The Pope #diariominimo 15/03/2020

The Pope #diariominimo 15/03/2020

Poco da dire. La domenica si è consumata lentamente. L’isolamento non é tanto il tempo vuoto, perché poi quello si riempie da sé, tra Alexey che fa prove di chitarra, mellofono ed ogni altro strumento buono a tirare fuori note e musica, e Tatiana che inventa, crea, colora.

Photo @Ansa

Oggi lei ed io indossiamo una bandana, stile pirata dei Caraibi, a lei sta decisamente bene, a me serve per contenere i ricci che vanno come vogliono in assenza del parrucchiere.

Dicevo l’isolamento, non é tanto il tempo, quanto l’impotenza nel poter fare qualcosa mentre vedi donne ed uomini che allo stremo stanno facendo tutto quello che possono per arginare questa #bestia.

Ma a noi tocca questo, stare a casa e va bene così, é la nostra parte.

Poi c’è chi in tutto questo caos, intralcia, fa come gli pare, esce, va a correre o come il Presidente della #regionelombardia che siccome il Governo gli ha detto che per l’Ospedale della Fiera doveva aspettare, é andato per conto suo e ha chiamato Bertolaso #ghepensmì

E poi c’è invece chi si attiene al suo “mestiere”, non intralcia, fa quello che deve, attraversa a piedi una Roma deserta, curvo sotto il peso degli affanni di donne e uomini che in questi giorni tengono tra le braccia il Paese, cammina per andare a pregare ai piedi di una croce custodita in una chiesa di Via del Corso, una croce miracolosa, a San Marcello, che é lì dai tempi della peste. #ThePope

(photo #ansa)

L’ Italia (le) cantò #diariominimo 13/03/2020

L’ Italia (le) cantò #diariominimo 13/03/2020

E ad un certo punto oggi la musica ha iniziato a spargersi nell’aria.

Balconi, terrazzini, città per città….tutti così…core a core. C’era troppo silenzio nell’aria, è stata come una reazione potente, un fiume in piena che spinge contro la diga e poi scorre veloce tra vicoli e piazze.

Ora ditemi, voi da quanto tempo non cantavate, così senza motivo? Così, senza pensiero, a finestre aperte….

E’ stato surreale ma bello. Così come è bella la lunga maratona #litaliachiamò su YouTube, in tante e tanti del mondo dello spettacolo, della cultura, delle arti a testimoniare di esserci, la più grande maratona streaming di tutti i tempi, per raccontare l’Italia che resiste con coraggio, talento e determinazione.

In un caso e nell’altro oggi è andata in scena non tanto la reazione, quanto la nostra necessità di essere ancora comunità.

Comunità che è sì cara …

Deve avere, invece, le idee un po’ confuse in tema di comunità la Governatrice della BCE che ieri nel tardo pomeriggio si è lasciata sfuggire una frase che è suonata durissima nei confronti dell’Italia. Una gaffe che è costato un crollo in borsa e la reazione immediata del nostro Presidente della Repubblica che in maniera inusuale ha tuonato contro le scellerate parole della Governatrice. Sono seguite le scuse e aperture di credito nei confronti dell’Italia, ma rimane il sospetto che forse di gaffe non si è trattato. Tra le tante teorie complottiste che ho letto in queste ore ce ne sono alcune interessanti (ma ne scriverò domani)

Hanno invece le idee chiare i Cinesi in fatto di comunità. Ora che stanno chiudendo i loro conti con il covid19, hanno iniziato a tendere la mano a chi come noi è nel pieno della tempesta e stanno inviando al nostro paese aiuti importantissimi. C’è da stare muti e zitti, e con le parole ricacciare in gola anche tutte le invettive che abbiamo tirato addosso ai cinesi, quando ancora non sapevamo che il mostro era tra di noi.

Comunità. Come sempre il valore delle cose lo riconosci quando non le hai più a portata di mano

Il Paese rallenta, non si ferma! #diariominimo 12/03/2020

Il Paese rallenta, non si ferma! #diariominimo 12/03/2020

Non mi piace il clima di #rassegnazione a cui ci stiamo piegando.

Non é esaltando le nostre giornate che risolviamo la faccenda. Un conto é il senso di #responsabilitàcollettiva per limitare il contagio, un’altra é il tono di disastro con cui continuiamo ad alimentare il racconto di queste giornate. E questo lo trovo pericoloso.

C’è un pezzo di Italia che continua a garantire il funzionamento della #quotidianità. Basta ascoltarle con attenzione le cose, comprese le parole di un Presidente del Consiglio infarcito di retorica.

La circolazione di merci, i magazzini, le produzioni, sono garantite grazie alle persone che quotidianamente continuano ad essere operative. Parliamo di una #catenasocialedivalore che ci sta consentendo di sopravvivere, é un settore specifico che si chiama #Logistica e che da mondo é mondo é un sistema di #organizzazione prioritario che garantisce ai sistemi di funzionare. Ne sanno qualcosa i sistemi militari.

Descrivere quindi le misure annunciate ieri dal nostro Presidente del Consiglio come un #lokdown é da irresponsabili. Perché non é così, ed è giusto che non sia così, non deve essere così. Il Paese non è fermo. La percezione é una brutta bestia, dovremmo averlo imparato anche con l’utilizzo di questi social.

E questo non ha nulla a che vedere con la responsabilità di ciascuno di noi. Dipendiamo gli uni dagli altri. In tutti i sensi.

Virus e impatto digitale #diariominimo 11/03/2020

Virus e impatto digitale #diariominimo 11/03/2020

Quello che colpisce è il silenzio.  In fila in silenzio, camminare per strada in silenzio.

Comunque la teoria Darwiniana regge e ci stiamo adattando alla situazione, almeno da punto di vista comportamentale.

La didattica a distanza è una piacevole scoperta. Pensavo che per tirare giù dal letto Alexey la mattina avrei dovuto fare ricorso a minacce gravi, peraltro preoccupata, perché l’unica che a volte funziona è quando lo minaccio di non farlo allenare a calcio e tra le tante attività non consentite c’è anche questa, quindi minaccia depotenziata. E invece, con una motivazione sconosciuta, ogni mattina si alza presto, colazione, doccia e poi alla scrivania. Il mezzo costringe ad un assunzione di responsabilità e ad una capacità di organizzazione, e in un ragazzino di 12 anni vederla applicata diventa una piacevole scoperta. Anche in questo caso la teoria darwiniana sembra funzionare a dovere.

Essere nativi digitali ha il suo perché, e menomale visto che tutto è successo nel giro di poche ore e senza pianificazione sufficiente. Che poi mi chiedo perché non abbiamo mai pensato di fare una forma di tutoraggio ai nostri ragazzi sul significato della formazione a distanza (ma anche ai prof), un po’ come si fa con le prove di evacuazione in caso di incendio o terremoto, prove per assimilarne il valore e riconoscerne il significato.

Comunque il legame con la scuola è assicurato e questo basta per togliere dalla testa l’idea che si tratti di una vacanza o di una settimana ecologica. #scuoladigitale #innovazione

Sull’impatto digitale nel lavoro ho poco da dire, lo scopriamo in un momento di necessità, sono vent’anni che se ne auspica l’applicazione, per lo più i capi ancora pensano che se lavori da casa in realtà te ne vai a spasso #immaturi

Non ne farei una bandiera come invece sta accadendo, perché non ci facciamo una bella figura, un po’ come le mode che arrivavano in provincia con qualche anno di ritardo. E poi comunque, come ogni pannicello caldo a cui siamo abituati in questo paese a demandare grandi aspettative, lo smart working anche in questa occasione è un rimedio, non ancora una modalità di processo e riguarda comunque solo alcuni lavori, quindi potremo anche smetterla di scriverci sù dieci teorie al giorno.

Quanto al virus sono arrivate buone notizie, pare che a Napoli hanno sperimentato con successo un farmaco, che sembra avere effetti molto positivi sui pazienti colpiti da Covid19. Su Facebook è partito il solito teatrino sul costo del farmaco, se le risorse economiche verranno distolte da altre patologie, su chi avrebbe in caso la precedenza, vabbè un poutparlè tanto al chilo, meno male che i virologi quelli veri non stanno su Facebook.

Nel dibattito generale il focus rimane ancora sull’emergenza sanitaria, le misure economiche sono ancora ascritte nell’ambito degli aiuti, intanto il Lazio e la Lombardia stanno prendendo la strada della CIG. ma un vero e proprio piano di recovery pare essere ancora lontano. Rilancio quanto detto ieri: decretare l’emergenza pianificare la ripresa….

Ai tempi del coronavirus #diariominimo 10/03/2020

Ai tempi del coronavirus #diariominimo 10/03/2020

Primo giorno di regole ristrette anche per noi, gente di quel centro sud che fino a ieri si riteneva immune solo perché non bollata da un colore.
Ieri ho dimenticato di comprare l’Ovomaltina. Nulla di che, nulla di necessario, é per Tatiana fa colazione così, l’unico modo per bere latte, e tra i tanti no di cui le riempio il tempo e le intenzioni, cedere a questo mi pare un piccolo gesto d’amore.
Ieri però ho dimenticato di comprarla e quindi stamattina sono uscita velocemente per andare a prenderla, insieme ad altre cose necessarie, e preparare la colazione.
Velocemente…
Non esiste più questa parola.
Sono in fila, con calma rispetto la mia #distanzasociale di sicurezza. Ingressi contingentati. Come é giusto che sia.
Una signora ricorda i tempi di guerra.
Guardo gli addetti del supermercato che si adoperano per il rispetto delle norme. In fondo non siamo così indisciplinati, la consapevolezza é un buon antidoto alla furbizia spiccia.
Mi dico che anche semplicemente smettendo di comprare Ovomaltina si fermerebbe la catena di valore e allora bisogna osservare tutte le norme per poter continuare a farlo.
Ma mi dico anche che ora é necessario un massiccio piano di previsione di #rilancioeconomico. Un #patto da mettere sul tavolo fin da ora per dare un orizzonte alle tante partite Iva, alle aziende, all’artigianato, al commercio.
Iniziare fin da ora, con uno sforzo immane. Con una logica sincronica e non diacronica.
Decretare l’emergenza e pianificare la ripresa.
Uno Stato questo fa, accanto all’emergenza deve essere in grado di dare la prospettiva… oppure saremo tutti fottuti, seppelliti da un mare di titoli…
Comunque di Ovomaltina ne ho prese due confezioni, insieme a due confezioni di candeggina. Farina e burro per pasta e biscotti. Il pane ancora non ho provato a farlo da me…

Galleria

Ma te lo ricordi Woodstock?

15 agosto

Bethel, New York. “Aquarian Exposition: 3 Days of Peace & Music”

Woodstock iniziò così. Una parentesi di oblio nell’America del Vietnam.

Oggi fa 50 anni. E non c’è immaginario collettivo che sia mai stato più riempito da tanta suggestione.

Dicevi Woodstock ed era l’America!

Gli Hippyes, l’età dell’Acquario, Jimmi Hendrix, il fumo, il sesso libero, la pioggia. Capelli ricci, vestiti colorati, bandane, corpi nudi. CHe magari, in fondo, poi non saranno stati tutti ribelli, magari c’era  anche gente “normale” che pensava solo di passare due giorni d’agosto in una spianata, per ascoltare musica. Ve lo ricordate Hair? Ecco…quella roba lì…

Nei giorni che avevano preceduto il concerto nulla lasciava presagire quello che sarebbe accaduto. Centinaia di migliaia di persone…una folla che dall’America muoveva verso quei campi ….

Joan Baez, incinta di sei mesi. Carlos Santana,  Canned Heat Grateful Dead i Creedence Clearwater Revival.  Janis Joplin,  Sly and the Family Stone, gli Who , i Jefferson Airplane. E poi Joe Cocker, i Ten Years After, The Band, Johnny Winter, Crosby, Stills, Nash & Young fino al gran finale, alle 9 del lunedì mattina davanti a quelli che avevano resistito fino ad allora…30mila persone. Il concerto di Jimi Hendrix, vestito con la giacca bianca con le frange e la fascia in testa, diventò il più famoso di tutti, entrando nella storia della musica e della cultura popolare del Novecento. In particolare per la celebre versione dell’inno americano suonato con la chitarra elettrica, imitando i suoni delle bombe sganciate sul Vietnam.

50 anni sono una vita  e chissà di quell’immaginario collettivo cosa è rimasto!

Woodstock in fondo fu solo un concerto, con dei bravi organizzatori, un ottimo impianto acustico, e tanta tanta gente che da tutta l’America, si riversò a Bethel, uno di quei riti collettivi che all’improvviso prendono vita e a cui non puoi mancare.

Poi il potere della musica ci ha messo dentro il mito, la rottura degli schemi, la lotta contro il potere precostituito e la spregiudicatezza dei vent’anni!!!

Perché diciamocelo, ci vogliono  20 anni per poter stare due notti all’aperto e dormire come capita tra mille e mille persone per ascoltare musica ininterrottamente per tre giorni, fossero anche quelli che stanno scrivendo la storia della musica.

E poi il sesso, i capelli ribelli i vestiti hanno finito da tempo di essere segno di ribellione. Almeno esteriormente certe battaglie sono state acquisite. Anche se la lotta contro i pregiudizi e gli stereotipi  nel suo eterno presente è dura a morire.

Sono contenta che non ci sia stata una Woodstock celebrativa, perché certi miti non puoi evocarli, esistono solo perché incastonati in quello spazio tempo che li ha resi eterni e il cui racconto negli anni è stato funzionale a quel grido che diceva Freedom.

Libertà.

Oggi se pensi a questa parola in fondo non è a  Woodstock che pensi d’istinto. Mille e mille altre immagini negli anni hanno preso il suo posto per evocare quel concetto ancora fragile e mai abbastanza difeso.

E’ così che va il mondo, la a storia supera se stessa e viene quasi sempre superata in fretta.

Quello che resta sullo sfondo è il tema di sempre,  il potere precostituito e la forza necessaria del dissenso.

Machecchè né dicano i nostalgici non ci sarà  concerto alcuno che potrà chiarirlo, perché sarà sempre il racconto che ne faremo a posteriori che potrà essere funzionale all’una o all’altra posizione ….

Sarà un anno bellissimo (cit.)

Sarà un anno bellissimo (cit.)

Il diavolo si annida nei dettagli, lo diceva sempre mia nonna. E mi è stato ancora più chiaro ieri sera, quando dopo mesi di imbarazzanti prove costume Salvini si è presentato sul palco di Sabaudia in camicia bianca e cravatta. Una cravatta, al mare, lui che non ci ha risparmiato nulla sul fronte di felpe, panze nude, dress code improbabili. Una cravatta, al mare, per dire che qualcosa si era rotto. Una cravatta, come qualsiasi commenda di buon ordine il giorno della promozione, che tira fuori il vestito buono per le feste. Perché è indubbio che comunque lui pensi aver vinto.

Aver spolpato vivo il movimento in poco meno di dodici mesi, con metodica e certosina precisione.

Aver eluso con altrettanta perizia tutti i temi sostanziali di questa nazione, aver bloccato l’agenda su un unico tema: immigrazione. L’unico terreno che sapeva essergli fertile per pasturare la folla, (leggi anche qui “Non pasturare la bestia”) per sostituire nel cuore degli italiani e delle italiane incazzate il vaffa cavalcato dal m5s. Eludendo bellamente temi quali il lavoro la crisi la finanziaria.

In meno di un anno. Un anno che doveva essere “bellissimo” e che si è invece trasformato in un incubo. Il paese reale, quello fuori onda, piombato in recessione, annichilito nella prospettiva futura, retrocesso dalle prime fila dell’Europa.

E se pensi che a Roma cravattaro è il termine che si riserva agli strozzini, quelli che ti approcciano, ti avvicinano quando sei in difficoltà, per darti una boccata di ossigeno quando sei in debito, salvo poi “strozzarti” alla prima occasione utile…non puoi non notare una simbologia…

Per comunicare il nuovo corso sceglie una cravatta e una città di fondazione, tirata su in poco più di 250 giorni, tanto quanto gli sono stati necessari per annientare il Parlamento….Simboli, perché mai come in questa era impazzita la politica è comunicazione.

E non ha importanza se manchino una manciata di minuti alla caduta del governo oppure no…ora il più sarà mandarlo a casa!

Europa #-4

Europa #-4

Europa! Cui prodest ?

L’Europa l’ho vista da vicino nei miei cinque anni da Consigliera nella Regione Lazio. Ho visto da vicino la sua caparbietà e capacità di trasformarsi in programmi e da lì in azioni.

Così come da vicino ho imparato a conoscere l’ombra nera di quel sovranismo che sta minacciando di cancellare anni di elaborazione politica, e chi con me sta seguendo la vicenda della Certosa di Trisulti sa bene di cosa parlo. Peccato non averla abbracciata in maniera corale come simbolo di una battaglia sull’Europa, avrebbe dato sostanza a tante dichiarazioni, avrebbe sancito il coraggio del riscatto. Che serve come il pane a noi, al nostro popolo. Perché lì dove la destra sovranista costruisce la sua fortuna sulla paura e sul rancore, accorciando il pensiero,  noi dovremmo restituire dignità forza e consapevolezza a questa parola: Riscatto.

Ma ora pensiamo a vincere il 26 Maggio.

Perché l’Europa?

Dice che l’Europa ci costa tanto, il dibattito sulla Brexit ad esempio, è stato fortemente condizionato dal tema dei contributi che gli Stati membri  devono versare al bilancio europeo. Chi ha condizionato quel dibattito oggi ha un nome e cognome, e lo conosciamo molto bene, e quali sono stati gli effetti lo abbiamo visto e lo stiamo vedendo.

E allora facciamoci un po’ di conti.

Il bilancio europeo ammonta a 140 miliardi a cui devono corrispondere 140 miliardi di entrate. Noi abbiamo versato alla UE circa 3 miliardi ne abbiamo ricevuti fino al 2017  9,8.

La principale voce di spesa per l’Italia è il finanziamento all’agricoltura tramite lo European Agriculture Guarantee Fund (Aegf): più di 4 miliardi, di cui 3 miliardi e mezzo indirizzati al pagamento diretto agli agricoltori. Più limitato, ma comunque sostanzioso, è l’investimento per la coesione territoriale (1,6 miliardi), che si traduce, tra le altre cose, in investimenti per le regioni meno sviluppate del Mezzogiorno per poco meno di un miliardo (963 milioni contro i 590 milioni destinati alle regioni del Centro e del Nord). Infine, troviamo gli investimenti per la competitività, la crescita e il lavoro (1,4 miliardi) che si suddividono a loro volta in 310 milioni investiti in grandi progetti infrastrutturali, poco più di 200 milioni per il programma Erasmus e più di 800 milioni per la ricerca.

