornare a parlare di rivendicazione io lo faccio, apertamente, e non ho più paura del giudizio corrosivo di chi vuol vedere in questo atteggiamento l’accezione negativa del vetero – femminismo.
C’è bisogno di sorellanza, più di quanto ci sia mai stato bisogno di fratellanza
30 maggio 1984
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 27 maggio 2009
…non potrò mai tifare per una squadra inglese, qui, a Roma, in una finale di Champions…ma tu non puoi sapere, eri troppo piccolo per ricordare: Era tutto pronto per la festa. Anche il concerto di Venditti, ma fu una partita strana. Sembrava dovesse essere la nostra notte. L’ arbitro svedese Fredriksson connazionale di Liedholm. La semifinale di ritorno con il Dundee che ci aveva fatto conoscere il calcio britannico. Non andò così…l’ arbitro non vide il fallo di Whelan su Tancredi che origino’ il gol di Neal, la Roma pareggio’ con un’ azione Conti-Pruzzo, poi attaccammo fino all’ ultimo minuto dei supplementari senza trovare il secondo gol. I rigori andarono come andarono. Falcao si rifiutò di tirarlo, Conti e Graziani sbagliarono …i crampi di Cerezo…era il 30 maggio del 1984, 25 anni fà…
Erano notti prima degli esami, di lì a due giorni diritto privato, federico moccia non era ancora nessuno ma già Roma raccontava la sua magia a quelli della mia età, che poi le sensazioni di quell’età passano indenni gli anni i secoli e saranno sempre le stesse perché sanno di entusiasmo, di rottura, di distacco, di avventura, di cazzeggio (segni che a volte permangono anche negli anni, eh non credere !) il fresco che rinfrancava dopo le giornate passate in casa, gli amici, il casino, la notte la frontiera oltre la quale potevamo essere tutto e il contrario di tutto, fuori dai rigidi dettami del perbenismo, e poi lui, la grande passione della mia vita a cui regalavo ignara la mia arroganza …
finì male…la partita, il grande amore, un’estate a cazzo sul Gargano…
…questa sera poteva essere il riscatto, e perché un’italiana sfidasse ancora l’Olimpico riscattando quel 30 maggio avrei anche tifato Inter…ma gli inglesi proprio no…non poteri farcela…le pagliacciate di Grobbelaar hanno ancora il sapore della beffa
(grazie a Marcello Federico che su fb ha evocato il ricordo)
CRiSi…. ma deché?
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 27 maggio 2009
Dice che la Crisi è finita, che stiamo in rimonta, che tra un anno tutti fuori dal guado.
Poi la settimana scorsa la Mercegaglia ci ha detto che la faccenda è seria, insomma non è che stiamo qui a metter lo smalto ai criceti, quella è una che ci capisce per cui se bacchetta a destra e a manca ci sarà pure un perché. Allora mi sono decisa dare un po’ di numeri (oltre la propensione naturale, ovviamente) e i conti non tornano affatto.
I recenti dati pubblicati dall’Istat con riferimento al 2007, un periodo quindi ancora lontano dagli effetti travolgenti della crisi, parlano di povertà assoluta per 2 milioni e 427 mila individui, il 4,1 % dell’intera popolazione. Con un’incidenza maggiore nel Sud e nelle Isole, dove l’indice di povertà assoluta (5,8%) è circa due volte superiore a quella osservata nel resto del Paese. Dati destinati sicuramente a cambiare, se come appare dall’analisi che emerge nel 17° rapporto Annuale dell’Istat sulla situazione del Paese, presentata proprio oggi, la crisi mondiale finanziaria dimostra di aver avuto rapidi effetti sull’economia reale e ad essere più vulnerabili sono proprio i lavoratori e le famiglie. Da un’ analisi immediata quello che traspare con tutta evidenza è che dopo un prolungato aumento dell’occupazione e una altrettanto prolungata fase di discesa della disoccupazione, nel 2008 quest’ultima registra una crescita prossima alle 186 mila persone, concentrata perlopiù nei mesi finali dell’anno. Così come risulta erosa la riduzione di oltre 450 mila disoccupati avvenuta tra il 2005 e il 2007 e le persone in cerca di lavoro sono più che nel 2006, con un numero pari a 1,7 milioni. Sul fronte della famiglia, quelle che risultano esposte sono quelle in ci non vi sono occupati (pari a 530 mila, e in crescita rispetto al 2007) e quelle in cui è presente un solo occupato (più di otto milioni), dove l’indicatore del reddito disponibile fa emergere situazioni critiche in 3,8 milioni di famiglie, che denunciano ristrettezze di bilancio e anche difficoltà ad affrontare le spese di vita quotidiana.
a proposito di “ueb 2.0″ per i Candidati in corsa
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 25 maggio 2009
Leggo, smisto, disfo. Così da giorni. E se non fosse che per mestiere e per passione mi occupo di Comunicazione, di strategie, penserei che quel fastidio pruriginoso che mi prende ogni volta sia dovuto al polline, allo smog, al caldo incipiente, a quell’accidente di imprevedibile attacco di orchite che ogni tanto mi fa alzare il sopracciglio sul disordine costante. Ma abbandonata la padronanza e la temperanza, forse anche l’eleganza, se mai mi appartiene, un solo grido mi sgorga dal cuore : a noi c’ha rovinato Obama!!!
Ma te saresti mai creduto, sì proprio te candidato della lista frattavecchia per l’elezione a Sindaco di Agiato Trombone o a te candidato al Consiglio Provinciale per Volpino Secondo Presidente, te saresti mai creduto che pe’ esse al passo coi tempi te saresti dovuto da mette su internet?
E che ce vò ? te sarai detto ner silenzio della tua solitudine. ‘N pensiero fugace. Te sarai ricordato de tutti quell’articoli sui giornali, de Obama che aveva fatto la rivoluzione razziale e politica su feissbukk, de tutti quei guru che pe’ giorni hanno detto e parlato su ‘sto modo d’acchiappà voti e zacchete…hai chiamato quarcuno dei tuoi, j’avrai detto d’apritte ‘na bacheca, ‘n gruppo, ‘n blogge, ‘n sito…basta poco che ce vò?
E così oggi è un pulullare de gente che manda sms alle 7.15 der mattino, che mentre te stai a vestì p’annà in ufficio e t’arriva un messaggio che fai? nun lo voi legge? A quell’ora po’ esse ‘na cosa importante, quarcuno de’ casa che jè successo quarcosa, n’amante focoso che te dà er bongiorno…e invece no è ‘n Candidato sollecito che te ricorda de sbarrà er nome suo sulla lista tal de’ tali. Pe’ nun parlà de quelli che ogni mattina sulla bacheca di feissbukk me ricordano che vanno ar mercato, ar circolo, ar muretto…tra la gente per la gente…poi magaro la gente je chiede quarcosa scrivendo sulla bacheca e cor fischio che je rispondono…
E allora me rendo conto che ‘sti poretti c’hanno bisogno d’aiuto, perché ‘na rivoluzione nun se fà in du’ minuti, una tale messa in discussione c’ ha bisogno non solo de ‘n dispiego de risorse sostanziale. Ma anche e soprattutto de’ ‘na curtura idonea.
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la prima cosa che conta è l’emozione, il coinvolgimento; la gente la devi da entusiasmà e de sti tempi nun è facile…disincantati, indebitati come stamo manco ‘n firm de uolt disney basterebbe a facce sognà er lieto fine
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pure le cose che te sembrano più semplici c’hanno bisogno de ‘n pensiero costruito, fatte aiutà da quarcuno a mantenè i contatti, facce crede che ce stai, che sei conneso in senso lato e in senso stretto
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nun fa lo sciorto, quello che je ne frega quarcosa, se poi nun sei in grado de mettece la faccia, nella vita comunque, sur uebbe soprattutto
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la credibilità se misura proporzionalmente alla tua capacità de da’ risposte, e bada bene no promesse, risposte
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la chiarezza poi, facce capì perché te dovremmo votà, raccontace quarcosa che nun sia er solito sproloquio elettorale, famme capì che pensi della vita, damme dettaj, se uno arriva qua sopra è perché c’ha voja de condivide…qua nun ce se viè pe’ pijà sortanto…te sgamano subito e te metteno all’angolo
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e soprattutto nun esse formale, pletorico, burocrate, il mezzo è immediato per antonomasia, ma questo non significa che poi fà er cazzaro
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nun fa’ er passo più lungo della gamba, è ‘n attimo a fa’ la figura de chi nun ce capisce niente. Hai mai sentito parla’ de Issue d’agenda? Focalizzazione? Permanenza? Conversatività?
Me tocca da ragione a Guarino quanno dice che
Il problema principale della politica italiana nell’uso dei nuovi media non sono le tecnologie che bene o male ci sono, ma la cultura e l’apertura che permette di capirne velocemente il senso e usarle al meglio.
Tanto pe’ dì, visto che Obama c’ha rovinato la vita, la campagna americana è stata frutto de’ ‘na strategia. Gli autori della prima campagna elettorale 2.0, Ben Self e Dan Thain c’hanno messo sù ‘na società, la Blue State Digital, che ha aiutato er senatore dell’Illinois prima a sconfigge’ la concorrenza de Hillary tra i democratici e poi a realizza’ la prima campagna elettorale 2.0 della storia. ‘Sta società, nata nel 2004, conta oggi tredici milioni di collaboratori on-line e ‘no staff pagato de più de ottocento persone, con uffici in ogni grande città degli Stati Uniti.
Ricerca fondi, uso massiccio dei social network come Facebook pe’ coinvolge’ l’elettorato, selezione dei volontari e mappatura Internet dei quartieri da conquista’. Ma, soprattutto, la sensazione diffusa che partecipa’ alla storica elezione der primo presidente nero della storia degli Usa fosse a portata de clic. Così come er diretto coinvolgimento, de tutti l’ americani “connessi”, ner sito della Casa bianca, nato co’ ‘n impronta fortemente “partecipativa”. Vabbè, queste so’ artre storie, in attesa che anche da noi quarcuno se decida a fa’ n’punto de programma e a rispettallo.
Abbiamo bisogno di connettere i cittadini tra loro per impegnarli in modo più diretto nella soluzione dei problemi da affrontare. Dobbiamo usare tutte le tecnologie per spalancare le porte del governo federale, creando un nuovo livello di trasparenza per cambiare il modo in cui le questioni vengono gestite a Washington e dare agli americani la possibilità di partecipare alle scelte governative
scriveva Obama durante la corsa elettorale.
Pe’ l momento, da noi , la trasparenza è ar massimo quella de’ quattro veli che cercano de’ svelà ‘na natica o ‘na tetta rifatta, svettante su quarche copertina in attesa de’ ‘no scranno a Montecitorio.
Pe’ l momento, e in attesa de’ potè partecipa’ alle scerte governative, posso solo sceje se annà o no all’ennesimo aperitivo o a applaudì er tajo der nastro dell’urtima inaugurazione…la democrazia po’ aspettà, mentre tra le cento friendrequest e le ottanta mail, de sicuro c’è quarcuno che me vole cojonà
la campagna elettorale che vorrei
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 13 maggio 2009
In fondo questo è un Paese in perenne campagna elettorale…questo almeno il refrain che spesso e volentieri accompagna le esternazioni, le velleità, le diatribe di quella gran caciara che da queste parti chiamiamo confronto politico. Ma io vorrei poche cose in questo mese, anzi meno, che ci separa dal 6 e 7 giugno:
vorrei meno retorica, non solo dai tromboni di vecchia data, ma soprattutto dai giovani che sono scesi in piazza agguerriti, credendo che sia solo necessario fare piazza pulita ma poi, loro stessi per primi, si barricano dietro modelli vetero – populisti
vorrei che le cose che si propongono e che si proclamano fossero supportate da una seria valutazione dei problemi e da una conoscenza approfondita dei temi che sono importanti e necessari per traghettare il nostro paese da una dimensione provinciale ad una europeista vorrei, sognare, esaltarmi, appassionarmi ad un dibattito civile
vorrei sentire parlare di sostanza, di contenuti di idee vorrei che fosse abolita la parola “progetto” da qualsiasi programma; abbiamo progettato a lungo forse è il caso di passare all’azione
vorrei che il cittadino fosse veramente al centro di una serie di politiche e di una politica seria (e non è solo un gioco di parole)
vorrei avere la sensazione di contare qualcosa in questo meccanismo che designa i miei rappresentanti e vorrei che il concetto di rappresentanza fosse qualcosa di più elevato di un’auto blu e di un vernissage vorrei che i convegni, le piazze, i palchi, i salotti, i luoghi pubblici fossero animati da buon senso, vorrei che qualcuno rispolverasse vecchio concetti quali: la prudenza e il dono del consiglio…reminiscenze scolastiche ma le virtù aristoteliche non conoscono l’usura del tempo e senza Euboulia, la Politica che potrebbe fare se non essere autoreferenziale?
vorrei una campagna elettorale che sia qualcosa in più dello strepitio da pollaio, a questo punto preferirei financo il grido di battaglia degli All Bklacks: Kia korero te katoa o te tinana (che poi significa l’intero corpo dovrebbe parlare …anche in Politica dovrebbe essere così..perché limitarci al solo uso della lingua e spesso a proposito ?)
Un mio giovane amico è stato candidato in una lista civica che appoggia il candidato sindaco di un comune del centro Italia; in lui ho intravisto delle cose che richiamano un po’ il coraggio, la coerenza, la determinazione, ho intravisto in nuce il Politico che vorrei, potrebbe anche deludermi se il sistema dovesse inghiottirlo ma è scaltro e non gli piacciono i padroni sciocchi…in fondo devo ringraziarlo, perché ha riacceso un entusiasmo, quello legato al dovere di provarci ogni volta…provare ogni volta a dare un senso al nostro dissenso, trasformandolo in qualcosa di costruttivo…e per farlo non è necessario essere in una lista, ma anche più semplicemente mettere a disposizione la propria esperienza . Mi auguro per lui che abbia sempre l’umiltà di ascoltare: ciò che accade intorno, ciò che ci lasciamo alle spalle, ciò che vogliamo per il nostro futuro, le persone che gli vogliono bene, l’esperienza di chi c’era e può raccontare. Auguro per lui che sappia dialogare e non far mai mancare una risposta, negativa o positiva che sia ma un feedback che dia il segno dell’attenzione. Auguro per lui che sia un Uomo con una vision che sappia appassionare e legittimare anche gli ultimi degli ultimi.
Un mio amico, conosciuto di recente e Politico di vecchia data, guida da anni un comune dell’Emilia Romagna, si ricandida come Primo Cittadino. Di lui ho imparato ad apprezzare in questi mesi una sensibilità e una passione per il proprio territorio che hanno il sapore di vecchie militanze ed il coraggio di un visionario. Di lui percepisco delle caratteristiche non banali: l’ attenzione al dialogo costante, al quale non si nega mai e non solo con i suoi concittadini ma con le persone in genere. La chiarezza e l’idea di sapere in quale direzione dover andare, ed andarci con una squadra e non da solo. Se la percezione non è un dettaglio, un uomo politico che sappia far percepire questo di sé evidentemente ha capito molto della Politica, quella con la P maiuscola.
Sono i miei due benchmark di riferimento in questa campagna elettorale. Anche per dire che, al di là degli strombazzamenti a destra e a manca, se si vuole la Politica si può fare…nel territorio… e forse è proprio da lì che bisognerebbe ripartire.
Mi accade così ogni tornata elettorale, mi entusiasmo perché sono un’ottimista e spero sempre che il cambiamento sia possibile …il dissenso e la polemica la lascio al dopo, quando l’evidenza del declino sarà ancora una volta così vicina che non puoi non sbatterci il muso…
voci dalle macerie (quarto episodio- il loro nome è nessuno)
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 22 aprile 2009
I conti non tornano.