Va notato che una porzione significativa delle risorse che l’Ue mette a disposizione viene stanziata in base a criteri competitivi, dunque le risorse effettivamente disponibili all’Italia potrebbero aumentare con una maggiore capacità di spesa e una programmazione più puntuale.

Ma non è il nostro caso. Per l’Italia, nella programmazione 2014-2020, sono stati stanziati 73 miliardi, ma ne è stata utilizzato solo un bassa percentuale.

Sfortunatamente al 31 dicembre 2018, 3 dei 51 programmi operativi del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e del Fondo sociale (Fse) non hanno raggiunto il target di spesa. Il che vuol dire, secondo le nuove regole comunitarie, non avere più a disposizione 60 milioni di euro. Ad esempio il programma Ricerca e innovazione, gestito dal ministero dell’Istruzione, università e ricerca, dovrebbe lasciare a Bruxelles 35 milioni di euro (pari al 25% della spesa prevista), a meno che la Commissione non accolga la richiesta di eccezione per la presenza di ricorsi giudiziari che sono una delle principali cause della lentezza della spesa per investimenti. E poi il Pon Inclusione che ha mancato l’obiettivo di spesa per 24,6 milioni di euro, quasi il 30% dell’obiettivo fissato a 82,5 milioni. Qui l’eccezione reclamata fa appello a “cause di forza maggiore”. Che poi ci piacerebbe capire quali sono queste cause di forza maggiore, tra mense interdette a chi non ha la possibilità di pagare una retta, centri di accoglienza mistificati come luoghi di latrocinio e non di solidarietà per dirne alcune.

Se poi si prende ad esempio il totale delle spese riportato nel bilancio italiano per il 2017 che ammontava a più di 800 miliardi, comprese le risorse per i servizi pubblici come scuola e sanità e solo poco più di 50 miliardi erano destinati a spesa capitale, ossia investimenti, è facile dedurre che senza l’Europa noi non avremmo avuto risorse sull’Istruzione, visti i bassi investimenti dello stato italiano, inferiori di quasi la metà rispetto agli altri paesi dell’Unione europea, poi c’è ancora chi si chiede perché stiamo come stiamo …

Quindi?

Quindi il sovranismo tanto sventolato come unica soluzione a questa dura crisi, che non é più solo economica ma è diventata in un blob indistinto crisi culturale, valoriale, economica, sociale, in realtà non è che un feticcio per strozzare ancora di più gli stati membri.

In realtà il senso dell’Europa va saldamente riaffermato, sicuramente rielaborato, ma nelle economie globali è l’unico anticorpo che abbiamo per tracciare una strategia di ripresa o meglio di riscatto.

Il  26 maggio è una data che traccerà un solco indelebile tra chi con ostinazione coraggio e pervicacia, sceglierà chi si richiama ai valori fondativi della UE: la libertà, lo stato di diritto, la solidarietà, la pace, la dignità del lavoro, lo sviluppo sostenibile, la cooperazione internazionale  e tra chi, invece, continua a scavare una fossa che ci inghiottirà tutti in un enorme buco nero. Pensateci!

 

 

Di Pasqua, pietre sepolcrali e divanetti rossi …

Di Pasqua, pietre sepolcrali e divanetti rossi …

Lo scarto che corre tra ciò che appare e ciò che è, tra fenomeno e noumeno, tra la cosa pensata e la cosa manifesta … là si annida la nostra capacità di senso. In quello scarto sta la nostra capacità di non farci fare prigionieri, in quello scarto sta la nostra attitudine al coraggio.

Che vordì?!?

Tutto e niente …fate voi…interpretate…pensate … è tempo di Pasqua, di Resurrezione, di un Cristo che si fa figlio muore e risorge, di segni manifesti, di cui l’uomo ha bisogno dai tempi dei tempi.

In questi giorni ho visto un’intervista, suggestivo lo scenario, ai piedi di una natura imponente hanno montato un divanetto rosso gonfiabile e ci hanno fatto sedere un po’ di persone, a ciascuna hanno chiesto un’idea di Europa …a sentire quelle dichiarazioni inconcludenti, stentate, anche lì lo scarto tra la potenza della natura e  la piccineria dell’uomo ha rivelato tutta la sua fragilità …

In attesa di segni manifesti che ci aiutino a venir fuori da questo buio, con il coraggio di buttare giù quella pietra sepolcrale che da un bel po’ oramai ci costringe all’angolo, vi faccio i miei migliori Auguri di Buona Pasqua!

 

 

Maslow e quella scala che nessuno sale più….

Maslow e quella scala che nessuno sale più….

E niente. La vita è fatta a scale dice il proverbio, chi le scende e chi le sale. Poi ci sono anche le piramidi fatte a scale, quella di Maslow ad esempio, individua nel 1954 la scala dei bisogni degli individui, e tanto più sono soddisfatti i bisogni primari tanto più si sale al vertice della piramide.

Per dire, se soddisfo la necessità primaria del sonno, dell’alimentazione, del sesso, avrò modo di sentire l’esigenza di sicurezza fisica, occupazionale, mentale, familiare, di salute. E una volta soddisfatto questi bisogni, riconoscerò poi il bisogno di amicizia, di affetto familiare, di una intimità sessuale, e poi salirò ancora verso il bisogno di autostima autocontrollo, realizzazione, rispetto reciproco, fino ad arrivare al vertice della piramide dove riconoscerò  come bisogni quelli della moralità, della creatività, della spontaneità, dell’accettazione, del problem solving, dell’assenza di pregiudizi.

Ecco, diciamo che in questi ultimi cinque anni, complice gli effetti sempre più concentrici di una crisi che oramai è diventata parte del sistema, siamo scesi precipitosamente da quel vertice. E il ritorno al primo gradino della Piramide di Maslow, spiega le dinamiche politiche più recenti in occidente.

E’ mutato profondamente il panorama valoriale, e c’è un ritorno ai valori materialisti. Il sentimento che la sopravvivenza propria e dei propri figli sia diventata insicura, conduce a rafforzare la solidarietà etnocentrica contro gli outsider e la solidarietà interna a sostegno di leader autoritari. E la crescita di disagio e insofferenza si riverbera così sulla valutazione del funzionamento di sistemi democratici, mettendoli seriamente in discussione.

Leggere le cose in questi termini credo che possa aiutare qualsiasi argomentazione politica da qui ai prossimi mesi. Siamo ritornati al primo gradino della piramide, non c’è più voglia di accendere scintille, né di seguirle se qualcuno lo fa ancora, c’è assuefazione ai minimi standard e non si affrontano in maniera pragmatica la rabbia e la paura, ma se vogliamo ricostruire un dialogo da centrosinistra (e tutte queste condizioni non sono affatto scollegate tar di loro), può essere poco producente concentrarsi sui soli distinguo valoriali o battaglie di solo schieramento. Le persone che non sono a vario titolo  già ingaggiate dalla politica per sensibilità, appartenenza, fidelizzazione, faranno fatica a capire.

Eppure bisognerebbe affrontarlo in pieno quel corpaccione fermo lì al primo gradino, abbandonando frasi e format già consolidati e utilizzati a condizioni sociali invariate, perché quel maledetto primo gradino risente di venti che vengono da lontano e che noi ci stiamo limitando a fermare con le mani…

Chi ha paura del Potere

Chi ha paura del Potere

Il Potere non ha né fretta e né paura.

Chi in questi tempi, in questo paese,  sta preparando la ridefinizione di una opposizione in grado di mandare a casa questo governo populista, dovrebbe smetterla di giocare alla politica e correre al cinema a vedere  Vice l’uomo nell’ombra.

Non vi sto dicendo di andarlo a vedere perché racconta le gesta di un eroe, al contrario,  semplicemente vi chiedo di ripercorrere alla luce del Potere da lui esercitato, tutti quei fatti noti e meno noti, che come in filo rosso mostrano quando è nata la scintilla che, dall’ America, ha acceso le fiamme che divampano ancora oggi ovunque nel mondo.

Lui chi? Dick Chaney.

Il più potente Vice Presidente d’America, che sul crinale del 2001 sostituì la politica con il potere economico, segnando di fatto la fine della Politica e l’affermarsi della razionalità neoliberista.

Se non ve lo ricordate, se non ricordate come era fatto il vero potere, abituati come siamo stati ad identificarlo solo con un poltronificio, guardate il corpo di Christian Bale, i suoi occhi, la lentezza dei suoi gesti . Non una traccia di machismo urlante, nè leaderismo da copertina, solo un lento studiato e meticoloso attacco alla forma strutturale di un Paese e del mondo intero.

La nascita di Fox News e quindi della propaganda.

La riforma fiscale che abbassa la pressione fiscale sui grandi patrimoni, risorse utili per finanziare le grandi campagne elettorali

L’incesto tra politica ed economia

L’assenza di ogni regola che colpisce a morte l’economia mondiale.

L’11 settembre. Quell’11 settembre, in cui, nel caos della polvere degli edifici che cadevano giù come castelli di sabbia, Cheney prendeva il comando di una superpotenza decidendo dei nostri destini. Abolendo ogni regola. Giù, una dopo l’altra, via la convenzione di Ginevra e avanti il Patriot act. La guerra in Iraq e la nascita dell’Isis. La crisi in Siria e la guerra in Libia. I profughi. Il populismo.

 Tutto questo accadeva sullo scenario mondiale,  mentre ogni singolo pezzo ragionava per sé, mentre un’Europa ancora incompiuta veniva risucchiata dal meccanismo. Troppo debole per sfidare quel potere con altrettanta freddezza e assenza di paura. Pur essendo, al tempo stesso la vera ed unica minaccia a quel potere. L’unica terza via, ad oggi, in grado di rovinare i piani all’America di Trump e alla Russia di Putin.

Ecco, tutto questo, in estrema sintesi, per dire che mentre a botte di tweet decidete chi si deve portare via il pallone, forse vale la pena alzare lo sguardo …E magari ricucire un rapporto con la parola Potere, senza paura, senza farsi condizionare. Perché in assenza di un suo uso consapevole, siamo solo in balia di forze oscure…che ci sono…e non sono una invenzione da salotto. E il non riconoscerle, irriderle  o sminuirle è fare il gioco del diavolo…ve lo ricordate il magistrale Kaiser Soze de I soliti sospetti? (altra citazione, ma oggi ci dovete stare…) “La beffa più grande che il diavolo ha fatto all’umanità è stata fargli credere di non esistere”

Non sarà semplice ridare alla politica il suo corpaccione, persi come siamo con lo sguardo schiacciato nei nostri mille microcosmi, amplificati dalle nostre bacheche, chiusi in un eterno presente. Ma ricordare come, quando e perché la politica ha perso la sua guerra più importante,  quella del Potere, magari può ridefinire le priorità.

E andate comunque a vedervelo ‘sto film…

 

 

 

 

Tanti cari auguri a te e famiglia

Tanti cari auguri a te e famiglia

Ma c’avete fatto caso? Sembra solo a me, oppure pare che quest’anno anche il rito collettivo degli auguri, delle parole spese per fare buoni propositi, per dirci promesse di giustezza solidarietà e amicizia, ecco anche quelle parole quest’anno paiono un po’ timide? Quasi che a vedere lo sfascio che c’è tutto attorno le parole appunto preferiscano restare da una parte, a fa solo capoccella, per non correre il rischio di essere mischiate alla enormità de fregnacce che girano.

L’ottimismo è il profumo della vita diceva un Tonino Guerra sornione qualche anno fa, ma sarà colpa della monnezza che ci sovrasta, dello sguardo obliquo di ministri e vice presidenti, del disvalore che avanza, pure l’ottimismo s’è rintanato da qualche parte che solo la lanterna di Diogene può’ essere utile per tirarlo fuori.

Insomma, si chiude un anno infame. Un anno che ci ha mostrato che tutto quello che di peggio potevamo aspettarci, è accaduto e accade.

La potrei buttare’ sulle considerazioni generaliste, sulla politica, sulle sconfitte, sulla promessa di una riscossa, di una ricostruzione, di un impegno. Potrei. Ma non lo faccio. Di questo se ne parlerà a gennaio.

E invece oggi mi va di stare sul personale, su questo anno che finisce, sul cambio di prospettiva che dal 4 marzo ha riguardato la mia vita. Su questa vita che mi da continuamente l’opportunità di guardarla da prospettive diverse, di  affrontarla a viso aperto nelle sfide che ho sempre combattuto, di seguire il solco delle cose in cui ho sempre creduto.

Quel 4 marzo che ha chiuso una esperienza istituzionale faticosa, coinvolgente, importante. Intensa al punto da divorare spazi, relazioni, tempo.  E mi ha riconsegnato alla quotidianità del mio impegno, del mio lavoro, ad una intensità meno divoratrice, ad un ritmo che concede spazi. La politica si fa in tanti modi.

Potrei raccontarvi di come continuo a sostenere il mio orizzonte,  ad occuparmi di valore sociale, anche se in veste professionale e nella dimensione di una sostenibilità non annunciata ma praticata.  Con il mio lavoro, negli ultimi mesi mi sono occupata di progetti tangibili, in cui tocchi con mano la risposta concreta ai bisogni degli ultimi e dei più deboli, ho visto nascere asili nido nei reparti di oncologia pediatrica dei maggiori ospedali italiani, ho visto dare vita al progetto del sistema di solidarietà nazionale del farmaco e il sistema di solidarietà nazionale del cibo. Un filo che tiene unite tutte le esperienze della mia vita.

E questo non fa che confermare quello che ho sempre sostenuto , e cioè che noi non siamo quello facciamo, non siamo il ruolo che abbiamo, ma facciamo quello che siamo.

Nutrirsi delle esperienze che si fanno, continuare ad impegnarsi per le battaglie che si è sempre portato avanti, non pensare che sia solo un cambio di ruolo a cambiare il passo o a far retrocedere rispetto agli impegni presi con un territorio, con le persone, ma anzi prendere dalle esperienze che si vivono gli spunti di innovazione e di pensiero per fortificare e dare valore aggiunto alle nuove esperienze che verranno.

E’ un po’ come mettere fieno in cascina in attesa dell’inverno che arriverà…

E allora i miei auguri quest’anno hanno solo questo da dirvi, sappiate attendere, e nel frattempo custodite e tenete a parte ciò che di valore e di significativo vi accade e contribuite a far accadere…perché arriveranno tempi in cui ci sarà bisogno di tutto ciò che di valore e di significativo abbiamo fatto e che può contribuire a cambiare il corso delle cose…e in fondo il Natale, se ci pensate, è la più straordinaria e intensa storia di attesa che mai sia stata vissuta…

 

Buon natale!!!

 

Dreaming America! …ma anche no…

Dreaming America! …ma anche no…

Ed eccola qui Alexandra. Sorriso smagliante. Bella. Buca lo schermo. Insomma gli ingredienti giusti per scaldare i cuori…e  far pensare che sia facile sentirsi, se non essere, Ocasio per un giorno…

Ha vinto le elezioni midterm americane.  Alexandria Ocasio – Cortez con i suoi 29 anni diventa la più giovane a entrare in Congresso. Nelle prime dichiarazioni una connessione tra la sua povertà e il sogno americano, perché puoi anche nascere dalla parte sbagliata della città con un codice di avviamento postale che ti condanna al Bronx, ma se sogni puoi farlo…almeno l’America ce l’hanno sempre raccontata così.

Bella Alexandra. Un nome che già è diventato patrimonio comune di tutte le sinistre assolte irrisolte dissolte.  Un po’ come si fa con i feticci,  ciascuno se ne prende un pezzetto perché già il solo parlarne ti fa sentire della partita  …Un volto che si è impossessato di post, blog (compreso questo a dire il vero)  e social. Belle le altre storie che rimangono un po’ sullo sfondo, bucano meno, seppure parlano alla stesso modo di storie, quasi agiografiche,  la prima donna palestinese, la prima donna afroamericana, la prima omosessuale…  tutte tra i dem:  Rashida Tlaib in Michigan e Ilhan Omar in Minnesota diventano le prime deputate musulmane, Sharice Davids in Kansas e Deb Haaland in New Mexico sono le prime native americane e Jared Polis in Colorado il primo governatore apertamente gay. La democratica Ayanna Pressley entra nella storia come prima donna afroamericana eletta alla Camera dei Rappresentanti. La Pressley aveva già fatto storia come prima donna di colore nel consiglio comunale di Boston.

Tante prime volte, tante categorie, forse tanti recinti (la trappola è in agguato) …

Tante prime volte per dare la spallata a Trump che comunque resiste nella camera più alta il Senato. In una campagna elettorale in cui si sarebbe potuto parlare di economia e di occupazione,  invece il presidente americano ha preferito puntare sulla paura dell’immigrazione, utilizzando come spauracchio la carovana di migranti che è arrivata a città del Messico e mobilitando più di 5 mila militari per fermarla.

I risultati diversi tra Camera e Senato sanciscono il profondo divario, politico e culturale, tra i ‘liberal’ che vivono nelle grandi città e nei loro sobborghi e il resto della popolazione, bianca, rurale, spesso operaia, che costituisce il ‘cuore’ del corpo elettorale per il quale Trump rimane un’icona.

La fotografia di un Paese profondamente spaccato. Una fotografia non dissimile dalla nostra.

Ma noi non siamo l’America…e ad oggi anche la possibilità di un sogno sembra lontana.

Di Alexandra Ocasio, Sanders ha detto “Si è messa contro tutto l’establishment democratico del suo distretto e ha vinto”… ma se uno pensa alle vicende di casa nostra ci si rende conto che per una cosa simile da noi,  un sogno non basta, ma anche un miracolo sembra poca cosa…

Peró vuoi mettere una bella foto, da commentare e a cui ispirare pensieri parole ed opere..!!! Abbiamo un po’ di congressi…da qualche parte forse anche la politica…ce la possiamo fare…

Big Ben ha detto stop

Big Ben ha detto stop

 

 

Roba da The day after.

Alberi che si accasciano al suolo come se niente fosse. Così all’improvviso vengono giù, guardi le radici, la circonferenza della loro base e ti chiedi come abbiano fatto a stare su tutti questi anni in piccole buchetti di cemento.

Una tromba d’aria  a Terracina ha spazzato via  in un colpo solo, vite umane, la spensieratezza della pizzetta rossa al pomeriggio da Americo, i cavalloni e  quegli ultimi gelati consumati prima di trasmigrare  sulle dune di Sabaudia.

Da una decina di anni nelle agende di tutti gli stati, il cambiamento climatico fa bella mostra.