Se, l’Abruzzo, o questa parte dell’Abruzzo, è ancora Italia allora no, i conti non tornano proprio. A meno che da queste parti l’allarme sicurezza (ché a dirla ‘sta parola sembra fuori luogo ma voi mi avete capito..vi ricordate le campagne della pubblicità progresso e i grandi proclami elettorali no?), dicevo l’allarme sicurezza non abbia mai sfiorato le paure nascoste, o indotte, dei laboriosi e dignitosi abruzzesi.
Probabilmente l’Abruzzo è l’unica regione d’Italia a non essere stata invasa da pachistani, filippini, romeni, marocchini, fagotti infami in cerca di una svolta. E allora mi viene da dire:
Beati gli autisti del luogo, che ai semafori non hanno mai subito l’assalto di lavavetri lerci.
E beata anche la parte bene di quell’ espressione di potere, testimone di un immobilismo e conservatorismo che ha fatto di questo posto l’ultimo avamposto dei Viceré; beati per non aver mai dovuto incrociare il loro sguardo sul meticciato che in altre parti invade l’Italia.
E beati gli anziani, che evidentemente possono ancora contare su un solido modello famigliare, per accudire l’indecenza degli anni che passano, beati perché non hanno la necessità di ricorrere a badanti straniere, per un export import degli affetti che non conosce sosta.
Sì, perché stando ai numeri, non v’è traccia alcuna di tutto quel popolo sommerso che in tutte le città del mondo popola il sottobosco, gli scantinati, appartamenti bui e disagiati, in nero e a prezzi di realizzo.
Inghiottiti nel Nulla… Ad oggi il loro nome è Nessuno…

il Giorno
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 12 aprile 2009
Vuoto.
Stamattina ho sentito le grida delle donne, era vuoto, il sepolcro, vuoto.
Ora spiegami che significa, cosa vuoi dirmi che sei riuscito con una spallata a rompere l’ultimo diaframma che si frappponeva tra il buio e la luce?
Che vuoi dimostrare, la mia incapacità nel non saperlo fare, nel non saperlo scegliere?
E ora dove sei?
Come ti riconosco?
Fino a qualche tempo fa la fierezza nei miei occhi non avrebbe avuto dubbi, ma poi ho iniziato a guardare le ombre e mi sono distratta. Eppure sono in buona compagnia, dai, in fondo anche tua madre ti ha scambiato per un ortolano e il tuo braccio destro, nonostante le parole che altre cento volte gli avevi detto non ti ha riconosciuto, quei due poi sulla strada…e dire che erano tuoi amici.
Dammi tempo. Ora ho solo domande. Tutti hanno domande.
Dammi tempo, oggi è il non ancora…
questo post, originariamente (04/2007), si concludeva con una risata cristallina che trapanava il cuore…mentre, buttata a terra in un gioco di bambini annusavo la terra sotto di me…oggi mi sono svegliata all’alba, non ne avevo di certo il mood…poi ho sentito le loro richieste, ho visto i loro disegni e con un colpo di mano sulla fronte mi sono detta “come ho fatto a non pensarci prima: la boccia dei pesci rossi !!!… “ è una richiesta gettonatissima insieme al sole alle ambulanze e vigili del fuoco, perché al di là di tutto il dolore stigmatizza l’attimo e lo rende eterno, ma è la voglia di andare avanti che ha tutto il diritto di prevalere…e tant’è!

voci dalle macerie (terzo episodio – quel che conta è l’Anima delle cose)
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 11 aprile 2009
Manca qualcosa tra i cumuli di calcinacci: si sposta con le ruspe e con le mani, si alza polvere, si scansano bambole, scarpe, sciarpe, jeans, libri, quadretti votivi, finestre infrante…eppure…c’è qualcosa che non torna…dai pilastri di cemento spuntano tondini di ferro lisci e lisi dalla salsedine contenuta nella sabbia di mare utilizzata per impastare il cemento…dice che sono pilastri senza anima, dice che così il guadagno aumenta fino al 60%. E in assenza del principio di assunzione di responsabilità, visto che il sistema dei controlli è quel che è, vige la regola dei furbetti che aggirano le norme e se ne fottono delle regole, tanto quel che conta è guadagnarci il più possibile.E’ difficile anche solo indignarsi per questo schifo, subentra quasi l’impotenza di poter mai contrastare sistemi che funzionano così da una vita …e fai spallucce perché tanto che altro puoi fare ! Disarmato, come il cemento utilizzato per l’ospedale, per la questura… disarmato come la gestione del primissimo soccorso che è rimasta senza strutture…
Poi però se si passa dal puoi al vuoi ti accorgi che questo è un paese straordinario, la cui Anima non è fatta di tondini lisi e lisci ma di Ferro e Roccia, così forte da getttarsi nell’ ardua impresa di contenere al meglio l’onda d’urto di 70.000 sfollati…perché nel momento del bisogno le chiacchiere stanno a zero e bisogna solo fare…ben fare …
il giorno dei giorni
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 10 aprile 2009
Sapevo che sarebbe finita così. E come volevi che finisse: tu e le tue verità da una parte, dall’altra la folla urlante che reclama a gran voce la sua fetta di ipocrisia in nome e per conto di sacerdoti e potenti. E’ sempre stato così, non è cambiato nulla. Non sono venuta a vedere lo spettacolo, non mi interessava il reality a tutti i costi, conosco le strade che hai percorso oggi, conosco le vie della città vecchia che si confondono mescolando, ciascuna in nome di un Dio diverso, identità cultura e religioni e ti ci trovi in mezzo senza capire quando finisce l’una e inizia l’altra, forse dalle insegne, forse dal diverso modo di gestire i commerci, chè poi in questa parte del mondo e come in talune altre parti del mondo non ha nulla a che fare con strategie di marketing, qui il tutto si confonde con il nulla, la polvere accatasta il superfluo e ad attrarti sono le grida e le parole di chi non ha paura di buttarti in faccia la tua non appartenenza. Mi hanno racccontato di sangue e carne, so di cosa parlano, è roba che conosco bene; ti hanno flagellato dicono, e sai cosa? non mi colpisce particolarmente – in fondo è da una vita che i vigliacchi tirano fuori la propria forza solo quando il più forte è ormai vinto e annientato – non mi muove a pietà, e se non muove a pietà me che un po’ ti credo dimmi tu come possono muoversi a pietà gli altri, tutt’ alpiù potrannno essere avidamente curiosi di scorgere sul tuo volto le pieghe del dolore per raccontarselo quando saranno a corto di argomenti, chè qui la gente ha finito di interrogarsi sulle cose serie. ll tuo sangue e la tua carne, la chiamano passione; mi hanno raccontato che oggi hai gridato il nome di tuo padre, ti sei sentito abbandonato e in questa solitudine ti sei scoperto uomo. Anche io mi sento abbandonata e non posso prendermela con nessuno, nè con mio padre che con me è stato molto compassionevole, né tantomeno con mia madre ché come la tua piange ai piedi della croce – le madri sono così dicono e tu sai che non parlo per esperienza diretta-. Anche io carne e sangue, perchè l’anima che tuo padre mi ha dato mi fotte a tradimento, mi spiazza, mi getta in pasto ai cani che stanno lì, pronti a dividersi le mie debolezzze celate sotto la mia carcassa. Ma una cosa di quelle che hai detto oggi vale ancora la sfida di essere creduta: Perdonare; l’unica cosa che annulla la vittoria del nostro egoismo, che ci rende meno asfittici, che ci restituisce la speranza di saperci e poterci raccontare una storia diversa. Mi hanno detto che tornerai.
Voci dalle Macerie (secondo episodio – Tocca a noi ricostruire)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 9 aprile 2009
In questi giorni il mio è impegno da retrovia: in attesa di coordinate, si assicura la presenza per gestire l’ordinario, si fa attività di sensibilizzazione per una solidarietà matura e soprattutto si cerca di comunicare ciò che accade, cercando il più possibile di scremare la spettacolarizzazione dal racconto che si fa testimonianza. Certo, per chi come me ha una certa confidenza con le situazioni starordinarie, questa forzata attesa fa prudere le mani, che avrebbero invece voglia di brigare…ma aspetto… Intanto mi guardo in giro, sento amici e mi accorgo d’un tratto che questo terremoto ha un segno distintivo molto forte: i Giovani.
Quasi come se un’intera generazione avesse trovato il proprio spazio ed il proprio ruolo, quello che un paese per vecchi gli ha sempre negato. Non una categoria sociale, né un misero punto di programma elettorale, ma una realtà viva, linfa sotteranea di un futuro che ci riguarda tutti.
Il pensiero va di sicuro a tutti coloro che non ce l’hanno fatta: come tutte le città sede di Università, anche l’Aquila aveva la sua casa per studenti…(è un attimo ricordare i miei tempi e la storica casa di via de Lollis a Roma…e anche se tra i miei amici nessuno abitava lì, ne frequentavamo la mensa e la memoria va ad un orribile filetto di sogliola.. )…una casa, quella dell’Aquila, a quanto pare adatta a contenere l’energia di chi la abitava, ma non quella di una scossa di terremoto…
Coloro che all’indomani si aggirano superstiti e rilasciano dichiarazioni, parlano di pub e di happy hours… riti trasversali a tutti gli ambienti frequentati da giovani, gente che gira di frequente, forse in cerca di un centro di gravità permanente o molto più banalmente per stornare altrove la frenesia di vivere…e le parole che ascolto lasciano immaginare quanta vita ci sia stata là dove ora c’è solo polvere…
Il pensiero và ai volontari, la maggior parte giovani, che sono lì a dare una mano alla speranza;
ai molti giovani che sono qui, ed altrove in Italia, e che attivano raccolte, organizzano gli aiuti, guidano piccoli convogli, danno disponibilità e fanno cordone per la solidarietà;
ai due giovani che fuori dalla tendopoli dichiarano con un misto di dolore e di orgoglio: ” Tocca a noi ricostruire” e sono sicura che non parlavano solo di palazzi e infrastrutture…
Così penso che mentre la Storia aspetta di fare il suo corso tra le raccomandazioni di ” un esame di coscienza approfondito e scrupoloso” il futuro potrebbe riiniziare proprio da quelle parole.
indovina chi viene a cena
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 9 aprile 2009
Le giornate incalzano, i tempi stringono e le voci si rincorrono …incontrollate. Come sempre accade quando la sete di giustizia incalza la folla. Tutti che si sentono padroni della situazione, tutti che sanno, nessuno che pensa di stare zitto un attimo ed ascoltare.
In tutto questo io non capisco il tuo atteggiamento compassionevole e misericordioso.
Come per la cena di questa sera, mi spieghi tu che inviti a fare al tuo tavolo traditori , pavidi e dubbiosi? Se poi penso che proprio ad un pavido hai concesso il Primato…ancora più incredibile se penso che proprio tu, che predichi l’uguaglianza, con quel gesto hai stabilito un ordine gerarchico che oggi ha fagocitato il tuo nome.
Scusami tanto ma non ti capisco, ti credo sulla parola, ti ho scelto come amico, non potrei fare diversamente…ma io, che sto tra i pavidi e i traditori, pur non essendo dubbiosa, non capisco questa arrendevolezza.
Se posso chiamarla diversamente, dimmi tu come…
(anche questo da un blog del passato, aprile 2007, daniela b. aka fornarina)
voci dalle macerie
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 8 aprile 2009

Mi ha chiamato il mio amico Ruggero stasera; ha avuto il tempo di farlo tra una maceria e l’altra; è lì da lunedì mattina… dire che mi ha fatto piacere è banale ma è stato come per un attimo avere un contatto diretto con quella tragedia, diretto… non mediato da tiggì osannanti e autocelebrativi che fanno dei morti e delle rovine un vessillo dell’audience. Mi ha raccontato delle unità cinofile, dei corpi che ancora non sono stati estratti, della disperazione della gente…qui lo interrompo dicendogli dell’angoscia che provo nell’ immaginare il dolore di queste persone, un dolore come di radici che vengono strappate, di un cratere che rimane lì al centro dello stomaco, tra lo sterno ed il cuore…mi racconta ancora della difficoltà nell’allestire le tendopoli, lì i paesi sono tutti arroccati, mi dice , e non è possibile utilizzare mezzi adeguati per portare un gran quantitativo di tende nei punti individuati e allora si va sù con i ducato…un po’ di tende per volta, non si finisce più…gli dico che capisco, capisco tutta quella gente che vuole restare lì, ancora frastornata, nella difficoltà di staccarsi dall’unica cosa che gli rimane: la propria terra. MI dice della dignità che la popolazione sta dimostrando, non una lamentela, non uno sproloquio, silenzio, in aiuto di chi li sta aiutando. E poi mi racconta di una torta…cosa pensi? grande come un piatto di plastica… ieri è stato il compleanno di una bambina e allora abbiamo fatto una festicciola nel nostro campo, abbiamo invitato le sue amichette, messso un po’ di musica… Si cerca così di rendere normale ciò che non lo è, quasi che se raccontarselo possa renderlo almeno possibile …
Sandro ha sentito gli uomini che nella Scuola AU GdF dell’Aquila ospitano la centrale operativa dei soccorsi, anche da lì le voci sembrano diverse da quelle dei cronisti e degli inviati.
Un altro amico, Pasquale, è partito stamane, ma non ho ancora avuto modo di sentirlo.
Un altro caro amico, l’ ho appreso questa sera, partirà nei prossimi giorni.
Io mi preparo.
non è ancora la fine
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 5 aprile 2009
Oggi è una giornata strana, sto riflettendo su un po’ di cose, alcune ti riguardano, di altre non riesco a farmene una ragione.
Ripensavo al viaggio che hai fatto la scorsa settimana, quando sei arrivato a Betania. Mi hanno raccontato che s’è fatta grande festa, che addirittura la sorella di Lazzaro ti ha unto la testa con l’unguento e che poi ti ha asciugato i piedi con i suoi lunghi capelli. Non c’è che dire, sensuale il gesto, altro che storie sulla bontà della sua azione dettata dalla profezia della tua dipartita da questo mondo; ma noi donne siamo così, i nostri gesti non tengono sempre conto di ciò che sta bene o non sta bene fare… se n giorno trovo tempo ti racconto di me .
C’è una cosa che non mi torna, tu hai parlato di rovina, hai detto che non sarebbe restata pietra su pietra, che tutto sarebbe stato distrutto, l’hai detto l’altro giorno su in collina, mentre guardavi Gerusalemme che si stendeva davanti ai tuoi occhi, l’hai detto con fare profetico, ma c’era bisogno di profetizzare ciò che è davanti agli occhi di tutti? Quando hai deciso di partire da Betania e, attraverso Betfage, arrivare a Gerusalemme con ingresso trionfale, tra giubilo e grida, perchè hai pensato che quell’Osanna fosse una manifestazione di gioia e non piuttosto un grido d’aiuto – quale era originariamente nell’antica lingua ebraica-? Non hai visto i cecchini lungo il filo spinato che divide i territori, le sacchette di sabbia sulle torrette di controllo con i mitra puntati? Oh, sono proprio lì davanti le mura della città, li ho visti io, l’ultima volta che ci sono passata. E in sottofondo il rumore della guerra e di cento altremila guerre che sbranano il mondo? Il rumore che fanno le mani di un bambino che alza mattoni tutto il giorno, lì in qualche parte del mondo che tuo Padre ci ha dato?
Quel giorno della tua gita in montagna hai parlato di inganni, iniquità e hai anche detto:
-« non allarmatevi, è necessario che tutto questo avvenga, ma non è ancora la fine» ,
scusami tanto, ma non ti capisco…inganni, iniquità, povertà…e non è ancora la fine. Ma è proprio necessario che tutto questo avvenga?
(daniela b. aka fornarina, aprile 2007…ma è una vecchia storia e un vecchio blog)
stupro di gruppo
Pubblicato da daniela bianchi in vogliamo anche le rose il 10 febbraio 2009
È finita così senza un urlo, senza un grido.