In Brasile diventa Presidente uno che dice che ce l’ha con i “froci” (testuale), che le donne sono roba da usare e  che fa così tanto il guappo che t’assale il dubbio che tutta quella irridente violenza sia frutto di un deficit strutturale per approcciare alla materia. E intanto va in allarme il mondo intero sulle sue dichiarazioni riguardo la salvaguardia della foresta amazzonica.

A Roma, a san Lorenzo, quattro bestie si avventano su una giovane donna e a colpi di reni la distruggono fino a toglierle l’ultimo alito di vita. Completando quel lento lavoro che già aveva iniziato l’eroina.  Avrà urlato Desireè? Avrà avuto il tempo di assaporare lo schifo che accadeva?

A Predappio si riuniscono i n duemila nostalgici del Duce.

A Pittsburgh uno uccide 11 persone in una sinagoga…ebrei…

Il mondo si sposta a destra.

Qui in Italia talmente a destra che se fai il terzo figlio, avrai diritto ad un pezzo di terreno demaniale. Non servizi, ma terra da coltivare. Ed è subito Quella casa nella prateria!

Sì il mondo si sposta, a destra, e come sempre, verso chi fa promesse più promettenti, verso chi urla, chi fa la voce grossa, perché siamo così coglioni e così pigri che ci basta che qualcuno blandisca le nostre paure e chissenefrega di quali soluzioni poi ci propina…

Nel frattempo balliamo il tip tap in attesa di capire che  ne sarà del TAP. A luglio durante la sua visita a Trump negli Stati Uniti, il nostro Presidente del Consiglio (sì dai … Conte) ha impegnato il governo a realizzare il gasdotto, che aggira la Russia, in cambio dell’appoggio Usa alla conferenza sulla Libia del 12 novembre a Palermo. Insomma si tratta di una partita geopolitica di primo piano che riguarda la “protezione” americana a questo esecutivo. Poi però Salvini stringe sempre più il suo patto con Putin, che arriverà in Italia tra gennaio e febbraio del 2019. Sempre che per quella data l’istituto Levada (centro di ricerche sociologiche indipendente), non rilevi un ulteriore calo di popolarità , che al momento ha subito un calo del 15 per cento.

Lo spread colpisce duro. Andare giù ko come gli alberi di cui sopra è un attimo.

Stamattina l’ISTAT certifica il nostro stato comatoso. L’Italia ristagna, frena, non cresce. Mettetela come vi pare, ma la sostanza non cambia: il Pil si è fermato e non capitava da più di tre anni. Era previsto non tanto dagli analisti (che si aspettavano qualcosina in più), ma da chi parla con gli imprenditori quotidianamente. Big Ben ha detto stop. Speriamo per poco.

Il depotenziamento di Industria 4.0, il contestato decreto dignità, le polemiche su Tap e Tav, sono tutti granelli che contribuiscono a bloccare gli ingranaggi degli investimenti. Partecipando e coordinando pochi giorni fa l’assemblea di Confindustria a Bergamo, uno dei distretti produttivi più forti di tutta Europa, mi è balzata agli occhi l’angoscia di non essere ascoltati. Il dover mendicare attenzione nel deserto. È un mix potenzialmente letale: le misure che non piacciono e lo scarso ascolto. La sensazione è che il mondo dell’impresa sia culturalmente pronto (e assuefatto…) al confronto, anche spinoso, su quali misure e incentivi promuovere o bocciare, ma non digerisca l’indifferenza di parte dell’attuale maggioranza di governo. Un’indifferenza tendente a una strisciante diffidenza. (cit. Le Formiche).

Quella diffidenza sulla quale gli elementi di questo governo hanno costruito la loro fortuna. Un po’ come il guappo di cui sopra, fare la voce grossa mostrare i muscoli e fare il duro…semplicemente frutto di un deficit strutturale per approcciare alla materia.

L’antidoto non c’è ancora. Gli enzimi sì. Iniziamo ad unire i puntini.

 

Lavoro

Lavoro

Sviluppo Sostenibile! Parole buone ma pratiche difficili, che richiedono ostinazione.

Poi l’ASviS (Agenzia per lo sviluppo sostenibile) presenta il suo rapporto per il 2018 e scopri che gli obiettivi di Agenda 2030 sono lontanissimi dall’essere raggiunti.

Scopri che, a livello mondiale, se pure c’è un avanzamento sul piano delle energie rinnovabili e su quello della lotta all’uso indiscriminato della plastica, c’è una preoccupante inversione di tendenza su FAME, INSICUREZZA ALIMENTARE, DISEGUAGLIANZE, QUALITA’ DEGLI ECOSISTEMI, DANNI CRESCENTI da cambiamenti climatici aumento dei flussi migratori dovuti a eventi atmosferici e conflitti.

Scopri che, seppure l’Europa è l’area del mondo più avanzato dove vigono le regole più stringenti per la tutela dell’ambiente e dei lavoratori, dove lo stato di diritto è maggiormente tutelato, un quarto della popolazione è a rischio di povertà ed esclusione sociale, diseguaglianze, disoccupazione, sottoccupazione.
Scopri che in Italia, gli indicatori confermano la condizione di non sostenibilità del nostro Paese.

Il fatto è che la povertà, che è quasi triplicata ed uno su due poveri ha meno di 34 anni , è strettamente correlata all’impoverimento del lavoro. Il lavoro povero abbiamo iniziato a legittimarlo quando abbiamo ceduto alla semplificazione da statistica e a dirci che gli immigrati dovevamo ospitarli nel nostro paese, non in virtù del diritto di asilo, o perché affrontavamo con un approccio di sistema il tema spinoso dei flussi migratori, ma più semplicemente perché fanno i lavori che noi non vogliamo più fare!

Senza invece considerare che in Italia c’è il tasso più alto di OVERQUALIFICATION dopo la Grecia, parliamo cioè di competenze superiori rispetto al lavoro svolto.

Questo approccio ha contribuito al DEGRADO delle qualità complessive dell’occupazione. Perché leggere la disponibilità degli immigrati a svolgere lavori dequalificati, come l’unico fattore di accettazione sociale, vuol dire parlare di integrazione a basso profilo, interessata più alla conversione nel breve periodo. E si finisce così per farli testimoni viventi di quanto non ha funzionato l’Europa nelle politiche per l’inclusione sociale e l’empowerment individuale, di fatto decretando il fallimento di una società fondata su uguaglianza, meritocrazia ed equità, i principi fondanti dell’Europa stessa.
Frammentare il fronte del lavoro, è quanto di più pericoloso ci sia e vogliamo continuare a parlare di LAVORO.

Ecco allora, che parlare di un Patto per lo Sviluppo Sostenibile per il Lazio Meridionale, è per quanto ci riguarda una sfida importante. Direi l’unica!

Ma il tema vero è che lo Sviluppo Sostenibile dobbiamo vederlo non solo enunciarlo. Se a Patrica c’è uno stabilimento la cui proprietà decide di investire fondi privati per la riconversione da chimica a chimica verde, e da circa nove anni è presente su questo territorio e nell’area più delicata di questa provincia, e noi non ci avvaliamo del know how e della relazione con una azienda leader nel mondo nel campo della ricerca sostenibile, non la “utilizziamo” come pratica di disseminazione e contaminazione, vuol dire che dobbiamo farci più di qualche domanda….e non è detto che troviamo la risposta.

Parlare di Patto per lo Sviluppo del Lazio Meridionale è l’unica sfida, perché il tema del dimensionamento è un tema strategico ed impattante, aggregare numeri e capitale umano e competenze ed economie ci fornisce qualche chance in più…perché come ripeto fino alla noia, se Frosinone ha circa 45.000 abitanti, stiamo parlando di un pezzo del lato destro di via Tuscolana, se parliamo degli abitanti della provincia di Frosinone, stiamo parlando di circa due municipi romani..

Basta però esserne convinti e darsi due tre obiettivi, tangibili, misurabili. Due tre obiettivi pe un processo generativo che si alimenta della partecipazione alla costruzione del bene comune.

Perché il tema del lavoro e dello sviluppo sostenibile sono estremamente interconnessi tra di loro, e la dimostrazione plastica di questa cosa è l’immagine di Francesco Borgomeo che alla Leopolda fiorentina alza in aria il suo sampietrino prodotto di economia circolare e l’Operaia della Ideal Standard che nella Piazza Grande romana racconta come ha salvato il suo lavoro proprio grazie a quel sampietrino.
Ecco il dibattito politico sul tema del LAVORO, nei prossimi anni, ruota tutto su questa immagine.

INTERVENTO in rappresentanza di COMUNITA’ SOLIDALI
CONGRESSO CGIL FROSINONE – LATINA
23 OTTOBRE 2018

Patrica, 23 ottobre 2018

Aiutateli a casa loro!

Aiutateli a casa loro!

children_mining_coltan-225x300Oh e mo basta! E daje e daje alla fine poi dice che uno sbrocca…

Cioè, fatemi capire…voi ve state a fa lega’ per 177 disgraziati! Voi che avete votato un che ve doveva riscattare dai sorprusi dei potenti ‘sti bastardi, voi che negli ultimi 30 anni avete fatto il giro delle sette chiese a da’ i voti a destra e manca, in cerca der Bengodi e l’avete dato a chiunque (il voto), basta che ve  prometteva de favve ‘sta tranquilli e farve gli affari vostri!

Voi che ve siete riempiti le tasche de cento lire pe’ anda’ a fa i fenomeni davanti al Raphael, voi che andavate a fa’ pure le comparse da uomini e donne basta che se urlava contro qualcuno, insomma sì voi che avete dato il voto a questi che ve avevano promesso de:

  • bloccare  l’aumento dell’iva e non l’hanno fatto
  • darvi 1.680 euro al mese e non l’hanno fatto
  • di eliminare la legge Fornero e non l’hanno fatto
  • di cancellare il job act e non l’hanno fatto
  • di bloccare tav e tap e non l’hanno fatto
  • di fare la legge sul conflitto di interessi e non l’hanno fatto
  • di fare la fat tax e non l’hanno fatto (per fortuna)
  • di chiudere l’Ilva e non l’hanno fatto

e invece mo’ stanno a fa i fenomeni co’ quattro disgraziati della nave Diociottoi della guardia costiera …?!?

Daje su’ fate i bravi,  che se quer fenomeno che ve titilla ogni mattima a suon di insulti, fosse nato alla Maranella ma sai li sbuffi che se sarebbe preso in faccia, altro che  “venitemi a pija’” “pijate me”,  come ha detto ieri per fare lo smargiasso ….lo pijavano sì ma a carci in…non ve dico dove…

Insomma daje su, 177 migranti per fare il braccio di ferro con l’Europa? 177 migranti per far vedere che vuoi metter in discussione il sistema? 29 minori fatti scendere come scudi umani?

Nun ve fate pija’ in giro, non c’avete pensato eh? Che magari sti poveracci ve li buttano come fumo agli occhi per tenere in ostaggio, con il fantasma dell’emergenza, la vostra intelligenza?

Pensatece. Po’ esse’…

Perché se fossi in voi me li andrei a leggere da me un po’ di dati, non mi li farei raccontare dar fenomeno …E magari scoprireste che al 1 gennaio 2016 gli stranieri residenti in Italia erano 5.026.153, pari all’8,3% della popolazione, per capirci: 1.517.023 gli stranieri di altri paesi dell’Unione Europea, 3.508.429 gli extra-comunitari (5,8% della popolazione). 13.396 in meno al dato del 1 gennaio 2015. Sì, avete capito bene: gli stranieri extra-comunitari residenti in Italia sono diminuiti nel corso del 2015.

Ma lo so, lo so…che non ce lo so, che mentre state leggendo state a freme con la mano sulla tastiera per dirmi che è tutto falso, che è controinformazione, che ce vengono a ruba’ il pane, che in Italia ce stanno già  5 milioni di poveri…(5 milioni/177) …poi che ce frega se magari quei 5 milioni sono per la gran parte stranieri, che la differenza sta pure nelle leggi che ogni paese si da’ …ma no…c’avete ragione…le scie chimiche…

Alzo le mani …c’avete ragione…!

E allora sapete che c’è …aiutateli a casa loro! sì avete capito bene, aiutateli a casa loro…! Avete vinto!

E quindi cominciate a tira’ fuori tutto, ma proprio tutto quello che ve siete messo in tasca in questi anni, petrolio, oro, coltan… Sì il coltan, lo sapete che è no? quel minerale duro, denso, resistentissimo al calore e alla corrosione, essenziale per la produzione dei condensatori di computer portatili, telefoni cellulari, dispositivi video, dispositivi audio digitali, console giochi e sistemi di localizzazione satellitare.

Ecco, quello che ve serve pe’ fa i fenomeni da tastiera alla modica cifra di poche  centinaia di euro è uno dei motivi dello sfruttamento  e della schiavitù, dei campi lager a quella latitudine del mondo.

Per non dire de Gheddafi che con 40 amazzoni ce venne a detta’ la linea una ventina de anni fa, nella tenda che se fece monta’ a Villa Pamphili

E succede questo amici miei, se le risorse minerarie o i giacimenti naturali si esauriscono, va a fini’ a cazzotti e guerre per il controllo, e schiavitù per uomini e donne…

Eh…vi sto vedendo…lo vedo il sorrisetto sarcastico…me pare di vedervi mentre state a pensa’ “ma che ce sta a racconta’ la favoletta di Kunta Kinte?!?

Mannaggia oh … c’avete ragione n’artra volta, d’altra parte a voi che ve frega del RNR, mica ce l’avete tra gli insulti catalogato, ma sta per Risparmio netto rettificato (Rnr) che è la misura scelta dalla Banca mondiale per misurare con oggettività l’economia. Un indice preferito a indicatori come il Pil, perché considera anche l’esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili e l’inquinamento.

Il principio è semplice: affinché un’economia possa dirsi sostenibile, l’Rnr deve crescere o rimanere quantomeno costante. Ed è la chiave per leggere l’ultima relazione della Banca mondiale, intitolata Evoluzione della ricchezza delle Nazioni 2018, che racconta le grandi malattie del pianeta di cui vediamo solo piccoli sintomi. E lo sapete come si chiamano questi sintomi? “migranti”. Parliamo di malattie croniche: dal 1990 al 2015, l’Africa subsahariana ha perso più o meno 100 miliardi di Rnr l’anno e “l’esaurimento delle risorse naturali è certamente uno dei fattori determinanti dei flussi migratori”

Aiutateli a casa loro! Pensa che fico se li aiutate là, migliorano le loro condizioni di vita, i governi non si faranno più la guerra per il dominio delle risorse, a noi non ce sfracassate più con questa bestialità da strapazzo, e a voi che ve frega se poi un cellulare lo pagate 18.000,00 tanto a che ve servirebbe….di migranti manco più l’ombra!

“Se mi permette presidente…” (ovvero quando tutto ebbe inizio)

“Se mi permette presidente…” (ovvero quando tutto ebbe inizio)

 

17 febbraio ‘ 92: Mario Chiesa, psi, presidente del Pio Albergo Trivulzio viene fermato dai carabinieri quando ha appena ritirato una tangente da 7 milioni da Luca Magni. E’ l’ avvio di Mani pulite e l’ allora sconosciuto Di Pietro dichiara: “Lo abbiamo preso con le mani nella marmellata”. Seguono altri arresti, decine di avvisi di garanzia, due condanne in primo grado per Bettino Craxi, latitante, chiamato in causa per la prima volta il 16 dicembre ‘ 92. Il primo marzo del ‘ 93 viene arrestato Primo Greganti, ex funzionario del Pci, titolare del conto svizzero “Gabbietta”. Sul fronte Pds bisognerà registrare anche, il 24 agosto ‘ 93, un avviso di garanzia inviato al tesoriere di Botteghe Oscure Marcello Stefanini. Il 27 marzo del ‘ 93 entra nel pool anche Tiziana Parenti che alla fine di agosto scatena la prima polemica contro i colleghi accusandoli in un’ intervista di averla ostacolata nell’ inchiesta sulle ‘ tangenti rosse’ . Lascia il pool il 15 dicembre ‘ 93 e nelle politiche del ‘ 94 viene eletta deputato di Forza Italia. Il 23 luglio ’93. Raoul Gardini si suicida nella sua casa di Milano. A pochi passi da lì si svolgono i funerali di Gabriele Cagliari, presidente dell’ Eni, che si è ucciso tre giorni prima in cella.  Quel giorno di luglio vengono arrestati Carlo Sama, amministratore delegato di Montedison e Sergio Cusani. Scoppia il caso Enimont Di Pietro definisce “madre di tutte le tangenti” quella su cui si celebra il processo Enimont che vede in Sergio CusaniI l’ unico imputato. Processo seguito in tv da milioni di italiani tra ottobre ‘ 93 e aprile ‘ 94: Di Pietro inaugura i mezzi telematici.  Il fratello Silvio è già ‘ sceso in campo quando l’ 11 febbraio ‘ 94 Paolo Berlusconi  viene arrestato per le tangenti Cariplo.

MILANO 6 dicembre 1994:  “Tre anni e quattro mesi. Con questo ho finito la mia requisitoria. Se mi permette, presidente….”. Antonio Di Pietro ha una piccola pausa. I fotografi si spintonano all’ emiciclo della seconda aula di Corte d’ assise. Dietro un cordone di carabinieri, il pubblico, una trentina di persone non una folla sgomitante, si alza sulle punte dei piedi per vedere, quasi per leggere sulle labbra del magistrato quello che sa essere l’ addio, il gran finale del protagonista più emblematico di Mani pulite. Di Pietro si siede; si china in un abbraccio ai suoi collaboratori informatici; si toglie il bavaglino bianco, la toga e il golf rosso che ha sempre indossato per essere più libero nella mimica oratoria.  Aveva raccontato di tangenti, di “gente che, tutta, si dice concussa e che faceva la fila per avere l’ onore di essere violentata”. Aveva bofonchiato di creste sui miliardi. Aveva sciorinato tutto il suo repertorio di saggezze contadine: “Le chiacchere se le porta il vento, ma carta canta”, “Non dobbiamo cadere dal pero”. Aveva avuto toni alti, ma mai declamatori, parlando di “una democrazia che viene comprata o venduta, non lo so”.  Il difensore di Craxi , Giannino Guiso, rimandava a Francesco Cossiga, a quel suo “il pool fa politica e tu non ti dissoci” rivolto all’ “amico Tonino” Poi, senza sorrisi, senza cappotto e senza scorta, aveva attraversato i marmorei, piacentiniani spazi, uscendo dall’ ingresso d’ onore e smoccolando per evitare l’ inseguimento dei cronisti. Alle 16,45, l’ inascoltato: “Se permette, Presidente…”. Fuori, in una desolata sera milanese, sventolavano le bandiere di Alleanza nazionale e, a fianco, l’ umidità sbiadiva gli striscioni con l’ invito a firmare per Di Pietro”. (queste le parole di GUIDO VERGANI Repubblica 7 dicembre 1994)

Lascia l’aula e consegna alla storia di questo paese una delle pagine più controverse e populiste.

Nel mezzo ci sono stati gli interrogatori drammatici di Forlani e quelli di Craxi con le telecamere puntate. Il popolo dei fax che inondava le procure a sostegno del pool. Un giovane Paolo Brosio fisso sul marciapiede davanti il tribunale di Milano per le dirette continue, lo streaming ancora non ce l’avevamo ma per dare in pasto alla folla il colpevole bisognava stare lì davanti h 24, pioggia o sole, lo share, l’audience e un popolo assetato. Il segreto istruttorio divenne carta straccia e nessuno si preoccupò di difenderlo, nonostante pochi anni prima un magistrato di nome Paolo Livatino fosse morto perché la mafia aveva rotto il segreto e saputo su chi stesse indagando (come scrive benissimo Uriel Fanelli sul suo blog) 

Ci sono gesti che vanno oltre. Che li guardi in tv, che diventano simbolo, che lo sai mentre li guardi che significano più di quel che appare, ma lì ancora non lo sai…ventisei anni dopo, svariati governi dopo, una prima repubblica seppellita, una seconda nata su ceneri fumanti e offuscata da quegli stessi fumi, quel gesto di Di Pietro che in piedi occhi nelle telecamere si toglie il bavaglino e la toga appare in tutta la sua portata… Una inchiesta trasformata in un linciaggio politico, una diversità antropologica reclamata da quelli che avevano le mani pulite …Lo scalpo, la testa dei politici, dei pezzi grossi, dei nomi roboanti, simbolo del sistema da scardinare, valeva , la scena, la valeva tutta. Il capro espiatorio era lì a portata di mano.

L’arena la aprimmo quel giorno! Il seme era stato gettato. Il seme di una pianta malata, la cui malignità non viene dal fatto che non esistano fatti di corruzione, e, in generale, di illecita condotta politico-amministrativa; e che, pertanto, quanti invocano controlli e pene, lo facciano per il gusto di mentire. Essa risiede nell’avere tratto dal “particolare”, esistente, un “generale”, invece inesistente; nell’aver voluto e nel voler sottoporre ad accertamento giurisdizione penale non il singolo, ma “il sistema”. (cit)

La rivolta contro le classi dominanti è una caratteristica di molte rivoluzioni. Allora come oggi. Con la differenza che ventisei anni dopo, ai fax abbiamo sostituito la velocità dell’interconnessione e la semplificazione della terza rivoluzione digitale e una buona dose di analfabetismo digitale che al grido di uno vale uno ha soffocato il valore della competenza, uccidendo però e  mescolando,  in un brodo melmoso, responsabilità e decisioni.

Anche se oggi, dopo venti anni di stupri politici, è difficile dire chi sia davvero classe dominante. Difficile dire dove si tracci la linea di confine netta del potere. Una linea che tutto sommato  ti indicava che direzione dare all’opposizione. Ecco, per recuperare quella direzione  bisognerebbe riposizionare il rapporto con il potere e non è certamente facile  farlo all’interno di equilibri  sempre più internazionali, bisognerebbe rimettere in piedi una discussione seria sul potere, con coraggio, senza farsi intimorire dalla urla della folla.  Proprio per contrastare la deriva di questo tempo. Richiamare con costanza uno stato di emergenza, nei toni e nelle modalità del dibattito che il governo di Salvini ha scelto,  è la via più breve per parlare di totalitarismo. Richiamare con costanza la governamentalità è il dovere di questa opposizione.

Gad Lerner oggi richiama in ballo s’to concetto buono per la bisogna, che è quello della subalternità del centrosinistra al capitalismo e che secondo lui ha inizio negli anni ’90, quando i post-comunisti potevano ambire al governo nazionale e che avrebbero, da allora, determinato un’ansia da legittimazione: non mangiamo i bambini, sappiamo stare composti a tavola, garantiremo i vostri interessi. Mi sembra un concetto vecchio, uno di quei cliché che decidi di applicare ogni volta che non ti va di fare un ragionamento più complesso (e che detto tra di noi  è il vero male di questo paese, perché chi interviene nella discussione pubblica ha il dovere morale di aiutare il ragionamento, non di strappare frasi ad effetto). In realtà lo usa per andarsene dal PD, per giustificarsi nel modo più sbrigativo che ha trovato…quando invece bisognerebbe restare, non lasciare il campo perché… con un po’ di irriverenza… visto mai che sarà proprio un bel rutto libero a liberarci da tutto questo…

 

leggi l’articolo su AlessioPorcu.it 

 

ps

Poi il popolo dei giudici, quello stesso popolo che aveva acclamato, reclamato, urlato, frenò il passo. Borrelli disse: ” Finché si trattò di colpire i grandi della politica, non ci furono reazioni contrarie, anzi. Ma quando si andò oltre, apparve chiaro che la corruzione non riguardava solo la politica, ma larghe fasce della società: investiva gli alti livelli proprio in quanto partiva dal basso. Il cittadino medio ebbe la sensazione che i “moralisti” della Procura di Milano volessero davvero passare lo straccio bagnato su tutta la facciata del Paese, sulla coscienza civile di tutti gli italiani. ..il cittadino medio che vive spesso di piccoli espedienti, amicizie, raccomandazioni, mancette per campare e rimediare all’inefficienza della PA. A quel punto la gente cominciò a dire: “Adesso basta, avete fatto il vostro lavoro, ci avete liberato dalla piovra della vecchia classe politica che ci succhiava il sangue, ma ora lasciateci campare in pace”

 

Non pasturare la bestia

Non pasturare la bestia

Dei morti non parlo, degli sfollati, delle vite spezzate, di un città in ginocchio non voglio parlare. Pudore per il dolore. C’è solo tanto da fare
Aspettavo però la conferenza stampa di Giovanni Castellucci e di Fabio Cerchiai Ammnistratore Delegato e Presidente di Autostrade per l’Italia, conferenza convocata per il crollo di Genova che si è tenuta nel pomeriggio.

Conferenza attesa, vista l’ondata di notizie dei giorni precedenti, giorni in cui,  come penso molti di noi,  ho fatto le mie considerazioni mentre un governo populista cavalcava l’onda del disastro per fomentare la folla, cavalcare la paura, la rabbia, il dolore, trascinando al tappeto, con un enorme grado di approssimazione, un titolo azionario.

Ma le dichiarazioni (sulle quali ho il mio giudizio), sono passate in secondo ordine perché seguire la diretta dei commenti,  ha chiarito una volta per tutte quanto la maggior parte delle persone non sia più in grado di interpretare un discorso, ma agisca solo su istinti che sono stati artatamente fomentati nel tempo…

Epiteti, volgarità, rabbia, livore, un vomito livido, denso e senza sosta, a prescindere da quello che si stava dicendo, non una obiezione critica, non una argomentazione, ma solo un interminabile fiume di insulti, vendetta e richiesta di sangue. Richiesta di una testa, di un colpevole. Roba da arena.

Lo chiamano analfabetismo funzionale, che tradotto significa  parlare di quelle competenze necessarie per comprendere il senso di ciò che si dice e che sono basilari per la sopravvivenza del genere umano, non parliamo di competenze utili per un convivio all’accademia sella crusca! E non credo sarà difficile trovare un nesso di casualità tra questo e la comunicazione delle forze politiche che sono al governo  (vedi qui https://www.rollingstone.it/politica/la-bestia-ovvero-del-come-funziona-la-propaganda-di-salvini/420343/ ma ancora prima la piattaforma Rousseau).

Senza dover per forza ricorrere ad Umberto Eco e alla sua profezie, dico solo che non possiamo più permetterci di liquidare con il sopracciglio alzato un sistema di comunicazione che non ha nessuna attinenza con la politica.

L’ho scritto anche altrove.

Trascinare ogni discussione verso un giogo al ribasso, fake news, trolls… noi pensavamo fosse politica, invece è solo strategia…una involuzione antropologica che tira fuori i peggiori istinti bestiali, mentre un ministro alla fine della cerimonia funebre corre in avanti per cercare il consenso della folla, e per fortuna non ne trova granché  tranne una imbecille che davanti ad una bara si fa un selfie con lui.

Di questo dobbiamo tener conto, ogni ragionamento politico presente e futuro deve necessariamente  partire da qui.

Possiamo continuare ad inseguirli sul gioco a ribasso “ti revoco la concessione” “non puoi revocare la concessione”, “è colpa tua” “no sei tu che non l’hai voluto fare”… alimentando la rabbia, la folla che si divide, l’arena vogliosa di uno scalpo. Oppure, sobbarcandoci tutta la fatica di una opposizione seria e non stordita, ribaltiamo l’algoritmo e  ricominciamo dai  dati e dai numeri a cui bisogna dare riscontro e che si traducono in vite , in dignità, in rinascita. I 25,5 milioni di vetture che passavano dal Morandi ogni anno, circa il 30% del traffico in uscita da Genova. Le migliaia di pendolari che dal ponente ligure entravano in città ogni mattina e non hanno più vie d’accesso comode. Così come i camion delle merci che, viaggiando da Spagna e Francia, finivano con lo scaricare nel porto: 54mila posti di lavoro, 2,3 milioni di mezzi movimentati ogni anno, una produzione che solo per la Liguria vale 10,9 mld di euro l’anno. E i numeri legati al turismo che da solo vale il15% del pil. (cit.)

Ecco, nel  rispetto per le vittime, per gli sfollati, per le vite spezzate, per una città in ginocchio, fermiamoci a ragionare e smettiamola di pasturare la bestia.

Leggilo anche qui AlessioPorcu.it

 

In debito di politica #2

In debito di politica #2

Dunque, débâcle totale.

Abbiamo perso dappertutto. le amministrative parlano chiaro: la sinistra è stata spazzata via.  Débâcle annunciata, e forse anche attesa, vista la totale mancanza di cenni da parte di chiunque potesse fare qualcosa. Inermi, distaccati, scollati. Questo il quadro.

E non penso che due risultati, per quanto eclatanti, e cioè la vittoria nei due municipi romani strappati ai cinque stelle da Caudo e Ciaccheri, possano da soli assorbire l’entusiasmo di tornare a vincere. Da soli non bastano. Di certo però i due risultati romani indicano una strada, sulla quale fondare un ragionamento più strutturato per invertire completamente la tendenza:

Ripensare tutto, linguaggio, idee, persone, organizzazione. Allargare e coinvolgere su un nuovo manifesto.

Le prime dichiarazioni rilasciate da Zingaretti in tal senso sono chiare:

“Dopo le allarmanti difficoltà che abbiamo attraversato e confermate da un grande numero di ballottaggi persi nelle città italiane, non bastano semplici aggiustamenti. Tantomeno bastano povere analisi di circostanza. Un ciclo storico si è chiuso. C’è un lavoro collettivo da realizzare. Deve partire subito e coinvolgere non solo il Pd. È il momento del coraggio, della verità e della responsabilità”.

Bene. Aspettavamo l’annuncio e lo squillo di trombe  non ci trova impreparati.  E’ l’ora della mobilitazione anche in provincia di Frosinone,  e non può essere diversamente alla luce dei risultati dei ballottaggi che hanno riconsegnato Anagni al centrodestra e che hanno visto un PD e una sinistra esalare gli ultimi respiri.

Bene.

Ma prima partiamo da un dato, ufficiale, una fotografia netta, senza sfumature: Le persone che vivono in povertà assoluta in Italia superano i 5 milioni nel 2017. E’ il valore più alto registrato dall’Istat dall’inizio delle serie storiche, nel 2005. Le famiglie in povertà assoluta sono stimate in 1 milione e 778mila e vi vivono 5 milioni e 58 mila individui. L’incidenza della povertà assoluta è del 6,9% per le famiglie (era 6,3% nel 2016) e dell’8,4% per gli individui (da 7,9%). Entrambi i valori sono i più alti della serie storica. Situazione drammatica al Sud, dove 1 abitante su 10 vive in indigenza, e tra i minori: sono 1,2 milioni i bambini e ragazzi in povertà. In aumento anche la povertà relativa, categoria in cui rientra chi vive nelle famiglie (3 milioni 171 mila) che hanno una spesa al di sotto della soglia di 1.085 euro e 22 centesimi al mese per due persone: una condizione che riguarda 1 italiano su 6.

Giusto per restare con i piedi per terra. Giusto per capire di cosa parliamo quando parliamo di Politica.

Poveri. Siamo più poveri e quindi più indifesi. Dobbiamo partire da qui, da questa necessità di protezione e cura. Dobbiamo restare centrati sulle cose. Su questa prospettiva. Solo con questa consapevolezza possiamo tornare ad essere credibili. Solo stando dentro la complessità delle cose, senza cercare scorciatoie, solo così possiamo farcela.

Due tre spunti che riguardano il nostro posizionamento nel quadro generale e in quello particolare

  1. Azzerare tutto. Le corse alla segreteria o le candidature alle prossime tornate non devono avere più priorità di notizia. Al centro della discussione e dell’agenda politica priorità ai temi cruciali del nostro territorio : Ambiente Sviluppo Innovazione Infrastrutture. Non tanto al chilo per fare bella figura all’interrogazione. NO. E’ richiesta agli astanti cognizione di causa. Declinare in punti, definire l’ operatività, predisporre la pianificazione. Senza rimandi a clausole assolutorie. Chi non si attiene è fuori. Perché di qualsiasi forma di organizzazione parleremo, non potrà più esserci posto per i protagonismi fini a se stessi, per quelli che non hanno mai preso una posizione, o che sulla rendita di quelle posizioni ci campano da anni. Così come non potrà esserci posto per gli onanismi mentali tanto cari ai nostalgici e ai benaltristi. Né per misere  corse ad un posto in qualche segreteria. In altre parole, se ci sei ci stai, se ci fai non ci stai.
  2. Ripensare tutto. Bene l’alleanza con i Sindaci, ma ai Sindaci venga richiesta l’assoluta libertà da condizionamenti. Perché se nella corsa amministrativa la loro faccia vale più del brand di un partito, quell’autonomia deve valere a prescindere. E quei Sindaci che vogliono ricostruirsi  una verginità dopo aver per anni messo la museruola al proprio territorio, in virtù di un “non disturbare il manovratore” almeno facciano pubblica ammenda.
  3. Ripensare tutto 2. Altrettanto suggestiva la chiamata in causa delle associazioni, ma sia altrettanto chiaro che le associazioni sono in campo per la costruzione di un linguaggio politico che si fa sostanza politica. Basta la mistificazione di un civismo sano contro una politica insana. Noi dobbiamo  fare POLITICA e questa si fa con tutti coloro che nella Civis si adoperano per un cambiamento di valore.  Perché di questo parliamo quando parliamo di POLITICA: creare valore.
  4. Linguaggi nuovi. Il linguaggio della nostra Politica non deve inseguire le parole. Il linguaggio della nostra Politica deve preformulare le parole. In sostanza non perdiamo solo perché “il vento della destra….” “il fascismo…” “i populismi….” Perdiamo perché ci siamo impigriti e da anni abbiamo perso la capacità di intrepretare la forza maieutica della politica, quella cioè di tirare fuori il meglio dalle persone. E’ stato più facile seguire il piano inclinato delle cose, la deriva dei comportamenti, il deterioramento della rappresentanza, complice un periodo storico pieno di concause (vedi post precedente). Insomma se nella nostra provincia la destra si afferma e conferma il suo appeal, probabilmente la colpa non è solo del fascismo di ritorno, ma perché insieme a quella destra, noi da sinistra,  abbiamo commistionato di tutto…quando addirittura non abbiamo fatto di tutto per sfasciare quello che a sinistra avevamo costruito.
  5. Rappresentanza nuova. Qualsiasi discorso andremo ad avviare, deve avere ben chiara la centralità di una Politica che contenga tra le sue maglie anche gli interessi di una intera provincia, superando il dimensionamento del singolo comune e quel vezzo, tutto tipico di alcuni rappresentanti, di non veicolare con troppa insistenze le priorità generali per  non perdere le proprie.
  6. Rappresentanza al femminile. Sia questa la forza che ci caratterizzi. E non per quote, né per riserve, ma per libertà.
  7. Potere. Riscriviamo il rapporto con questa parola. Il potere è la facoltà di fare qualcosa, non il sostantivo che sancisce una presunta superiorità. Ad esso è intimamente collegata la costruzione del consenso. Anche qui, e soprattutto qui, va ritessuto un intero sistema. Perché altrimenti il cane continuerà a mordersi la coda.
  8. Salvini?!?  I leghisti? Sfidiamolo sul suo stesso terreno. Come per altro ha già fatto Zingaretti ad Ostia, a proposito di beni confiscati. Sfidiamolo sul campo  dei diritti, laddove sono strettamente correlati a qualsiasi schedatura/censimento che si voglia. Sfidiamolo sul tema dell’Europa, laddove Europa sia il luogo dove ridefinire le nostre istanze.
  9. Abbandonare il ghignetto arrogante. Se Di Maio parla di mezz’ora di internet gratis, è inutile sghignazzare, magari quella che sembra una cavolata racchiude il germe di una intuizione (i beneficio del dubbio non si nega a nessuno)…ma passare tre giorni alla ricerca del meme più fico, mi sembra una perdita di tempo che non possiamo permetterci.

Riscriviamo pure un Manifesto. A più mani. Collettivo. Coinvolgente. Inclusivo. Incazzato.  Politico. Vero. Immediato. L’unica risposta alla povertà può darla l’azione e il senso della direzione da prendere. L’unica risposta alla povertà deve darla la Politica non la paura.

In debito di politica

In debito di politica

(Premessa: ho scelto come foto la copertina de L’Espresso perché ho trovato interessante il quesito netto e provocatorio che ha sbattuto in prima pagina)

È così grazie ai 5 stelle, in questo paese siamo riusciti a dare il lasciapassare a uno come Salvini! Al grido di “apriremo le istituzioni come una scatoletta di tonno”, i penta stellati hanno fatto una marcia gloriosa, ma sono finiti come tonni nella rete di Salvini.

Il più grande paraculo che la storia repubblicana abbia conosciuto.

Badate bene, non commetterò l’errore di ridurre Salvini ad un fenomeno, no, kantianamente parlando lui è “noumeno”.  Salvini non fa il fascista, è fascista.