Questa volta non si tratta della solita banda di rumeni, ubriachi derelitti di una società alla deriva; non c’è il mostro della diversità etnica a cui addebitare le colpe di una irrisolta umanità. C’è freddo fuori, è umido e la pioggia non cessa di bagnare l’intorno, mescolando insieme pioggia, violenza e lacrime. Ci sono voci che urlano, mani che tastano l’anima e calpestano la dignità e c’è puzza di umano, sì un puzzo violento che sa di marcio. E poi, quel fetore putrido che l’abito stirato e inamidato del perbenismo a stento trattiene e nasconde. Manca l’erba squassata dal corpo, o l’abitacolo di una macchina dove l’alito della paura innebbia i finestrini offuscando lo sguardo e proiettando nel nulla una qualsiasi via di fuga, ma il fango è lo stesso e anche le bocche che ansimano sopra il corpo inerme, avide e sporche, vogliose di carne. Ancora una volta una donna e un corpo senza forma, un fagotto strappato ribaltato deturpato sfigurato, gettato in pasto alla voracità delle bestie che si avventano come avvoltoi per strappare l’ultimo brandello. E non fa differenza se questa volta le mani non allargano cosce dolenti e corpi di bestia non penetrano violentemente l’intimità fino a cavarle sangue e scavare graffi nella pelle, lasciando solchi che lancinano e gridano vendetta, non al cospetto degli uomini, no, ché questi si vendono per poco meno di tre denari, ma almeno al cospetto di DIO che piange lacrime amare per tutti i farisei che si prostrano ai suoi piedi richiamandone una volontà che per primi essi stessi disattendono…non ha importanza se non sono mani che stringono e ti tappano la bocca per soffocare l’urlo dell’umana disperazione…non c’è differenza tra la spietatezza di chi urla “godi troia” o ha riempito il silenzio dell’insondabile mistero con una lunga serie di “non è giusto che tu muoia” , no, non c’è differenza. Verrebbe voglia di piangere se l’attonito lasciasse il passo allo stupore, al rammarico e alla commozione, verrebbe voglia di individuare un segno di quel corpo che fù, anche solo per lasciare una piccola carezza…che so, una mano lieve che sfiora un ciuffo scomposto sulla fronte, o un tocco di labbra sul dorso della mano a chiedere scusa, scusa per l’iniquità, per la nostra incapacità di comprendere, per la perduta innocenza di una collettività tutta che non riesce più ad affrontare con pudore il proprio dolore…la nostra paura di singoli individui che ci spinge a muoverci in branco come anime dannate, sì certo, nel buio della notte, ai bordi del dirupo, le mani ancora sporche di sangue, i vestiti lerci e strappati con negli occhi la voracità dell’ultima parola…e la pietas, la pietas che fa di misericordia sua stessa essenza non riecheggia il pianto né il lamento…e il silenzio da lontano urla il suo perdono verso questo inferno che non ha più posto neanche per gli ignavi i ruffiani e i traditori …e volano così, senza sosta, gli sciacalli nel cielo peso, mentre il piombo delle cappe dorate trascina gli ipocriti verso un punto di non ritorno e rimane solo la forza per un ultimo sussurro:- Perdona noi o Signore perché non sappiamo più quel che siamo!
in ricordo di Eluana
Hakuna matata
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 24 dicembre 2008
C’era fila quando siamo arrivati davanti al cancello, gente in piedi con le mani chiuse in tasca, l’aria fredda e pungente del mattino presto, quando la brina e la nebbia ancora nascondono sotto una coltre la parte più nascosta della nostra miseria, buste di plastica annodate, sacchi, zaini, bambini intabarrati in cappelli e sciarpe.
Si avvicina con passo fiero una signora all’uomo che là, fuori dal cancello, condivide legato a stretto filo il destino di altri uomini che non ha mai visto e conosciuto prima e che non si è certo scelto come compagni di viaggio:
“ciò mi fija che è incinta grossa, non è che ciavete ‘no sgabelletto ?”
“Mi dispiace deve aspettare come tutti gli altri” (mi chiedo se per caso quella ragazza incinta si chiami Maria, no, perché così il quadro sarebbe perfetto!).
Noi invece, non siamo gli altri, noi entriamo. Una serie di cancelli, l’uno dopo l’altro, che si aprono e si chiudono alle nostre spalle (ma perché poi cigolano così tanto?).
Un numero ristretto ci aspetta in Cappella per la Messa di Natale, le pareti evocano un deserto, una Croce e poi l’acqua, (come il cervo all’acqua và noi da te così veniam …grande sete ho di te…Dio padre dell’amor mi ritorna in mente all’improvviso un canto vecchio quanto il cucco, frequentavo l’oratorio, saranno passati trent’anni), dalla sete del deserto all’acqua che disseta e tutto solo per il tramite dell’amore di Cristo. Già, Cristo, mi guardo intorno, davanti a me il Prefetto, Il Sindaco, celebra il Vescovo, poi il coro e accanto a me uomini, giovani, stranieri, italiani, sono i precauzionali, colpevoli di delitti infamanti,violenza sessuale e pedofilia,
“scambiatevi un segno di pace”
“ la pace sia con te “…
mi si stringe un nodo nella pancia… mi chiedi questo quando mi dici che siamo tutti fratelli?
credevo di poter misurare tutto con una compassione spiccia, ma le mani si stringono e il nodo con esso;
mi chiedo quando si smette di essere un cittadino che con i suoi reati si è chiamato fuori dalla società e quando si inizia ad essere un uomo che proprio per le sue debolezze va anche perdonato, ma non trovo risposta, ti guardo ed anche tu non parli, d’altra parte è una vita che ti rappresentano così, morto, crocifisso, uno straccio d’uomo, cosa mai potresti dirci da quella condizione !
(anche se so che è proprio da quella condizione che puoi dirci molto…ma ora, ora, qui, in questo momento !)
Ascolto le parole del celebrante: vicinanza ai deboli, riaccendere la speranza, operare dei cambiamenti nel nostro cuore per poter cambiare ciò che è intorno a noi, non demandare solo a chi detiene potere la possibilità di cambiare le cose …
Non immagino ancora che la salita al Golgota, in realtà, è appena iniziata.
Fuori dalla Cappella, escono per prima loro poi noi, si entra nella parte riservata.
I braccio/sezione: tossici. Un lungo corridoio, le porte delle celle sono blu, non certo un blu cielo, piuttosto forse il blu degli abissi, le mani si tendono per salutare, le teste escono dalle sbarre, sorrisi sdentati, i segni della malattia, ma è il prezzo del loro peccato no? Ciascuno paghi per le sue scelte! Nessuna pietà. Uno di loro, il più anziano per detenzione forse, segna crocette su un enorme foglio mentre altri due distribuiscono la spesa, bisogna far quadrare i conti, addebitare costi, anche qui come altrove. Un letto a castello, il fornelletto, pacchi di pasta, biscotti, accappatoi stesi ad asciugare, il freddo che entra dalle finestre spalancate sul nulla. Vorrei andarmene, ho un senso di insofferenza, non mi colloco, non sto tra le pie donne, né tra i volontari, vorrei capire ma non trovo il senso e voglio andarmene…ma i cancelli, quei benedetti cancelli!
II braccio/sezione:regime di sicurezza. Mi trascino, cerco di chiedere il nome, di salutare, ma sono impacciata, vorrei trovare un modo che significhi realmente qualcosa, che giustifichi questo mio esserci qui, oggi. Un uomo, si affaccia, è prossimo ad un crollo, ha occhi liquidi di lacrime trattenute, ma soprattutto ha una solitudine infamante quella per la quale nessuno di noi proverebbe veramente pietà, mi fermo indietro,vorrei che anche gli altro lo lasciassero solo, mi sembra abbia voglia di parlare in privato con il Vescovo, ma le regole, le guardie …e allora mi avvicino avrei voglia di dirgli qualcosa, lo guardo intensamente ricambia lo sguardo, ci stringiamo le mani e lì c’è tutta la misura di una solitudine infinita. Chiedo alcune spiegazioni al responsabile delle Guardie, lo chiamano Commissario, si presta, raccontare quello che accade lì è come condividere la pena che quotidianamente scontano anche loro. Mi spiega che sono quelli che hanno più disagi, perché sono quelli che hanno restrizioni più severe, hanno meno libertà…mi viene da sorridere forse neanche lui si è accorto di ciò che ha detto, già perché parlare di libertà in un carcere è davvero un ossimoro…Il cortile è verde ma nel perimetro, in corrispondenza delle finestre delle celle è pieno di rifiuti.