E cavalcando la scena con superba maestria, ha relegato gli apritori di scatole sullo sfondo di una cartolina ingiallita raccattando consenso a rotta di collo

Ma noi uno così come lo fermiamo?

Davvero crediamo che basti definire il confine di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato?

Davvero pensiamo che basti chiedere da che parte stai? Davvero prensiamo che la nostra presunta superiorità sia sufficiente per stare dentro le cose?

Davvero pensiamo che bastino due frasi due motti buttati qua e là a sancire fino in fondo il dissenso? Ah l’insuperabile aplomb della maestrina dalla penna rossa…

No, io non credo che basti. Non credo basti affatto!

In questi ultimi dieci anni, che hanno visto lo sgretolamento di qualsiasi certezza, che hanno ucciso la prospettiva di futuro di un’intera generazione, in cui intere categorie sociali sono cambiate, il popolo (sì il popolo) ha chiesto solo una cosa: protezione.

Protezione del proprio futuro, protezione della possibilità di far studiare i propri figli, protezione della possibilità di far crepare di invidia il vicino con un’auto nuova fiammante, protezione del sogno e del diritto di essere altro …

E invece all’improvviso tutto ha preso a girare vorticosamente e il lavoro che manca, poi il precariato, poi i soldi che non bastano più, poi una rivoluzione digitale che ha cambiato le carte scardinando i vecchi meccanismi, e poi l’Europa dei mercati, e poi l’America che non fa più l’America, e poi una società che cambia alla velocità della luce …e poi e poi e poi…un enorme gigantesco frullatore che ha triturato e rimescolato tutto. Un enorme gigantesco frullatore che ha amplificato a dismisura l’incertezza.

E chi doveva assumersi il compito di aiutare ‘sto benedetto popolo nella decodifica di questo enorme cambiamento (e cioè i gloriosi grandiosi e tronfi partiti di sinistra), anziché restare ai bordi di periferia, s’è chiuso dentro quattro mura, ha occupato tutte le poltrone è diventato establishment e ciao ‘core …

Ed ecco allora che con il deflagrare dei flussi migratori, con il cambio degli assetti geopolitici, con l’avanzata dei diritti ti arriva un Salvini che ti dice: è tutta colpa dello sporco negro, del frocio di merda, della lesbica, di chi ti ruba il portafogli…ci penso io a te, alle tue paure, ora ti proteggo io !

Ed è inutile stare li con il sopracciglio alzato a dire che il popolo s’è lasciato abbindolare, perché è solo uno sterile esercizio di rigidità autoreferenziale….

Vi rifaccio la domanda: uno così come lo fermi?

Uno che ogni sera riempie piazze di gente…e continua a parlare a quel bisogno di protezione…

Ecco, noi esattamente cosa facciamo? Noi quando ridiamo alla piazza un interlocutore spendibile e credibile? Quando ci riprendiamo il nostro posto? Quando ci rialzeremo da questo ring dove brancoliamo come un pugile suonato?

Quando avremo finito di polverizzare l’impolverizzabile, quando il Pd si ricorderà di fare il Pd, ci renderemo conto che abbiamo solo una possibilità: andare su quel terreno, parlare alla paura delle persone, avere il coraggio di entrare dentro quelle pance e misurarsi con quella paura.

Con il coraggio di dire chiaramente da che parte stiamo: la loro.  Dicendo chiaramente chi siamo: la forza politica dell’apertura, e non populista, che ha una chiara visione di questo Paese, che ha chiaro il cambiamento in atto e che è in grado di fronteggiarlo e non perché fa il sito fico, dieci eventi cool e occupa le redazioni, ma perché sa quali misure economiche adottare, quali politiche culturali promuovere, quale scuola mettere in campo per dare una risposta a quelle paure, non con l’odio ma con la cura, accogliendo quel punto di vista, stando là dove c’è bisogno di stare: in mezzo a chi ha paura della povertà, del lavoro che manca, di un’assenza di futuro.

Questa roba non la fai con le vecchie categorie, con i rancori, con i conti da regolare, o le rigide liturgie, questa roba la fai scardinando il cliché, osando. La fai abbracciando un senso collettivo di responsabilità, rimboccandoti le maniche, decidendo che si sta sul campo per dare battaglia.

La fai con il coraggio di uno schema che allarghi il fronte non a parole ma con i fatti, o meglio con la Politica.

Ben consci del fatto che non c’è nulla di nuovo da inventare perché quando Salvini e Grillo avranno finito la loro spinta propulsiva e aggressiva, e il popolo si sarà reso conto che alla fine le promesse sono sempre quelle,  il PD, il centrosinistra, la sinistra, saranno come un bene rifugio in tempo di carestia, e allora tanto vale attrezzarsi per ridargli forza e quell’anima che ha perso, semplicemente allargando il fronte.

In che modo?

Semplicemente, tornando a fare politica, semplicemente facendo si  che la Politica torni a fare la Politica

Quando?

Adesso

Divorare il cielo

Divorare il cielo

Lasciare per un po’ il frastuono chiassoso delle bacheche e riemmergersi nella lettura con un libro potente: fatto!

Bello. L’ultimo di Paolo Giordano

Ritrovare e ritrovarsi in certe atmosfere assolate, silenziose dove il tempo è sospeso e dove l’anima galleggia ai bordi del precipizio.

Mi piacciono i libri che non liquidano la speranza in una soluzione spiccia…e questo senza dubbio non lo fa. La giovinezza rimane sullo sfondo a trattenere ogni traccia di futuro. Una sorta di gabbia che piega e vizia ogni prospettiva. Un libro complesso, personaggi potenti, storie che si intrecciano in una masseria pugliese ma il luogo geografico rimane sullo sfondo perché quello che prende il sopravvento è la Vita, i suoi risvolti, la sua omertà, i suoi perché. Bern Teresa …Vite che senza un motivo apparente si intrecciano solo perché è così che deve essere. Vite che un destino segna in un incontro. Vite da divorare e che ti divorano appunto. Perché potrai anche salvarti ma avrai comunque perso.

“C’è sempre molto da conoscere della vita di qualcun altro. Non si finisce mai. ”

Bello

Il teatro di Sabbath (e di tutti noi…in memoria di P Roth)

Il teatro di Sabbath (e di tutti noi…in memoria di P Roth)

Photo by Sergei IvanovQuando muore uno scrittore come Roth, muore una delle possibilità che ci è data di allungare uno sguardo sul mondo, di grattare un po’ sotto la crosta dell’orrendo teatrino sul quale scivoliamo quotidianamente…e così per fare memoria, sono andata a ricercare la recensione che scrissi su anobii, a giugno 2009, su quello che tra i suoi libri mi ha colpito di più.

(…Ripubblicarla oggi ha un valore aggiunto, visti i tempi …)

“Le linee d’ombra mi piacciono, l’ho già detto; chi di noi non ha mai giocato a rimpiattino con la parte peggiore di sé? Il burattinaio Morris Sabbath, è uno di noi. Gioca con noi. Burattini, uomini, donne, in attesa di morire. Nel mezzo una lunga linea d’ombra.

La gran parte di coloro che hanno letto questo libro, hanno puntato il dito sul sesso e la sua oscenità. Ma in questo libro osceno non è il sesso, descritto minuziosamente, fino a perdere il suo cliché perverso; il sesso, che è l’unica moneta di scambio di un’umanità sfranta che cerca la sua libertà e non ha importanza se la via d’uscita sia nella vita che cola o nel rantolo di un godimento senza freni. Osceno è, in questo gioco speculare, il modo con cui noi rattrappiamo i nostri orizzonti. Come l’atrite che colpisce alla mani il protagonista impedendogli di muovere ancora fili; un lento ed inesorabile rattrappimento, quasi come un’involuzione, che in un processo a ritroso segna la via di fuga da questa realtà …quasi a voler tornare nell’utero da cui siamo usciti …

Un libro assoluto…da leggere”

…Da rileggere oggi ancor più di ieri….

La Casa siamo Noi

La Casa siamo Noi

Nel 1978, come compito di fine anno per le scuole medie, ci misero un registratore a tracolla e ci spedirono in giro per il quartiere a fare interviste su temi di attualità, a me assegnarono un’intervista sul femminismo. Erano anni ferventi e con quel microfono piantato sotto il mento delle persone ti sentivi dentro la storia che ti scorreva attorno. Avevo 13 anni. E intorno a me il mondo cambiava o almeno tentava di farlo. Erano anni di lotte. Feroci, violente, a colpi di p38 lo stato smantellava se stesso, e le donne lottavano con altrettanta ferocia.

Non posso definirmi una femminista nel senso estremo del termine, con le donne dell’Udi ebbi qualche anno fa uno scontro violento su un blog che ho chiuso. Ci sono atteggiamenti che non sempre ho condiviso. Non credo alla contrapposizione violenta femmina maschio, la natura dei rapporti umani verte sempre ed in ogni circostanza su un equilibrio e più semplicemente non mi piace la prevaricazione esercitata in nome di una appartenenza, sia che a farlo sia un uomo sia che sia una donna.

Ma queste disquisizioni ce le possiamo raccontare oggi perché c’è stato un momento della storia in cui le donne hanno strappato con i denti e con la lotta cose che noi oggi diamo per acquisite, cose per cui le nostre figlie e noi stesse oggi possiamo essere ciò che vogliamo (o almeno provarci)

Posso dire che in questi anni, in tutte le esperienze che ho compiuto ho messo sempre al centro un’attenzione particolare per le pari opportunità in termini di gendered quality gap,ed ora che allo scadere del mio mandato politico sono tornata al mio lavoro sono particolarmente felice di occuparmene con una delega precisa.

Tutto questo per dire che lunedì sarò in piazza del Campidoglio alle 18.00 per dare il mio sostegno alla protesta contro l’assurda decisione della amministrazione Raggi, di chiudere la Casa Internazionale delle donne.

Ci sarò perché quella memoria e le lotte che là dentro sono state legittimate e sostenute sono un pezzo di storia importante di questo paese allo stremo. E non si cancella la memoria, non si cancella la storia.

Una battaglia per la memoria, ma soprattutto per il futuro. Perché quella Casa diventi luogo di condivisione (più di quanto già non lo sia) di una discussione che ha bisogno di codici nuovi e linguaggi nuovi… Lo dico ben conscia di attirarmi gli strali e le lezioni delle storiche donne di lotta, ma il rischio è quello di essere altrimenti relegate in un cliché che fa comodo ai detrattori, e ci fa perdere l’occasione di riposizionare invece in maniera decisa temi importantissimi, e ancora una volta centrali per la crescita del paese in termini culturali, e perché no…anche economici .

Work life balance, Gendered equity, occupazione femminile, accesso a ruoli chiave, sono battaglie necessarie, in grado di modificare l’approccio culturale (che resta il vulnus principale) e il PIL di una nazione….

Anche e soprattutto per questo la Casa deve restare dov’è e continuare con la stessa passione di sempre il suo presidio !

34 anni fa

34 anni fa

Per capire l’atmosfera che in queste ore sta lentamente calando sulla città tu devi avere negli occhi e  nel cuore quella notte del 30 maggio 1984, altrimenti non puoi capire….

Era tutto pronto per la festa. Anche il concerto di Venditti, ma fu una partita strana. Sembrava dovesse essere la nostra notte. L’ arbitro svedese Fredriksson connazionale di Liedholm. La semifinale di ritorno con il Dundee che ci aveva fatto conoscere il calcio britannico. Non andò così…l’ arbitro non vide il fallo di Whelan su Tancredi che originò il gol di Neal, la Roma pareggiò con un’ azione Conti-Pruzzo, poi attaccammo fino all’ ultimo minuto dei supplementari senza trovare il secondo gol. I rigori andarono come andarono. Falcao si rifiutò di tirarlo, Conti e Graziani sbagliarono …i crampi di Cerezo…

34 anni fa…

Erano notti prima degli esami, di lì a due giorni diritto privato, Federico Moccia non era ancora nessuno, bastava Roma a raccontare la sua magia a quelli della mia età, che poi le sensazioni di quell’età passano indenni gli anni i secoli e saranno sempre le stesse perché sanno di entusiasmo, di rottura, di distacco, di avventura, di cazzeggio (segni che a volte permangono anche negli anni, eh non credere !) il fresco che rinfrancava dopo le giornate passate in casa, gli amici, il casino, la notte come frontiera oltre la quale potevamo essere tutto e il contrario di tutto, fuori dai rigidi dettami del perbenismo…
finì male…

Del tempo che è passato, degli entusiasmi, delle rotture, dei distacchi, delle avventure e di cazzeggio sono pieni questi 34 anni e questa serata che stà lì sullo sfondo di questo silenzio che sale, colmo di attesa, del boato che stringe la gola, a riscattare una sera, una notte…stasera ancora lì, sotto i tigli, con i cori della Garbatella a fare da sfondo e Ale e Tati accanto a me, dalla Russia con amore a tifare Roma come non mai…

A piedi nudi nel parco

A piedi nudi nel parco

A piedi nudi, t shirt blu, sorridente, sguardo nella fotocamera, perfettamente a suo agio.

Il Presidente Zingaretti rilascia un’intervista a Vanity Fair con piglio informale, mentre Di Maio si ingessa in un vestito sartoriale, cravatta, camicia bianca,  sale al Quirinale, si agita mentre perde terreno, risponde  a Porta a Porta eludendo le risposte e tenta di trasformarsi in un leader autorevole, istituzionale.

La lettura più semplice ed immediata di quello che è successo dopo il 4 marzo è tutta qui.

Che non ci sono più schemi precostituiti ce lo siamo detti più volte, e il voto del 4 marzo  ha sancito più la delegittimazione di un certo modo di fare ed essere politica, che  non il convincimento dell’ offerta scapigliata che c’era su piazza. Ma è il sovvertimento dei modi e dei ruoli che colpisce. E così Zingaretti sorpassa il movimento 5S sul suo terreno.   Destruttura il linguaggio, prende in mano la situazione, non giudica, sul piano politico propone una riflessione e un pensiero lungo, mentre sul piano amministrativo dà un’agenda, fissa il perimetro…chi c’è c’è chi non c’è tutti a casa.

In aula fa riferimento alla difesa dell’interesse comune, a valori di concretezza e velocità, ringrazia i consiglieri uscenti perché è grazie al concorso e al lavoro di tutti loro che il Consiglio è tornato ad essere un luogo aperto, trasparente e di confronto democratico ….e di botto la X legislatura diventa come la gloriosa X Mas ….

Nell’intervista a Vanity Fair allude alla necessità della ricostruzione di un pensiero collettivo,  a rigenerare la speranza, ad abbandonare il dirigibile per provare invece a guardare i problemi da vicino e provare a dargli una soluzione. Sembra tutto  semplice e chiaro a leggere le sue parole.

In questi anni in molti hanno guardato a lui come la contrapposizione di qualcun altro. Le euristiche di pensiero, che hanno appiattito la capacità politica di pensare ed elaborare, hanno goduto a mettere in campo una dialettica basata solo su contrapposizioni leaderistiche…nel frattempo Zingaretti ha amministrato una regione, ha osservato la trasformazione sociale, l’ha letta, l’ha interpretata e l’ha semplicemente attraversata con le politiche di governo …fluido…

Dichiara di sentire l’esigenza di un nuovo movimento democratico che metta in campo un nuovo rapporto con i giovani ed è chiaro che  non è un riferimento all’ennesimo momento fondativo, ma alla necessità di tornare ad un confronto dialettico umile e concreto per evitare di attorcigliarsi di retorica e capri espiatori.

Sembra facile, c’è sicurezza nella posa e nelle parole, di sicuro c’è anche un’idea precisa su come procedere e la sensazione che voglia farlo in fretta …anche perché le bisce birmane là fuori sono particolarmente incazzate …

l’intervista potete leggerla qui

Save Ghouta

Save Ghouta

 Un enorme frullatore. Questo mondo va così…tritura fatti vite ed emozioni. E allora, anche questa foto finisce per essere una delle tante che quotidianamente passano sotto i nostri occhi.

Ma questa volta c’è un grido che va oltre i pixel. Trapassa gli schermi. Arriva dritta al cuore come una freccia.

È un bambino. Solo un bambino. Ma ci sono volte, condizioni, luoghi, in cui essere un bambino è un diritto alienato.

Non mi va di parlare di Siria, di guerre, di bombe, non mi va nella misura in cui possa apparire l’ennesima analisi o commento di un qualcosa che accade “oltre”…

Mi viene solo da dire che l’oltre inizia dal “qui”…E allora più che commentare, oggi mi riservo la scelta di alzare la testa dall’ombelico di una campagna elettorale, l’oltre inizia dal “qui” e allora conta sempre e di più fare nel proprio piccolo ciò che serve per stare dalla parte giusta, recuperando un rispetto che abbiamo seppellito sotto l’arroganza la spietatezza di linguaggi e modi… e conta sempre di più allargare lo sguardo perché ciò che accade lì è anche faccenda nostra e che quel grido nelle orecchie ci tenga almeno svegli

IO non sto tra gli integrati (ma poi a pensarci bene, neanche tra gli apocalittici mi trovo così bene)

IO non sto tra gli integrati (ma poi a pensarci bene, neanche tra gli apocalittici mi trovo così bene)

Arrivati a questo punto della storia credo fermamente che per vivere il Natale occorrano gli occhi di un bambino.

Bambino, bambinello, Gesù bambino…dovevano averlo capito perfettamente quei due se, pure con un low cost a bordo di un asino, decisero di far nascere ‘sto figlio il 24 notte.
(“Figlio”, perché la previsione dell’angelo fu più precisa di un ecografo: di maschio parlò e maschio fu).

Il Verbo si fece Carne…decisa e testarda Maria obbedì.

Co’ sto lenzuolino azzurro a fargli da mantello senza il dress code tipico di una puerpera, fiera e orgogliosa nella sua mestizia, sfuggendo alle insidie del plot narrativo (il cattivo, il dramma, la povertà, l’impossibilità, il freddo, l’eroe, la vittoria, il lieto fine) ci consegnò in pasto alla storia.

Il Verbo si fece carne… ma nessuno ci aveva spiegato che la carne marcisce, imputridisce, dopo un po’puzza. E non basta la fede, la speranza, e perché no? pure la carità…il puzzo arriva.

Non ha importanza se sono rifiuti in cerca di terra, le braghe piene di umori dei cadaveri di donne e uomini che muoiono lontano da qui come ammasso, il mocciolo dei bambini agli angoli dei semafori, l’odore stantio di una povertà che riguarda sempre più milioni di persone, l’afrore minaccioso della vigliaccheria che impasta gli animi.

Non ha importanza se a coprirlo si usa vecchia  e pregiata lozione inglese, se si siede sugli scranni del potere, se ci si batte il  petto alla Messa di Natale per mostrare a tutti il volto amico del compromesso, se si imbandiscono mense per poveri da vetrina, mentre la verità resta solo un’arma a doppio taglio nelle mani di chi non sa che farsene o non può farsene nulla…la vaniglia dei dolci nel forno, gli aghi dei pini dell’albero in salotto… non ha importanza, il puzzo arriva.

Che poi, le premesse c’erano tutte se ‘sto ragazzino venne alla luce in una stalla, tra le balle di fieno e l’alito, non certo vigorsol, di un bue e di un asinello.

Mi chiedo se è per questo che usiamo tutte ‘ste luci, la carta colorata, i nastrini, i decori e i dolcetti, la bontà stampata sul cuore dell’Amazzonia e destinata agli inceneritori. Sarà mica per stornare altrove il pensiero…?

Sempre più convinta, il Natale non è roba da grandi!

In tutta ‘sta caciara chi si ricorda più della faccenda del figlio di Dio e l’attesa della notte silenziosa, la coltre di neve a sospendere il respiro, i desideri cantati e scritti su pergamenine d’oro e i sorrisi infilati nei golfini caldi, i bisbigli, i sussurri di chi immaginava ma taceva (forse perché già così la paura prendeva lo stomaco, ‘ché senza il sogno che vita sarebbe)?

Ieri sera lo stupore negli occhi dei più piccoli, mentre un Babbo Natale camuffato portava il sacco dei doni tra grida e battiti di mano …non so dirti se ho provato gioia nel vedere i loro occhi  guardare pieni di luce ed incontaminati questa notte di stelle, acciuffare i  loro sogni e gioire saltando e gridando, mentre  pensavo che poi in fondo tutti i sogni si nutrono di inganno ….

….e io che di ottimismo e speranza ho fatto il mio mantra quotidiano, non ho fatto in tempo a chiudere gli occhi e voltarmi dall’altra parte che  il terreno già franava sotto i piedi e mille cunicoli si aprivano….ora sgrano come in un rosario le domande che non ho mai posto e le risposte che non ho mai ascoltato, perle di parole mentre con le dita arrotolo ciuffi di capelli e il silenzio, il silenzio è l’unica cosa che mi è cara …sottrarre tutto il superfluo e ciò che resta è l’Essenziale…

Cara Ideal Standard, la responsabilità non puoi buttarla nel cesso

Cara Ideal Standard, la responsabilità non puoi buttarla nel cesso

USA. North Carolina. 1950.
Se c’è una cosa a cui non sono riuscita ad abituarmi in questi cinque anni, è quel senso di vuoto e nodo che mi prende quando sto per incontrare chi ha perso un lavoro, chi lo cerca, chi sopporta sulla sua pelle scelte prese da altri. E per il territorio che rappresento e da cui provengo, ne ho  fatta di palestra…una crisi dietro l’altra e il dramma occupazionale ha sempre più contorni familiari, volti e sguardi.

Così ieri, all’ingresso del piazzale della Ideal Standard, il cielo grigio e i volti bui.

Fatti salvi gli incontri che si terranno in Regione il 6 dicembre pv e al MiSE il 15 dicembre pv su questa vicenda, restano sul tavolo una serie di interrogativi che hanno tutti a che fare con l’impunità delle aziende che gestiscono aiuti e accordi, ma che sono poi pronti ad alzare i tacchi e ad andarsene come se nulla fosse.

L’arroganza di una azienda multinazionale che decide di chiudere per margini ridotti, e che pur tuttavia nel 2014 aveva posto fine alla procedura di salvaguardia prendendo degli impegni seri in tema di riorganizzazione dell’impianto  per renderlo più competitivo e innovativo, non può essere scaricata sul destino e sulle spalle di 316 famiglie.

L’incapacità di fare impresa o peggio ancora la spregiudicatezza di chi cambia strategia industriale, senza un minimo di coinvolgimento delle parti istituzionali con cui fino a poco prima ha preso impegni, può essere oggetto di una rivalsa di chi ne subisce gli effetti negativi ? Vorrei aprire un dibattito serio in materia, perché non possiamo più essere ostaggio di questa follia.

Ad una mia domanda precisa su piano industriale e acquisizioni di posizioni di mercato,  la proprietà ha risposto che, pur in attivo, si chiude Roccasecca per problemi di dimensionamento, perché è piccolo, perché non è più funzionale al gruppo, perché i margini sono irrilevanti, perché la crisi…(benedetta crisi quanta incapacità hai giustificato..!!!)

Bene, peccato che siamo in presenza di gruppo che nonostante nel 1999 abbia acquisito  le quote di un marchio importante nel settore (che un parere dell’autorità garante definisce come un importante mercato in crescita nel quale fare acquisizione di posizioni), non riesce a stare al passo delle  strategie di sviluppo di altri operatori, quali ROCA, LAUFEN DURAVIT, VILLEROY&BOCH, CARADON, VITRA e KOHLER, già attivi a livello europeo con quote comprese tra il2-4% (KOHLER) e il 12-15% (ROCA) e in forte crescita in Italia.

Ora a me è chiara una cosa, fatto salvo  che  il dimensionamento territoriale è un tema sul quale noi tutti dovremmo fare una seria e attenta analisi e valutazione in termini di competitività, rimane il fatto che se un grande gruppo continua a produrre sanitari come se si fosse nel 1950, non investe in innovazione, ma soprattutto non investe in design, mentre gli altri player sul mercato hanno trasformato i loro prodotti in un business sensoriale , non può scaricare sui lavoratori, e sull’Italia in genere, la sua incapacità.

Ai lavoratori e alle loro famiglie, tutta la mia solidarietà e l’impegno a tenere alta la guardia, ma per il resto basta davvero. Vogliamo discutere di strategie industriali, di riconversioni, di piani a lungo periodo, vogliamo gente seria come interlocutori, la stessa serietà che è richiesta a tutte le altre parti in gioco. Noi non siamo sud, (almeno non nel senso dispregiativo che qualcuno vuole dargli) e basta anche con la nostalgia anni ’50 per le grandi fabbriche che furono….stiamo pagando oggi a caro prezzo quella follia là dove non ha generato né vocazioni né crescita, ma solo un dannato e becero clientelarismo…Ben venga invece la storia industriale di chi ha generato e genera valore, valore sociale

Contr…ordine compagni

Contr…ordine compagni

Cronaca.

L’Ideal standard chiude i battenti, annuncia il licenziamento di circa 500 persone. Accade nel basso Lazio.

L’ Fca con un sms interrompe il rapporto interinale con 530 ragazzi/e. Accade nel basso Lazio.

La SAF (Società per il trattamento dei rifuti) elegge il suo nuovo Presidente. Accade nel basso Lazio.

Non c’è una relazione tra le tre cose, ma tutte affondano nella stessa assuefazione.

Ora però, se un territorio in cerca di futuro, non riesce a trovare uno spiraglio in un nuovo protagonismo dei singoli “attori”, non ci saranno parti in commedia che potranno reggere alla prova del tempo.

Sull’Ideal Standard, notizie di queste ultime ore, le segreterie nazionali hanno già chiesto l’incontro al MiSE e nei prossimi giorni ci sarà la convocazione. La Regione Lazio, come sempre da quando ci siamo insediati, farà la sua parte.

Sull’FCA è stato aperto un tavolo permanente in Regione Lazio.

Sulla SAF la partita è stata vinta con una prova schiacciante del Pd ciociaro che con 59 voti dei sindaci, contro i 21 dell’altro candidato proposto, ha nominato presidente Lucio Migliorelli. Non avremmo voluto una nomina politica , o meglio non avremmo voluto una nomina sganciata da un impegno programmatico, resta il fatto che ancora una volta si ha la sensazione che a prevalere sia  la logica dell’occupazione manu militari di ruoli strategici per la governance di un territorio . L’occupazione degli enti con propri uomini per mantenere salda la filiera di potere, è un film visto e rivisto da queste parti.

A Lucio vanno i migliori auguri di buon lavoro. E non tanto per dire, no, non sono convenevoli i miei. E’ che ha proprio bisogno di auguri perché non può permettersi di sbagliare.

Non può permetterselo perché viene da una storia familiare importantissima, e custodire l’ultimo baluardo di autorevolezza e indipendenza politica su questa provincia, quale è stato Achille Migliorelli,  non è eredità da poco. Non può permetterselo perché viene dalla segreteria di quell’assessorato all’ambiente che proprio in materia di rifiuti ha preso l’impegno di scrivere addirittura un Green Act (che poi vada verso la direzione di un Ato unico è faccenda tutta da vedere). Non può permetterselo perché se non dà seguito all’impegno programmatico, annunciato fin da subito «Lavoreremo per ammodernare l’impianto, per consentire il recupero della materia e diminuire fino all’esaurimento i conferimenti in discarica e alla termovalorizzazione. Ciò senza tralasciare, anzi rafforzando, il sostegno per incrementare ulteriormente la raccolta differenziata così da tutelare e salvaguardare l’ambiente e la salute dei cittadini» (fonte alessioporcu.it), sa perfettamente che il suo re resterebbe nudo.

Tuttavia resta ancora una volta lo sconcerto per l’assuefazione al metodo. Nessun guizzo di autodeterminazione Nessuna scelta vincolata ad una programmazione, ad una prospettiva, ad un obiettivo minimo fissato, chessò..una contropartita  (almeno tra quelle dichiarabili )

Mi  spiace per l’ing Cavallo che si è sacrificato sull’altare del tecnicismo. Ma forse è proprio con la mossa del cavallo ( e perdonate il gioco di parole) che il gran commiss da dietro le quinte ha tolto dal campo un nome che forse qualche vero problema lo avrebbe creato a più di qualche sindaco…”come si fa a non votare Suppressa?!? ”

Restano illazioni e supposizioni di un gioco che non appassiona più. Che è trito e ritrito e non rende giustizia alla voglia di riscatto che ancora da qualche parte è annidata.

E allora, forse una relazione c’è tra le fabbriche che chiudono e  che mandano a casa i lavoratori, tra l’arroganza di chi usa strumentalmente il tema del lavoro come scambio merce. Ed è proprio in questo metodo del potere per il potere. Che con ostinazione travalica la necessità di visione e prospettiva che questo territorio richiede. Una negligenza che sceglie le scorciatoie invece che programmare e fare strategia.

 

 

 

 

Un pesce di nome Wanda (storie di coraggio e libertà )

Un pesce di nome Wanda (storie di coraggio e libertà )

Photo by Simona Ghizzoni

Oggi abbiamo deciso di liberare Wanda. É oramai quasi sei anni che nuota avanti e indietro in una vaschetta, da sola, dopo aver pianto la scomparsa del compagno Pietro che se ne é andato oramai due anni fa.

Eravamo seduti tutti e tre e l’abbiamo guardata…quell’andare su e giù giù e su senza sosta ci ha intristito e così sabato prossimo la libereremo nel fiume. Ale ha avuto un picco di egoismo resistendo all’idea, ma poi si é convinto che fosse la cosa migliore. Wanda é arrivata a casa qualche giorno dopo che i miei i figli sbarcarono dalla Siberia…fu un gesto simbolo, un canale di contatto, accudire per lasciarsi accudire…brevi storie di amore.

E così dunque anche per Wanda é arrivata l’ora di nuotare in acque più grandi.  Fa parte della routine della vita, ad un certo punto bisogna evolvere per non involvere. Un po’ come in questi tempi grami che stiamo attraversando.

Ci sono due articoli che oggi, giornata di letture domenicali, hanno attratto la mia attenzione, una riguarda il fatto che nella lista delle città che un trentenne sceglierebbe per vivere non ce ne sia neanche una italiana, l’altra rimanda ad un libro che mi sono ripromessa di leggere e che descrive, nelle categorie delle classi sociali, l’avanzata  della classe aspirazionale, una nuova categoria sociale unita più da una sensibilità etica ed estetica che da parametri economici. Come a dire che basta condividere  elementi valoriali per abbattere la distinzione tra classe e censo e così la sola aspirazione é sufficiente per dare un senso di appartenenza. Insomma una gran trappola.

La sintesi é solo una, non agganciamo più la realtà e il paese lentamente scivola verso il basso, tanto da non essere più neanche attrattivo per un trentenne che di questi tempi cerca città dove sperimentarsi, dove inventarsi un futuro, dove misurare l’efficacia di un welfare state, in una parola città belle, veloci, a misura di… e con politiche al passo…

Me ne parlava ieri sera Francesco, un avvocato poco più che trentenne, non ha scelto di fare la professione, ma ha fondato una impresa no profit che ora ha varcato i confini internazionali e intercontinentali. In questi ultimi anni é stato in Portogallo per seguire un’altra sua creatura, letteralmente sulla cresta dell’onda perché si occupa di surf. Mi ha raccontato come ha visto quel paese uscire dalla crisi, mi ha raccontato la rinascita di Lisbona, le politiche sulle start up,che sono state messe in campo, le politiche di defiscalizzazione, il coraggio della politica di trasformare siti industriali dismessi in hub per l’innovazione. (Mentre racconta con la luce negli occhi quello che ha visto, a momenti mi strozzo con  una nocciolina che mi va di traverso, ripensando alle cose di casa nostra, la fatica fatta per costruire l’ipotesi di una riconversione industriale di un grande sito in un hub innovativo e la delusione  di vederla piegata alle logiche miopi di una classe dirigente vecchio stampo. Senza coraggio..)

(chi arriverà ad offrirci un percorso alternativo?)

Francesco mi dice che a settembre torna, le sue cose puó seguirle anche da qui, e vuole dare una mano…dice che lui e i suoi soci hanno sempre guardato con distacco alla politica, ma ora sono convinti che sia ora di mettersi a disposizione…mi viene voglia di abbracciarlo…perché la politica riguarda la vita di tutti i giorni, i nostri sogni, quello che vogliamo, quello che possiamo ottenere e quello che desideriamo per gli altri. (Non lo dico io lo dice Corbyn). E sapere che arrivano energie nuove a consentire di riprendere fiato quando l’entusiasmo arranca, mi dà speranza.

Ecco chiunque si sta offrendo per indicare la strada di un percorso alternativo, deve rifuggire dalla tentazione politica di un qualsiasi momento fondativo, (tanto caro a sinistra) e dovrebbe invece interpretare questo tempo confuso che sfugge alle coordinate di vecchio e nuovo, dandosi come unico compito quello di abbattere le contraddizioni e di ridare il senso di una promessa.

La politica ha bisogno di una lirica nuova, non più di prove muscolari. La realtà sta cambiando.

La settimana scorsa ero in strada in mezzo a seimila persone, si manifestava in una cittadina della provincia di Roma cuore di una valle deturpata, ero lí per ascoltare e capire il senso di una grande partecipazione che solo dieci anni fa in questa terra sarebbe stata inimmaginabile … Sapevo che la mia presenza avrebbe destato più di qualche polemica, ma sono sempre andata oltre gli stereotipi e nonostante gli strali sapevo che il mio posto era lì. Mi dispiace per chi non c’era, perché quella di sabato scorso è stata una grande lezione.

Il mondo non aspetta più che qualcosa venga imposto dall’alto, ma si fa strada una sorta di patto sociale, condiviso dalla maggioranza,  non c’è più niente da delegare, il senso di marcia non è più obbligatorio e l’illusione del benessere non inganna più gli sguardi. (Cit.)

Ecco chiunque voglia mettersi alla testa di questo percorso alternativo deve confrontarsi con tutto questo perché  è stata declamata la fine di un modo di vivere che cupamente accetta povertà, sofferenza e disperazione.

Intanto vanno avanti le prove di intesa…anche da Reggio Emilia, dal politicamp arrivano notizie,  l’unica cosa certa è che ogni discussione deve ritrovare al più presto il carattere della concretezza e della credibilità. E per non restare imprigionati in una vaschetta a fare su e giù bisogna al più presto mettere in campo il coraggio  e provare a nuotare in acque più grandi per non involvere…perché le persone dettano la linea, la realtà bussa alla porta,  e bisogna abbattere al più presto le distanze…

…  without people you are nothing

 

 

L’ultimo bacio

L’ultimo bacio

(Ndr Quello che state per leggere è un post politico)

Vabbè! Ci siamo ribellati, ci siamo  arrabbiati, ce ne siamo andati, ci siamo separati, ci siamo rinchiusi, poi ci siamo aperti, poi ci siamo ritrovati ma mezzi litigati, poi abbiamo fatto pace ma con i distinguo, però stiamo insieme, ma comunque manco più un like sulle bacheche sennò pare che poi cedo un po’. Dice che oggi è pure la giornata del bacio e si sa, ogni bacio non dato è un bacio perduto, ma questa è un’altra storia. Tornando a noi……la politica…una serie infinita di maschi a condurre il gioco atavico del chi ce l’ha più lungo (sic!!!), la chiamano politica, ma la prova di muscoli che fa correre il testosterone molto spesso lascia inerme la testa, e così quello che pareva banale nella sua ovvietà  e cioè lasciare larga la strada per percorrerla tutti insieme pare che adesso sia la ricetta giusta.

In questi ultimi due anni una sequela infinita di “avanti così”, “daje”, “è ora”, ha sancito entusiasmi, definito fortini, riacceso  speranze disperate che erano collassate. Una schiera di talebani , come nel gioco dell’oca, pronti a ripartire dal via senza capire che bisogna ribaltare il cartellone e lanciare i dadi fuori dal percorso, perché nel frattempo il mondo è andato oltre parco delle vittorie e stazione nord.

Quando m’hanno buttato nella mischia, 5 anno fa,  mi avevano detto che il punto di forza di questa avventura, sarebbe stato proprio lo sguardo aperto sulla società in cambiamento, se ci ripenso sembravamo, noi i 10 del listino del Presidente,  i dieci dell’ave maria in missione per conto di Dio…l’intuizione era giusta sebbene sia stato come gettare dieci pesci rossi in una vasca di piranha, …anche se è proprio in questa sproporzione che la  sottile vena della sfida ha pulsato per mantenere alta l’asticella e non farsi divorare dai meccanismi logori. (Bada bene, parlo della sfida non tra società civile e politica, ma tra buona politica o cattiva politica. Perché la prima contiene in sé sempre tutti i livelli del consesso sociale, laddove la seconda si fa gli affari suoi). Ho aspettato tutti questi mesi, aspirando ad altro oltre il destino  delle etichette e il rincorrersi  di nomi e sigle.