Si riapre l’ultimo cancello e siamo fuori.
Ti cerco con lo sguardo lì intorno, voglio la capanna, il bue e l’asinello, voglio i pastori, la stella cometa e i doni dei re magi; voglio continuare a credere che gli ultimi della terra siano solo i poveri, i bisognosi e il bambino africano che mi guarda dal bigliettino di auguri che la banca dove lavoro ha scelto per queste festività, voglio una povertà legata ai bisogni materiali perché lì conosco risposte concrete; questa povertà qui, questa povertà di spirito, questa no, non ho strumenti per raccontarla, non ho cuore abbastanza per capirla forse, figuriamoci per amarla…
e allora è Natale, siamo tutti più buoni, la festa è pronta e l’albero le luci ed il presepe, abbiamo un appuntamento a mezzanotte tu ed io a…mi guardo intorno, oltre la curva il mondo scorre… Hakuna matata, non c’è problema, mi ha detto quel ragazzo africano pochi minuti prima.
della perduta indignazione
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 24 novembre 2008
Ci si occupa veramente di economia quando:
“profeticamente annuncio una società diversa”
“politicamente determino una società diversa”
“socialmente costruisco una società diversa”
Hai voglia a dire il nostro amato Premier che è solo questione di percezione, che non bisogna parlare di crisi, ché altrimenti i consumatori si mettono paura e poi non spendono più e il ciclo produttivo si ferma, e allora sì che l’economia si blocca ed ecco allora che è come la storia della profezia che si autoavvera…
Un ragionamento così lineare meriterebbe di essere preso ad esempio ogni volta che parliamo di semplificazione !
Hai voglia a dire che la Speranza dovrebbe essere il leit motiv di giornali e televisioni, perché la gente ha bisogno di fiducia.
Qui il vento della crisi sembra aver spazzato via in un colpo solo speranza ed illusioni, ma soprattutto la semplificazione del disagio e la sua riduzione a macchietta di colore.
Si scopre d’incanto la teorizzazione del bene comune, tornano alla ribalta termini quali giustizia ed etica, sdoganati dalla cantina polverosa in cui erano relegati come arnesi in disuso o come quelle gondoline veneziane che ci vergogniamo ad esporre sul caminetto in bella mostra, votati come siamo all’interior design e ad un concetto di estetica massimizzante ed asettica.
Si riporta l’etica al centro del dibattito economico e tira un sospiro di sollievo chi si occupa di “sociale”, come banalmente si tende a dire, rendendo indifferenziata la categoria di bisogni e di tutele che invece fanno capo a individui e persone ben precise…se non fosse la paura che sia solo la solita tiritera…
Il crollo può avere una serie di ricadute che non sono quelle economico finanziarie, quanto piuttosto quelle ancor più gravi legate alla credibilità di un sistema che dovrebbe essere invece di sostegno allo sviluppo. Lo sviluppo, quella leva importantissima su cui contare per l’attivazione di una serie di tutele sociali e alla cui base non può esserci uno scopo utilitaristico, quanto piuttosto quello della ricerca di un ben-essere e ben-avere, dove il denaro non diventa il fine ma è piuttosto il mezzo.
Sarà pure una deriva idealista, ma mi ci trovo bene, è un po’ il concetto della giustizia redistributiva: l’abbondanza di pochi deve far fronte all’indigenza di molti.
E che si pensi pure ad essa come una cosa ammuffita e polverosa, ma mi ritengo in buona compagnia…
Ma se Etica e Giustizia paiono elementi necessari per saziare una sete collettiva, mi pare che senza un comune senso di indignazione che li faccia emergere come necessari e contrapposti al sistema corrente, rischiano di rimanere principi astratti.
Che non si abbia bisogno di inquinare l’aria con allarmismi e terrorismo psicologico è condivisibile, ma è verissimo anche che:
“ciò non autorizza nessuno, crediamo, a spingere alcuno a rinunciare a farsi un’idea propria dei problemi [..]
né la gente si chiede perché mai l’attuale Presidente del Consiglio mostri sempre più spiccata la tendenza a fare delle faccende private dei cittadini un oggetto di “compromesso” tra una dozzina di persone”
Ma è possibile, si chiede la gente che noi non contiamo più nulla? Possibile che una quantità di persone, competenti – certo assai più di molti “politici” – dei problemi della vita quotidiana, della produzione, del lavoro, dei capitali, delle risorse del suolo, delle imprese, abbiano avvertito ripetutamente il governo di certi errori, e che certi ministri, per il solo fatto di trovarsi insediati, assumano atteggiamenti che si credevano da tempo dimenticati, e rispondano, per esempio che i problemi agitati “non si pongono”, o che le critiche rivolte al loro operato sono semplicemente dettate dagli interessi e che pertanto essi ministri “andranno fino in fondo” nelle loro personalissime riforme?
Ci sbaglieremo ma ci pare che la gente – oramai- si senta offesa, e sempre più offesa, dall’insistenza in un metodo politico, che consiste nell’ignorare l’opinione e i desideri di milioni di interessati, e nel cercare a qualunque costo il compromesso fra le opinioni e le ambizioni di un pugno di uomini, che si credono forse candidati al potere assoluto “
Era il 24 gennaio 1950, e queste righe le scriveva Bruno Leoni nei suoi editoriali militanti …da allora, ancora oggi continuiamo a sentirci offesi…ma quel sano e reazionario senso di indignazione che potrebbe dare la stura ad un dissenso sostanziale e costruttivo, continua a mancare oggi come mancava allora.
Non si uccidono così anche i cavalli?
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 12 novembre 2008
Pensavo potesse accadere solo nei film, e invece no!
In epoca di recessione, con la grande depressione che comprime in un unico blocco speranze sogni e futuro e dove la differenza tra fasce sociali si lima, assottigliando sempre di più il confine verso la precarietà e la povertà, eccoli lì, giovani e coppie che giocano a dadi con la sorte.
Accade a Torino in un fine settimana di Novembre, dove uno dei più grandi gruppi bancari d’Italia con una assurda strategia di comunicazione mette alla lotteria 100 mutui a tasso agevolato !
C’è chi ha portato l’immaginetta di Sant’Antonio, chi la foto del proprio cane ed ogni sorta di improbabili amuleti per propiziare la sorte.
Il meccanismo è semplice: la Banca mette a disposizione dei mutui a tasso agevolato e il Comune fa da garante e si impegna a subentrare nel caso di mancato pagamento delle rate…ottimo …sì…dai subprime all’housing sociale…ma allora perché una lotteria e non per esempio un sistema di graduatorie ad accesso riservato ? Forse perché in fondo anche la spettacolarizzazione della precarietà oggi fa audience…ed è un po’ come gettare l’osso al cane…ma basterà a ripulire la faciata ?
“Non è stato un successo ma anche un’esperienza di vita”, così recita un articolo riportato in cronaca sulla Repubblica edizione di Torino…
[..]Urrà, urrà, urrà!!! Benvenuti alla danza del destino, signore e signori! Sì,erché si sa quando comincia, ma non si sa quando finirà. E siamo appena all’inizio, gente! Solo all’inizio. Sempre avanti e avanti. Ma quando ci si fermerà? Quando finirà? Quando? Solo quando gli ultimi due di questi meravigliosi giovani saranno rimasti in pista. Solo quando gli ultimi due ballerini, esausti e barcollanti, riusciranno ad arrivare, attraverso un mare di insidie e di disperazione, fino alla vittoria. Una coppia, e soltanto una, uscirà di qua calpestando i corpi e i sogni infranti degli sconfitti, con in tasca il gran premio di 1500 dollari d’argento. Illuminate il quadro! Il quadrante del destino, signore e signori! Centodue coppie in gara, delle quali una sola coppia danzerà fino alla fama e alla fortuna! Chi si arrenderà, chi mollerà, chi non resisterà, fuori! È dura, è vero, ma viviamo in tempi duri! Per dirla col nostro grande Presidente Herbert Hoover: “La prosperità è qui dietro l’angolo!” E noi come la salutiamo la Depressione? Ecco come la salutiamo, la Depressione! Coraggio, dateci sotto, gente! Dateci sotto [..]( cit. dal film di Sidney Pollack)
1400 giovani che applaudono ai sorteggiati…e non è un reality !!!
Barak Obama, sarà vera gloria?
Pubblicato da daniela bianchi in Senza categoria il 5 novembre 2008
That’s ammerica.
Si dirà di tutto su questa elezione, entrerà nei manuali di storia ma anche in quelli della comunicazione politica e noi avremo solo da imparare e mostrare un po’ di invidia quando ci accorgeremo che no, we can’t !
E’ un uomo con un passato breve Barak Obama, 47 anni ed un ‘avanzata verso la casa bianca iniziata appena otto fa, e qualcuno dirà che questo di per sè rappresenta un vantaggio, perché si viaggia meglio e più spediti con un bagaglio leggero; così come i detrattori lo aspetteranno al varco del primo errore;
è un uomo nero, o afroamericano (in tempi di politically correct), e solo 40 anni fa tutto questo non sarebbe stato possibile; è figlio di una ragazza madre e rappresenta un ticket di salvezza per tutti gli ultimi della terra;
è un gran comunicatore, ha radunato folle, mobilitato sostenitori, mosso milioni di dollari, l’ha fatto con un team eccezionale, percorrendo la rete di internet, calpestando la polvere d’America, precorrendo e anticipando le pre -visioni con una campagna pubblicitaria senza eguali in termini tecnici e a tutti ha venduto la stessa merce: la Speranza;
ma è anche un macchina infernale, Barak Obama, non credo che si possa riuscire in questa impresa solo per una serie di azzeccate congiunture e muovere così tanta gente verso i seggi e verso un voto che sa di sfida al mondo vetero – conservatore che chiamiamo Europa; è forte quest’uomo, espressione di potenza più che di potere.
Che c’entra, piace anche a me rassicurare la mia voglia di futuro all’ombra della speranza americana, ho parteggiato per Obama fin dalla prima ora, ma credo che un uomo che ha potuto tutto questo ha dalla sua una forza senza pari e si tratterà di vedere come la userà;
diffido a priori dei grandi movimenti di massa e mi interrogo sempre sugli uomini che sanno suscitarli, si tratta di carisma certo, ma anche della sete di uomini nuovi che normalmente si accompagna ad un periodo storico di decadenza e di crisi; ed è proprio questo il punto:come affronterà le sfide che hanno fatto crollare il consenso verso l’America, in termini di politica internazionale e risoluzione di una grave crisi economica prima di tutto?
Ma è lammerica, qui tutto è possibile, a cominciare dalla capacità di reinventarsi un Sogno e chiamarlo Speranza e Cambiamento.
Come vedete, niente a che vedere con le nostre miserie politiche, ancora di più amplificate da questo entusiasmo del tutto inappropriato che sa tanto di corsa sul carro del vincitore e che mi infastidisce oltremodo; e va bene che c’è rimasta nel gozzo una vittoria che speravamo e che credevamo possibile, ma ripeto we can’t…e non potremo ancora per lungo tempo, per l’assenza totale di Carisma, Forza, Potenza, Credibilità e soprattutto Coraggio verso il Cambiamento.
Oggi non è la nostra vittoria; per noi, oggi, Barack Obama, ma soprattutto l’America, possono solo essere un esempio, esaltato da quelle bandierine americane che sventolavano a migliaia lì in Grant Park …non un segno di partito…non un vessillo di appartenenza particolaristica…ma il simbolo di un intero Paese che opera su logiche profonde e condivise.
That’s Ammerica
11 febbraio 1950 – … accadde domani…
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 3 novembre 2008
…”facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partto dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli, ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza: in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada: comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, e impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private.
E allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare in queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice, di quelle di Stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli, invece che alle scuole pubbliche, alle scuole private. Così la scuola privata diventa una scuola priviligiata.
Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in questo modo: rovinare le scuole di Stato, lasciare che vadano in malora, impoverire i loro bilanci, ignorare i loro bisogni, attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private, non controllarne la serietà, lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare, e dare alle scuole private denaro pubblico.
(Piero Calamandrei, Congresso Adsn – Associazione a difesa della scuola nazionale- 11 febbraio 1950)
what else?
Io sto con la protesta
Pubblicato da daniela bianchi in vista sul punto il 30 ottobre 2008
Ieri conversavo al telefono con un mio amico, per lo più condividiamo riflessioni, amare, ciniche, compiacenti, alcuni gusti in comune.
D.
“ Ma quando abbiamo smesso di decidere ? Noi gente del popolo, intendo…o forse ti dovrei chiedere Abbiamo mai deciso in realtà?”
Dall’altra parte del filo un silenzio, una pausa interdetta..
M.
.” ma ti aspetti una risposta?…veramente credi che si possa liquidare con due parole spicce questa tua domanda ?…”
D.
“No…non lo so…non so neanche se sia una domanda cha abbia senso….”
M.
“E allora sai che ti dico, che secondo me ‘sta faccenda della democrazia è tutta una balla, è un po’ come tracciare una distinzione tra cultura e istinto, tra pura passione e regole, quando poi finisce che le regole servono ad imbrigliare le coscienze…
In realtà non credo che la domanda esatta sia quando abbiamo smesso di decidere, ma piuttosto abbiamo mai deciso? E allora ti rispondo no, noi non abbiamo mai deciso; in fondo la democrazia è la prospettiva utopica di una realtà veramente civile, di persone per dire “sgrezzate”, che non hanno più bisogni primari, chennesò la fame per esempio…ma poi a pensarci bene non è solo una questione di bisogni primari, anche tutte le sovrastrutture che ci creiamo nel corso degli anni: il benessere, l’assuefazione alla nuda realtà, i compromessi, la perdita dei sogni….chi può dirsi veramente puro, sgrezzato appunto? Forse l’unica età in cui è possibile sognare e praticare una qualche forma di democrazia è l’adolescenza, l’unica fase in cui ci è concesso di essere idealisti…
che fai non dici più niente?”
D.
“E che ti dovrei dire…?..rifletto…”
Stamattina ripensavo a questa conversazione, mentre l’aria surreale di Roma aspetta, come in agguato, che qualcosa accada…qualsiasi cosa…ma che accada
Non condivido appieno le riflessioni del mio amico, condivido la sua foga, quella sì, ma di una cosa sono certa, in questi giorni non sono solo scesi in piazza gli studenti, non si protesta solo contro un decreto, non ci si oppone solo ad una maggioranza; quella a cui si assiste in questi giorni è anche l’esercizio arbitrariamente democratico di dissentire.
Non entro nel merito se la portata delle norme oggetto della contestazione siano giuste o sbagliate, se il loro impatto sulla formazione e l’istruzione dei futuri cittadini di questo strampalato paese sia significativo per lo sviluppo e la crescita dello stesso, ma trovo corroborante per il mio animo idealista e mai pacificato che si abbia ancora il coraggio di rompere gli schemi consolidati; e mi dispiace dissentire con il nostro premier, ma questa è gente informata dei fatti, non sono bamboccioni che si fanno strumentalizzare da una parte politica (che agonizzante com’è figuriamoci se ha la forza tentacolare di riorganizzare le truppe cammellate..); prendi Matteo, per esempio, che studia il decreto per capire le ragioni della protesta, quindici anni e il senso della consapevolezza; ragazzi che non hanno bisogno di una occupazione per fare sega a scuola o saltare le lezioni, consapevoli del fatto che non c’è più un domani se non te lo strappi a fatica e con i denti; è finita l’era del self made man con gli aiuti di stato, vige l’era della casta e forse declina all’orizzonte anche quella, e allora come in ogni momento di grande crisi abbiamo solo due possibilità: serrare i ranghi delle finte e consolidate certezze, atteggiamento conservativo e conservatore, o provare a crederci in questa democrazia che, come dice Zagrebelsky, non promette niente a nessuno ma chiede molto a tutti.