E ora che siamo più o meno tutti d’accordo sul fatto che le attuali categorie che abbiamo a disposizione non sono più sufficienti a contenere il cambiamento, spero che usciremo da questa centrifuga impazzita. Se lo dice pure Pippo non manca (quasi) più nessuno, (giusto giusto due estati fa ci facevamo una birretta al fresco di piazza di Pietra, una chiacchierata che alludeva al cambiamento in atto, poi è andata come è andata) (il testoterone appunto).

Perché poi alla fine la politica che vogliamo interpretare deve rispondere a quesiti concreti che hanno a che fare con esigenze concrete: rapporti con l’europa, lavoro, sviluppo, ma tutto rapportato di scala al buon funzionamento delle cose e a rendere più facile la vita  delle persone .  Non macrotitoli da tesina universitaria, nozioni snocciolate per fare bella figura con i professori, ma percorsi concreti e definiti. E i rapporti di forza che stiamo delinenando in questi lunghi mesi a questo devono servire, a indicare con precisione quei percorsi per dare con certezza quelle risposte. Nient’altro!

Dice: e chi guida l’avanzata? ecco…mettiamola così… Fa caldo, non state a fa’ come l’ultimo vietcong, non vi fossilizzate, non fate i rancorosi, abbiate fiducia, siate generosi, non state sempre a rosica’, state tra la gente, siate liberi e soprattutto …e se potete… baciate di più …

 

ps

Ho scelto come immagine il bacio di Lonak. La mega opera di street art dell’artista croato che da un giorno all’altro ha proiettato la città martire di Cassino, nell’olimpo dell’arte urbana internazionale, e che ora rischia di andare persa. L’ho scelta perché è un esempio di come si conducono le discussioni in questo paese…ora che l’acqua di trasudo dai piloni che sorreggono la strada, corrode l’immagine, la discussione pubblica ancor prima di farsi carico della soluzione, è tutta concentrata a dare sfogo  alle recriminazioni…peccato perdere un bacio così

 

 

Il paradosso della carbonara, la corazzata Potiomkin e il piano solo di Ahmad

Il paradosso della carbonara, la corazzata Potiomkin e il piano solo di Ahmad

Oggi muore il rag. Fantozzi, o meglio muore Paolo Villaggio, e il senso del paradosso corre veloce, se solo pensi che le cose che irridevamo e su cui ridevamo 30 anni fa, oggi sarebbero un risultato ambito,  “la casa di proprietà, la macchina, il posto fisso e lo stipendio sicuro”. (cit.)

Il paradosso …non chiedetemi perché ma la mente è andata subito alla foto di una carbonara, che ho visto qualche giorno fa  su una bacheca di facebook. Il valore dell’imperfezione. La ricerca performante di un’estetica a  cinque stelle (non i grillini of course), al solo vedere quel tegame imponente, avrebbe fatto storcere il naso a più di qualche gourmet del sabato sera.  L’uovo adddensato a mo’ di frittata non conservava nulla dei tuorli d’uovo montati in una boulle grande, rigorosamente a mano con un frusta. Né del delicato procedimento di dissolvenza del guanciale (di ottima qualità) in un padellino. Per non dire delle penne che sostituivano il più classico spaghetto. Eppure nella sua indolenza risultava autentica, vera, buona, come rarissime volte capita di vedere nei centinaia di piatti che riempiono le nostre pagine quotidiane.

Ecco, il paradosso sta proprio qui, in questo continuo infingimento cosmetico, come lo definisce oggi Giglioli, sull’Espresso,  che ha finito per corrodere tutto.

Il patto tra azienda e lavoratore era di tipo schiavistico – certo – ed era anche grottesco: eppure era un patto definito, un accordo triste ma rassicurante, ingiusto ma solido, che non rischiava di dover essere riscritto ogni giorno e ogni giorno peggiorare, o semplicemente sparire – puf, oggi non ci servi.

E ancora, non c’era bisogno di dissimulare coinvolgimento motivazionale negli obiettivi dell’azienda, fosse essa pubblica o privata. Non c’era bisogno di mettere in scena la grande ipocrisia dell’identificazione, degli obiettivi, dell'”empowerment”. Né si era costretti al sorriso perenne e alla disponibilità 7/24, che sono la galera del free agent attuali, delle partite Iva attuali, dei “rider” attuali. Potevi limpidamente odiarla la tua azienda, potevi odiarlo il tuo ufficio, anzi era scontato che tu lo odiassi. I ruoli erano più onesti, in fondo.

Questo infingimento cosmetico che ha assuefatto la soglia di attenzione. E ci ha condotto per mano sull’orlo del precipizio…come l’orchestrina che suona mentre il Titanic affonda.

L’altra sera ho assistito al concerto di inaugurazione di Atina Jazz. Aeham Ahmad dalle strade di Aleppo al chiostro dell’Abbazia di MonteCassino. Uno spettacolo mozzafiato. La musica evocava le macerie e le bombe di una guerra feroce lontana da qui, ma lo sguardo perso tra le luci del paesaggio in lontananza evocava ben altro che l’agiografico racconto della guerra e della pace. Seduta sui gradini della imponente scalinata, con il vento che scombinava i capelli e mia figlia che dissacrava da par suo l’attimo sottovoce, mi chiedevo se quel piano solo, in fondo non stesse suonando sulle nostre macerie. La disfatta di un comune sentire, il mondo così come lo abbiamo conosciuto anche solo fino a cinque anni fa completamente stravolto nelle sue categorie di base e la spasmodica ricerca di costruirne di nuove per rimettere in connessione mondi distanti e paralleli, che come due rette sono destinati a non incontrarsi. Poi mi sono detta che era solo musica e … giuro…mi sono detta anche “smettila co’ sti ghirigori mentali che stai a fa’ peggio della corazzata Potiomkin…è solo musica…bella…suggestiva…ma solo musica”!!!!

Per questo a pensarci bene trovo riduttivo pensare che alla fine sia il ragionier Fantozzi ad aver vinto. Sarebbe un processo per sottrazione, come a dire che siccome abbiamo sbagliato tutto, allora va bene lo schema di prima. No. Decisamente mi piace di più pensare alla musica del piano solo di Ahmad che dalle macerie è arrivata in Europa, o ad una carbonara poco gourmand, entrambe limpide trasparenti ed oneste valgono per quello che sono, non per quello a cui alludono. Con quel pizzico di indolenza che se ne fotte delle definizioni, delle categorie, delle parole, e che ristabilisce nella pratica dei fatti la verità delle cose.

Ragion per cui alla voce lavoro, non valgono gli schemi fantozziani, né tantomeno le suggestive ipocrisie correnti, ma l’attenta lettura dei dati istat che a riprova della validità delle politiche messe in campo, ancora oscilla come un termometro impazzito.

 

Totò

Totò

image“Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho butttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ .(…)

Il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi.

(…)

Io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra.

(…)

Io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire”.

Totò Riina

Tertium non datur- (Qui Parigi Francia Europa !)

Tertium non datur- (Qui Parigi Francia Europa !)

E bravi I diavoli! 

Alla ricerca di una lettura dei fatti che non fosse didascalia mi son imbattuta su questo commento. Loro sono gli autori di un libro che ho letto qualche anno fa e che ora è diventato altro…

Vale la pena leggerlo, perché c’è un sommovimento in atto che fa fatica a stare negli angusti confini delle categorie che abbiamo a disposizione. L’ essenza stessa di politica pare snaturata. C’era una volta la Terza Via che sul suo percorso ha bruciato tanti e tanti leaders…ma oggi la ferocia con cui si vuole affermare la dicotomia liberalista contro isolazionista, spazzando via altre parole ben più pregne di significato,  a me continua ad apparire una semplificazione estrema, giocata ad arte per continuare questa corsa folle contro un muro.  Ma a me tutta ‘sta ferocia scambiata per cazzimma non mi convince. Mi sfugge il motivo. Cui prodest? Tutte ‘ste giostrine colorate e le musiche dell’orchestrina che narrano una promessa di felicità senza fine…

” […] In Francia, populismo e restaurazione occupano da protagonisti il centro della scena, esaurendo il campo del possibile. Non c’è più domani: solo un oggi che si dilata senza più mezzanotte. Non c’è alba di un giorno nuovo: solo un tramonto senza fine. Niente primavera a Parigi, quest’anno, e l’inverno congela la via nella cupa fissità del già scritto.

Testa o croce? Non è una vera scelta, perché la moneta ha un conio tarocco.

I restauratori restaurano e rassicurano, alimentando i loro consensi sulla paura dei populisti al potere. I populisti cavalcano l’odio vero l’ordine dei restauratori. Paura e odio, odio e paura.

Testa o croce? Tertium non datur. Fuori rimane qualsiasi possibilità di riforma radicale degli assetti politici del vecchio continente.

Ieri ad Atene, oggi a Parigi. Non sembra esserci spazio per ribaltare il segno della crisi, per volgerla in sommovimento che riscriva il fondamento ordoliberale dell’Europa.

Non c’è più domani se la scelta è tra il presente infinito di En marche! e il sogno del passato coltivato dal Front, nostalgico vagheggiamento di un ritorno alla nazione e allo stato.

Cinico realismo o nostalgia reazionaria? Tertium non datur. In un caso e nell’altro a essere rimosso è l’evento possibile, il momento utopico, lo squarcio dell’alternativa che rompe la trama dell’ordine costituito.
Oggi o ieri? Tertium non datur. Mentre il domani si disloca oltre la linea dell’orizzonte, consegnato al feticismo della tecnica e della tecnologia. Tecno-utopie spacciano promesse di un futuro di progresso ed emancipazione, avvenire robotico, altamente automatizzato, compiutamente post-capitalistico. Il domani è futuristico. Tecno-utopie annullano l’azione, cancellano la consapevolezza che sono sempre state le lotte a costringere il capitale all’innovazione tecnologica, che nel capitale fisso sono cristallizzati i conflitti del lavoro vivo. Utopia e momento utopico non sono la stessa cosa.

Dicono che “populismo” sia una parola “piglia-tutto”.

Anche “neo-liberismo” è una parola che non ha significati precisi, è solo l’“amen” di una teologia dell’esistente, la formula che ratifica la matrice del reale: “così dev’essere” e “sempre sarà così”. Neo-liberismo è la mutevole capacità di adattamento del capitale al mutare dell’ecosistema, la disponibilità universale a ricreare le condizioni della propria permanenza.

Globalizzazione o stato-nazione? Libero scambio o protezionismo? Flussi o territori? Tertium non datur. 

Neo-liberismo è il gesto inclusivo che ammette – e ricomprende – ogni termine della scelta in una lotta senza quartiere per la sopravvivenza, caccia inesausta al profitto oltre la caduta tendenziale del suo saggio, al di là della grande crisi di accumulazione che segnò il decennio dell’assalto al cielo: i Settanta.

Il neo-liberismo assume all’occorrenza le fattezze di Obama e del soft power, per poi mutare nella maschera di Donald Trump allorché occorre registrare i precedenti equilibri, ri-nazionalizzare alcune attività della old economy, conferire nuova centralità al comparto militare-industriale, riprendere le politiche di defiscalizzazione e smantellamento del welfare, rimpatriare capitali invisibili. Il neo-liberismo passa da ricette keynesiane ai dettami di Von Hayek senza batter ciglio, e si sbarazza delle socialdemocrazie europee dopo averle usate per demolire l’economia sociale di mercato.

Populismo è ciò che occulta questa capacità di ricomprendere termini opposti sotto il dominio di sempre, al fine di costruire opposizioni ingannevoli e funzionali: alto-basso, reti globali versus stati, élite contro popolo, centri metropolitani contro sperduti “laggiù”, global city contro territori dimenticati.

Populismo è nostalgia del passato, della sovranità nazionale, delle “glorie” di valute locali.

Il neo-liberismo traccia nuove geografie su cui il populismo tesse narrazioni. Il primo plasma i territori, scompone continuità e marca profonde cesure, il secondo non ricompone politicamente, bensì approfondisce i solchi e crea antagonismi surrettizi.

I flussi di capitale si concentrano nelle aree metropolitane, ridisegnano il volto dei grandi conglomerati, scambiano con una forza lavoro altamente qualificata, consegnando all’oblio territori lontani che, oggi, appellano “profondi”.

Campagne assaltano città. Le rust belt, i great plains, gli Yorkshire dell’Occidente assediano le megalopoli. Filiere industriali dismesse o in via di dismissione coltivano il loro odio contro il “terziario avanzato”.

Parigi vale ancora una messa?

Patti sociali saltano, modelli della cittadinanza si sgretolano nel lungo inverno cominciato all’inizio degli Ottanta, all’alba della rivoluzione conservatrice di Ronald Reagan e Margareth Thatcher. La logica del capitalismo estrattivo smantella l’inclusività del welfare, tracciando nuove mappe, concedendo standard di vita alti alle aree metropolitane capaci d’intercettare i flussi, e consegnando il resto alle macerie e al deserto.

Il populismo accetta questo scenario, marcia tra le rovine, predica nel deserto, usa le geografie tracciate dai flussi per fondare un nuovo ordine del discorso: il lavoro dipendente impoverito e la disoccupazione di massa dei territori scansati dai flussi diventano “forgotten men”, gli ultimi, i reietti; il lavoro immateriale precarizzato delle metropoli trasmuta in “élite urbana e creativa”; il soggetto migrante delle periferie urbane diventa “negro, straniero, invasore”. Gli uni contro gli altri.

Qualsiasi acrobazia linguistica è lecita pur di non chiamare le cose col loro nome: capitale e lavoro. Se il neo-liberismo è il banco che vince sempre in un “testa o croce” truccato, stringendo in pugno la falsa moneta, il populismo ne battezza un verso, accetta le regole del gioco, evoca fantasmi ancestrali e orrendi archetipi:

«A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese. È questa l’origine del nazionalismo. Inoltre, gli unici che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici. Così, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi è l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi assediati. Il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia.»

E tu? Che Progressista sei?

E tu? Che Progressista sei?

ottimismo_bicchiere super pieno
photo by Marzia Bianchi

La sfida la lancia Massimiliano Smeriglio su Huffington Post : Progressista. Basta la parola?

una grande discussione pubblica, aperta, senza remore e paure, capace di attraversare il Paese, sulla costituzione materiale del campo progressista e democratico che dovremmo organizzare nei prossimi anni in Italia e in Europa.

Mettere in comune il pensare e non solo il pensiero è il primo passo nella giusta direzione.

Una cosa è certa. Quello che viviamo non è né più né meno che un periodo di transizione, in un moto entusiastico la definirei una rivoluzione. Perché è indubbio che siamo in un’epoca di passaggio e che solo la retrospettiva della storia ci darà l’esatta contezza di ciò che sarà stato.
Ma oggi ci stiamo in mezzo e difficile è capirne l’esatta dimensione.
La politica appare in affanno e fa fatica a stare al passo, e venendo meno la sua capacità di stare tra le cose, di leggerle, financo anticiparle, viene clamorosamente meno a quella che è sempre stata la sua funzione principale: organizzare pezzi della società. E così si arrocca, si chiude nei perimetri e incapace di organizzare altro organizza solo se stessa, tenta la definizione nei recinti di sigle che da sole e per capacità evocative dovrebbero bastare a legittimarla ma riescono solo ad allargare la frattura.
E allora come sottrarsi alla sfida lanciata da Massimiliano Smeriglio di tornare ad un pensare comune, una discussione pubblica che apra respiri voli alto e si tenga ben lontana dal definire, perimetrare, circoscrivere… D’altra parte il progresso si misura proprio nella quantità dei passi che facciamo per andare avanti…anche se quei passi ci allontanano dalle certezze di ciò che è stato e che evidentemente non è più sufficiente …anzi proprio per quello.
Non è solo nella centralità di una dimensione di sviluppo versus progresso a mio  avviso a fare di un pogressista un Progressista, oggi abbiamo ampiamente sdoganato una concezione di sviluppo declinandolo come sostenibile. Oggi a mio avviso non è neanche più una questione di temi che può determinare la svolta. I temi li conosciamo, li sappiamo. E allora il pensiero si spinge un po’ più in là… e la differenza la facciamo se riportiamo la discussione sulla modalità dell’agire politico. Agire la politica …su questo bisogna tornare a concentrarsi…
Buona lettura !!!
A modo mio, a modo nostro, #campoprogressista

A modo mio, a modo nostro, #campoprogressista

CY-TWOMBLY_4So bene che ciascuno di noi, da fronti diversi, ha vissuto lo smarrimento politico di questi ultimi tempi.

Diciotto mesi fa, quando io feci la scelta di lasciare il PD, nell’aria si respirava già la necessità di un orizzonte politico ampio, visionario, coinvolgente. Ma non siamo riusciti ad interpretarlo. Ci siamo persi negli schemi consolidati, abbiamo lasciato che le prassi oramai logore prendessero il sopravvento.

Ma l’orgoglio, la tigna e il coraggio sono duri a morire (e aggiungerei per fortuna!) e non abbiamo, mai, neanche per un secondo, smesso di credere che ci fosse spazio per una politica pronta a cogliere il senso della storia, della vita quotidiana di uomini e donne.

Quello a cui siamo chiamati non è la costruzione di un partito, né una nuova ripartenza, ma semplicemente continuare il cammino e farlo con una “visione” della politica o meglio una modalità dell’agire politico.

La sfida non è sulle idee o sui programmi, quelli con un po’ di buon senso sappiamo farli tutti. La sfida è sul modello per realizzarli.

Abbiamo tanto da fare, non sarà semplice ma sarà sfidante.

Ricostituire una connessione politica sentimentale che tolga di mezzo i pronomi possessivi, (ritengo infatti che non esistono “miei” e “tuoi” in riferimento ai singoli che si impegnano quotidianamente in politica), dovrà essere il primo passo.

Il secondo sarà aprirsi a tutti coloro che già sono sul campo, che fino ad oggi in assenza della politica hanno trovato da soli soluzioni e risposte. Associazioni, organizzazioni, donne e uomini che spingendo sull’innovazione sociale hanno trasformato in valore ciò che già c’era. Sono in tanti. Con loro dovremo creare un canovaccio nuovo che ci tenga tutti insieme, in una modalità trasversale, operativa e progettuale.

Solo così potremo affrontare le tante sfide, lavoro, crescita, competitività, per ridare alla nostra provincia una identità e soprattutto il riconoscimento del suo pieno valore.

Futuro Prossimo

Futuro Prossimo

imageIl disincanto la fa oramai da padrone. E non è stato facile stringere i denti in questi lunghi lunghissimi mesi, in cui sembrava che l’intuizione iniziale di un’area progressita a sinistra si fosse definitivamente smarrita tra radicalismi e vecchi paradigmi. Un anno e mezzo fa…tanto è passato…da quando ho deciso, uscendo dal PD renziano, che doveva esserci per forza un altro modo, un’altra strada.