I (don’t) care! (ovvero di corpi, carcasse e sovrastrutture) (via l’oca sapiens)
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 24 aprile 2011
via l'oca sapiens
IO, questa giornata contro la violenza alle donne voglio raccontarla a modo mio
Pubblicato da daniela bianchi in vogliamo anche le rose il 25 novembre 2008
Ho sempre pensato che raccontarsi, fare outing, potesse essere solo un atto di esibizionismo, la svendita facile di un pezzo di se stessi da dare in pasto all’emotività degli altri per carpire un po’ di attenzione o suscitare pietà. D’altra parte sono cresciuta così, quelle cose tipo schiena diritta e petto in fuori, e non dare mai un minimo segno di cedimento.
Ho sempre pensato di essere una con le palle, di quelle che non si fanno mica saltare la mosca al naso, che rivendicano diritti, esercitano doveri e proclamano giustizia. Pesante come pochi, se comincio a fare polemica.
Ho sempre pensato, inoltre, che l’ironia fosse l’arma migliore per disattivare quei meccanismi che spesso e sovente si manifestano negli ambienti condivisi, dove la seduzione diventa un cliché da esercitare come unica via di dialogo tra uomo e donna, dove le battute a sfondo sessuale diventano un modo per stemperare l’atmosfera…a volte l’unico linguaggio conosciuto da certi interlocutori a corto di argomenti.
Ho sempre pensato, infine, alla violenza esercitata sulle donne, come un qualcosa che accade solo alle altre e che pretendesse come requisiti necessari un ambiente ai margini.
Poi, un giorno, ho conosciuto il mobbing sessuale o, per meglio dire, la molestia sessuale.
Quando me l’hanno presentata, lì per lì, non l’ho riconosciuta, l’ambiente era di quelli rassicuranti, le stanze ovattate proprie delle grandi decisioni. Tuttavia, da qualche parte, dentro di me, un campanello trillava. Ma era epoca di grandi trambusti emotivi e che vuoi? pensavo fosse solo il recente dolore che ancora scavava.
Non sto a raccontarti di come si sia manifestata, delle mani che scivolavano casualmente su un fianco quando mi avvicinavo al computer, di un naso che si infilava sul mio collo con la scusa di annusare un profumo, di quella bacchetta che si agitava nell’aria durante le discussioni di lavoro, e non voglio neanche raccontarti dei messaggi, della voce che irruppe in un pomeriggio di fine estate nel mio telefono d’ufficio per dire: ho voglia di fare l’amore con te!
Voglio raccontarti invece, della mia incapacità a muovere un passo; di questo voglio dirti, perché credo che questo sia il vero nòcciolo del problema.
E’ quello il momento in cui la molestia prende forza, quando tu rimani lì inerme, e non perché ti piaccia quello che ti sta accadendo, no, solo perché quello che ti sta accadendo ti stringe con la forza di tentacoli; ti tiene avvinghiata nella morsa del disgusto ma tu non sai e non puoi muoverti. Quello è il momento in cui ti senti annientata, in cui arrivi a mettere in discussione te stessa, in cui la fragilità che pensavi di non avere prende il sopravvento e balla allegramente sulla tua sicurezza.
Poi arriva il giorno in cui, per fortuna, trovi il coraggio di aprire una porta e di dire io me ne vado . Ed è quello il momento in cui la molestia canta vittoria, perché andarsene senza aver denunciato l’accaduto è come rendere il tributo della vittoria al tuo molestatore.
Voglio raccontarti ancora, di quando, avendo ritrovato tutta la mia lucidità e con la rabbia che montava come una carogna imputridita che covava dentro, io abbia bussato alla porta del Responsabile delle Risorse Umane (e non sto citando un libro di Abraham Yehoshua). Voglio raccontarti della nostra conversazione, che si è svolta con una sua evidente insofferenza, di come pensasse di liquidare la faccenda come un’ulteriore bega, definendo la mia richiesta di colloquio come una pratica inps da evadere con numeretto, di come io abbia iniziato a discutere di valore delle persone, di atteggiamento aziendale, di tetto di cristallo, di assoluto disinteresse di un management che pensa solo ai profitti e al budget e dove le risorse umane sono solo strumentali al raggiungimento dell’obiettivo, ma soprattutto voglio raccontarti della sua domanda finale: ma è sicura di non aver frainteso ?
Non ho null’altro da aggiungere a questo racconto, se non dirti che non dò a questa storia la soddisfazione di rovinarmi l’esistenza, è solo una storia in più nello zaino della mia vita; voglio solo aggiungere che l’esercizio di potere a fini sessuali va sempre denunciato, e non ha importanza se è a te e solo a te che chiederanno giustificazioni, perché la nostra omertà è la violenza più grande.
La possibilità per ogni donna di rivendicare liberamente la propria femminilità, senza che questa venga necessariamente presa come merce di scambio, non ha prezzo!
per il resto, sotto a chi tocca!
Pubblicato da daniela bianchi in cronache baldanzose il 16 settembre 2008
Caro Diario,
che dire! L’estate è finita. L’ autunno è alle porte e non mi aspetto un granché !
MI avevano raccontato che questo è un grande paese. E questo, di per sé, già sarebbe stato sufficiente.
Poi mi hanno detto, anche, che questo è un paese fortunato e allora mi sono sentita felice !
Hai mai visto un altro paese, nelle immediate vicinanze, che abbia dalla sua qualcuno ( e mo’ non guardare al dettaglio, primo…secondo…cittadino…che differenza fa ? in fondo l’ordine è solo un dettaglio… ), che come un buon padre di famiglia veglia su tutti e, accarezzandogli lievemente il capo, guida amorevolmente il suo popolo tra le insidie perigliose della quotidianità?
Oggi c’è aria fresca, eppure la piazza qui accanto è calda. Scaldano i motori della protesta dopo aver scaldato quelli della compagnia di bandiera.
No, ma che hai capito? Non è la bandiera dei mondiali di calcio…un po’ di rispetto…qui c’è gente che è tornata dall’estero per salvare l’Italia !
Eppure, devo confessarti che i cori mi sembrano un segno di qualcosa ; non saprei, come il segno di un contraddittorio che possa tener vivo un confronto democratico…Ma mi sbaglio, il collega qui affianco bacchetta la mia ingenuità : “non è mica così che otterranno qualcosa!”
Per la miseria, (e non è solo un’imprecazione ma uno stato di fatto), forse ha ragione…anche se mi piaceva tanto ‘sta storia del confronto, (ché ‘sto confronto poi non si capisce chi lo dovrebbe fare, visto che in giro si vedono solo propaganda e papaveri istituzionali: i primi ad uso della stampa i secondi in uso al museo delle cere)… ma è che io ciò un debole per gli ideali e per la tutela dei diritti…manco mi chiamassi Obama…
Ma basta con ‘ste polemicucce, questi bisogna lasciarli fare, ché questi hanno studiato, cianno le scuole alte, mica quelle delle maestrine dalla penna rossa ! Questi parlano quattro lingue ( ché poi sarà per questa Babele che non li capiamo ?!?).
Ché forse noi, semplici cittadini, saremmo stati in grado mai di inventare un piano di economia sociale così articolato: privatizzare i profitti e socializzare le perdite ?
Che dirti caro Diario, mi sembra solo che ci siamo raccontati un ‘sacco di fregnacce ( e non mi redarguire per il linguaggio, ma tra nani e ballerine sembra che tutto sia consentito ed è facile perdere il controllo).
Tuttavia ho deciso di fare un nuovo proposito per l’inverno che arriva: lascio stare la palestra e mi cerco una scuola di scherma…visto mai mi capitasse di incontrare un presidente… potrei sempre tentare la fortuna con due / tre (s)toccate…..

