Mi va di ricordare oggi quanto scrivevo nel 2015

“Qui c’è un futuro da inventare, un presente da interpretare e non abbiamo uno straccio di Sogno che faccia battere il cuore, macinare chilometri, cavalcare notti e giorni tra la gente, a mani nude, a parlare e a spiegare cosa vogliamo fare INSIEME.
Un SOGNO, questo chiedo, questo chiediamo in tanti, un SOGNO che aggrappi l’anima e ridia fuoco alla speranza, che non si costruisce a tavolino, non sta nei manifesti di intenti, nelle conventicole atte alla conta. Un sogno che preceda la concretezza. E questa roba sfugge alle organizzazioni strutturali di partito, questa roba sta nell’aria, nel sentimento delle persone, nella nostra capacità di farcene custodi e d interpreti. Non è più tempo, e forse non lo è mai stato, di testimonianza. La politica ha senso se cambia le cose o almeno prova a farlo. Per il resto è solo vecchia politica…ma non è quella per cui mi sono messa in gioco…io e tanti come me…”

Ora credo davvero che quel tempo sia arrivato…

Il calcio totale e il modello rizomatico

Il calcio totale e il modello rizomatico

cruijff-14“Siamo bravissimi a raccontare il film della crisi di questi anni, ma non sappiamo ancora raccontare un finale di speranza”.

Crudo netto conciso. Gianni Cuperlo interviene all’iniziativa nazionale SI Apre e con un fluire calmo e chiaro posiziona la questione centrale della politica a sinistra.

E lo fa citando un racconto sul calcio come metafora.

E’ il 74 e agli europei improvvisamente irrompe l’Olanda, una rivoluzione. Giocano un calcio che non si era mai visto, 11 giocatori entrano in campo e non giocano in una zona prestabilita, ma tutti devono andare a coprire quella zona del campo dove c’è la palla, dove c’è l’avversario, per tentare di costruire l’azione che porterà a vincere la partita. E guardi la partita dell’Olanda e vedi che dove c’è la palla ci sono cinque sei maglie arancioni, e devi avere molto fisico e molto fiato, ma è uno spettacolo grandioso.  Prima di loro solo l’Ungheria negli anni ’50 aveva fatto un gioco del genere e Jean Luc Godard lo aveva definito il primo esempio di comunismo della storia.  Ecco, noi ci troviamo esattamente in questa condizione, siamo una sinistra dove se c’è un pezzo della sinistra che si sposta e va ad occupare una zona del campo dove magari non era previsto che andasse, bisogna che ci sia un altro pezzo della sinistra che va ad occupare quella zona del campo lasciata scoperta, e se c’è un pezzo della sinistra che magari sbagliando va a coprire una zona del campo dove non era previsto che andasse e tutti gli altri pezzi della sinistra che gli dicono “maledetto hai compiuto quell’errore e ora perderemo la partita” forse potremo tornare a vincere. Noi dobbiamo tornare a riscoprire quel senso!

A me questa immagine pare di una struggente bellezza….e mi pare sufficientemente potente per sollevare lo spirito dalle discussioni che riguardano questo campo e che si sono tenute da un po’ di tempo a questa parte.

E’ chiaro che la partita della sinistra è a uno snodo centrale, ed è altrettanto chiaro che come ha detto Massimiliano Smeriglio occorre una maglia numero 14 per trascinare quel calcio. Un calcio in cui ogni giocatore deve capire l’intera geometria di tutto il campo e il sistema nel suo complesso.

Ecco, se lo schema è questo diciamo che io mi ci ritrovo appieno. Non nego però che noto ancora qualche difficoltà nel mettere a punto il gioco, ancora qualche resistenza ad abbandonare totalmente il modello con cui la politica si è fino ad ora rappresentata.

E come se sia chiara l’intenzione ma mancasse un po’ il fiato. Mi  lascia perplessa per esempio sentire ancora espressioni del tipo “la sinistra deve tornare in campo per organizzare la società.” La società non  ha bisogno di essere organizzata da chicchesia, figuriamoci dalla politica, da questa politica. La  società si è già bella che organizzata. 

 Ecco, mi pare che così non si dia il meglio, apparendo ancora disancorati totalmente da ciò che accade.

Facciamocene una ragione, le politiche migliori, quelle che impattano immediatamente sulla generazione di cambiamento, in questo momento si stanno realizzando fuori dalle istituzioni, fuori dai partiti, mediante l’attivazione di una generazione di innovatori sociali, gli unici che hanno il coraggio di occuparsi di futuro. Sono una classe dirigente di fatto, che non ha casa politica, che non ha il coraggio di votare 5 stelle né pd e che però è anni luce avanti alla sinistra italiana. (cit. Agostino Riitano)

Allora la domanda è:

Se davvero la politica decidesse di spogliarsi dei vecchi paradigmi e si mettesse in ascolto…ampio, progressista, senza etichette né il fardello di singole storie, questo mondo di innovatori sociali sarebbe disposto a rendersi parte di un percorso?

Si può ridare fiducia alla politica?

Il mio amico a queste domande ha risposto dicendomi che loro sarebbero felici di avere una piattaforma ampia e condivisa, una vera piattaforma però, non un dispositivo di controllo del secolo scorso. Una piattaforma intesa come qualcosa di evoluto dal semplice modello partecipativo, che invece è una roba che non convince più nessuno…tanti partecipano pochi decidono. Non funziona più.

E siccome il mio amico è geniale, mi parla di modello rizomatico. Che detto in parole povere significa, operatività e trasversalità.

E allora, se posso dare un suggerimento per le 100 assemblee di Si Parte, annunciate  e da fare in giro per i territori, immaginiamole così, operative e trasversali, davvero prodromiche alla sinistra che si vuole rappresentare. Chi si doveva togliere sassolini dalle scarpe lo ha fatto ieri, che ora però la partita sia davvero aperta e trasversale e tenga conto dei tutt* e delle tutt* che si sono messi in gioco per giocare questo campo.

Il calcio di Cruiff è un gioco in cui si gioca con il cervello. Duttilità, ottima tenuta atletica e generosità, capaci di salvare il pallone sulla propria linea di porta o di pressare gli attaccanti avversari con temperamento e carisma, per poi, riconquistata la palla, continuare l’azione tessendo le trame del gioco. Occorre trovarsi nel posto giusto, nel momento giusto, né troppo tardi, né troppo presto. Anche in politica.

ps

e che poi Massimiliano Smeriglio inizi il suo intervento citando il “mio” libro preferito in assoluto…Viaggio al termine della notte…beh…questo merita un post a parte ….

Il coraggio del dissenso

Il coraggio del dissenso

bump-foto-di-frankie-hi-nrg-mc-660x440C’è una scena nel film C’eravamo tanto amati (film che amo), che ricordo ogni qual volta nella vita mi capita di rompere uno schema. Ed è quella in cui Nino Manfredi prende a pugni un attonito Vittorio Gasmann al grido di “e se semo stufati de esse boni e gentili!!!”

L’ho sempre vista come la scena madre del riscatto degli onesti, dei responsabili, che dopo anni e anni in cui hanno sopportato con dignità, alla fine sbroccano proprio per non vedere calpestata fino in fondo quella dignità.

Ecco mi piace pensare che nel variegato panorama politico che l’Italia ci offre, oggi, in queste ore, in questi giorni, stia accadendo proprio questo. Il coraggio del dissenso. La sinistra riscopre se stessa e da battaglia, da più latitudini, per un percorso più ampio e utile ai cittadini. Non luoghi chiusi in cui parlare solo della propria identità, di quello che si dovrebbe fare e che non si farà mai. Né prigionieri di leaderismi.

L’ho ribadito questa stamattina alle tante persone intervenute all’assemblea territoriale di Sinistra presso le Officine Utopia.

La società a cui ci rivolgiamo ha bisogno di visioni e di prospettive, di idee ma soprattutto della loro concreta realizzazione. Se la politica si chiude in un orizzonte ristretto abdica il proprio ruolo e non solo non è in grado di intercettare le richieste, ma neanche di elaborare le risposte.

Io l’ho sempre pensata così. La politica è cambiamento, è campo del conflitto e diventa buona politica se agisce in quel campo per mediare e cambiare in meglio la società. Senza questa prospettiva è inutile e dannosa.  E un anno e mezzo fa in molti facemmo una scelta chiara, dettata da una spinta comune: ritornare alla politica bella e vera, quella capace di ascoltare ed essere vicina ai deboli, alle persone comuni. Una politica inclusiva, aperta a chi avesse voglia di aprire le proprie porte eliminando gli steccati ideologici.

Ma da subito è stato chiaro che il percorso di Sinistra Italiana (già dal nome)  non portava in quella direzione, fin da quando al Quirino prima e a Cosmopolitica poi, qualcuno ha fatto prigioniere, tra i tanti,  le mie idee e il mio entusiasmo. Più di qualche volta mi sono detta ma dove cavolo sono finita!!! Non nego la delusione, il senso di frustrazione e anche oggi in molti ci siamo detti che  avremmo dovuto ribaltarlo fin da subito quel tavolo …ma non lo abbiamo fatto. Per mille e più motivi. A ripensarla oggi, mi verrebbe da dire attoniti, increduli nel vedere  quanto entusiasmo stavamo gettando via. Pensavamo: no, ci sarà un modo, sarà diverso, non sarà sempre così rancoroso, inutile, buio…Pensavamo di dover essere responsabili nei confronti di una promessa che avevamo fatto a noi stessi e a molte  e molti altri. L’abbiamo chiamata Responsabilità. In realtà era un vicolo cieco.

Quella responsabilità invece oggi noi ce la riprendiamo tutta.

Non ci interessano le posizioni congressuali o collaborare a una “cosa rossa” che nasce senza un’ispirazione alta. La politica oggi non è più questa. 
A chi dice che vogliamo fare la stampella del PD, rispondo che la politica non è una semplice dichiarazione di buoni propositi, la politica è la capacità di trasformarli in azione. E questo si può farlo se si ha una cultura di governo, senza infingimenti. 

Faccio l’esempio della mia esperienza da consigliera regionale, in una maggioranza allargata di centro-sinistra siamo riusciti a indirizzare meglio leggi ed interventi, anche insieme a colleghi del PD. Parlo ad esempio dell’ultima legge di bilancio, dove siamo riusciti ad inserire un intervento immediato sulla rigenerazione urbana da contrapporre ad un Piano Casa che fino a poco tempo fa tutelava solo gli interessi di alcuni. Un piccolo esempio che dimostra come possiamo essere protagonisti ed incidere sul futuro dell’Italia e della nostra provincia, e non adottare un atteggiamento minoritario che impedisce qualsiasi azione realista.
E partendo proprio dalla realtà, con Luigi Vacana consigliere provinciale stiamo già lavorando alla creazione di un osservatorio sulla legalità che dopo l’incendio alla VDC diventa ancora più urgente. Questa è una cultura di governo che dovrà restare in linea con le nostre idee e aspirazioni.
Quindi? La parola d’ordine è rimanere in campo, sostenere con orgoglio una politica di sinistra basata sulle IDEE vincenti e praticabili.

Non abbiamo bisogno di circoscriverci, ma di coinvolgere più persone e personalità possibili per affrontare insieme opportunità e problemi, sulla sanità, sul lavoro, sullo sviluppo.

E dalla provincia di Frosinone partiamo subito con un’agenda di programma,  che oggi abbiamo fissato in quattro punti. Lavoreremo su due fronti, quello più strettamente politico per dare il nostro più ampio contributo alla discussione generale  in atto per la formazione di una forza di governo e di sinistra plurale, e sul territorio con tre iniziative specifiche.

Noi siamo tra le persone, tra la gente, e con loro, ognuno nel proprio ruolo, lavoreremo per rendere questa provincia più forte e fiduciosa verso il futuro.

Fiducia, sembra una parola sconveniente da utilizzare associata alla politica, ma noi abbiamo questa assurda pretesa di pensare che questa sia la battaglia principale, riconquistare la fiducia delle cittadine e dei cittadini a viso aperto e a mani nude.

E sono certa che in questo percorso, azioni concretezza e fiducia, saranno in tanti ad aggiungersi, anche chi oggi ha scelto strade diverse.

E stanotte ho sognato Matteo che sudava …

E stanotte ho sognato Matteo che sudava …

comcast_elegant-frame_60Dovevo aspettarmelo. E’arrivato questa notte, all’improvviso, novello Paul Krugman ad invadere lo spazio del mio sogno. D’altra parte era rimasto solo quello di spazio inesplorato dalla pervasività del messaggio.  Eravamo in tanti, assembrati in uno spazio angusto e Renzi sudava, parlava, gesticolava, ad un certo punto mi fa un segno, mi chiede di avvicinarmi a lui, era in cattedra …mi sono guardata intorno per capire se ce l’aveva proprio con me, non c’era dubbio …e così mi sono alzata dal mio posto. Ricordo che mentre avanzavo pensavo che se qualcuno avesse immortalato quel momento sai Alessio quanto ci avrebbe scritto su !!! Comunque…mi sono avvicinata e ha iniziato a parlarmi fitto fitto…ha iniziato a lamentarsi di quanto fosse stanco, che doveva fare tutto da solo, che nessuno lo capiva, che c’aveva tutto sulle spalle, ho provato a chiedergli cosa fosse quel tutto a cui si riferiva ma niente, un profluvio monocorde…

Spiegava ‘sta revisione costuzionale, mi diceva non  puoi votare NO… sempre la stessa solfa: cambiamento, taglio dei costi della politica, leggi veloci. E io a dirgli guarda che non è vero che la Costituzione non cambia da 70 anni, perché l’abbiamo già modificata 13 volte  e non è che se non arrivavi tu noi stavamo fermi all’età della pietra e comunque l’ultima volta che c’abbiamo messo mani, nel 2001, abbiamo fatto con il titolo V la stessa  cappellata che ci apprestiamo a fare oggi, cioè diciamo che cambiamo ma non diciamo come  e rimandando a provvedimenti futuri a pagarne le conseguenze sono i cittadini…do you know sanità?!?

M. Eh…ma io ti faccio un senato con solo 100 senatori, taglio tutto, la politica costa troppo.

D. Matte’ ho capito, ma allora se proprio te la devo dire tutta, manco c’hai avuto coraggio perché già che c’eri tagliavi il Senato e via, una Camera sola e non se ne parlava più. O se proprio dovevi toglie’ di mezzo ‘sto bicameralismo perfetto tagliavi un po’ di deputati di qua e un po’ di senatori  là e si risparmiava di più. E se è davvero una questione di risparmio di costi allora spiegami perché non hai tagliato gli stipendi? No perché a taglia’ solo il numero delle persone, dei rappresentanti dei cittadini, tu capisci che poi magari viene il sospetto che c’hai in mente un piano eversivo….  Poi non ho capito come farai con quelli della Sicilia del Trentino della Val d’Aosta, quelli speciali insomma….che caciara…

M. Siete i soliti complottisti, dite no a tutto mi legate le mani, non mi lasciate spazio, io voglio un paese innovatore, veloce, semplice, leggi veloci…ta’ ta’ e fatto…

D. Sì Matte’, pure noi, pensa un po’…ma  forse a furia di ta’ ta’ t’è sfuggito un piccolo particolare, che leggi veloci se ne fanno già senza problemi e ‘sta questione della data certa, cioè che il Governo fissa l’odg ed entro 70 giorni il Parlamento deve legiferare vuol dire solo che l’Esecutivo sopravanza il Legislativo …naaaaaaaa…dai t’è sfuggito….mica vorrai modificare le garanzie della parte prima della Costituzione laddove dice che  i tre poteri dello Stato sono tra di loro separati!!!  Ah e poi non ho capito quanti modelli di iter legislativo sono previsti…no, mica per fare i rognosi ma perchè proprio non è chiaro…

M. Con voi non si combina nulla, il paese è fermo, così mi impedite di andare in Europa e sbattere i pugni sul tavolo

D. Stavolta ti do ragione Matte’, in effetti è vero, bisogna fare la voce più grossa in Europa…però aspetta, guarda che quello  che spacci come semplice sostituzione letteraria ( “trattati comunitari” con “trattati dell’Unione Europea”) allora  è un abbaglio, perché, da come è scritta la revisione, sancisce una cessione di sovranità e aivoja a sbraita’ ma i pugni non li puoi più sbattere, ti devi stare zitto e dire pure grazie…(poi magari mi viene in mente il TTP ma poi mi dici che sono complottista e allora mi sto zitta..tanto comunque c’ha pensato Trump)

M. Guarda io me lo ricordo che mi hai votato tanti anni fa….

D. Anche io Matteo…anche io…

Poi mi sono svegliata …e ho letto i giornali.

Ho letto che i Riva tirano fuori un miliardo di euro per risarcire i cittadini e le cittadine di Taranto.

Ho letto dei tanti bonus in arrivo. Dei tanti fondi sbloccati.

Ho letto (un po’ nascosta come notizia a dire il vero ma epocale per la sua portata) del rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Una svolta nelle relazioni industriali  un “benchmark di riferimento per tutta l’industria del Paese”, ovvero un parametro di base, in grado di fare da apripista nel solco del nuovo patto per le imprese tracciato da Confindustria e che strizza l’occhio alla tutela della produttività. Una risposta insomma a tutti i novelli winners e self made man che si lamentano di lavorare in un paese che non crea condizioni…

Ho letto e ho pensato che tutto questo è  Cambiamento…(se fossi davvero una complottista avrei potuto chiedermi perchè proprio ora, ma ho rimosso il tarlo)

Cambiamento. Ma allora si può? Eppure è il primo dicembre e quindi la Costituzione vigente è ancora quella dei parrucconi complottisti…e allora ho pensato che  il binomio Cambiamento – Costituzione che ci vogliono spacciare come necessario per spingerci a dire sì è un falso ideologico.

E così mi viene da chiedere: cosa c’è realmente in ballo con questa revisione costituzionale?  E in questa arrogante voglia di vincere a tutti i costi? E non è una domanda capziosa, ma una legittima richiesta di chiarezza. I novelli winners che predicano l’innovazione e l’efficenza dovrebbero sapere che l’efficacia di un risultato passa dalla chiarezza  dell’obiettivo, non dalla mistificazione delle scelte…altrimenti si tratta di venditori di pentole ma allora è tutta un’altra storia…

NO. Decisamente voto NO.

“Sorprendente, bastarda, stronza, bellissima democrazia”

“Sorprendente, bastarda, stronza, bellissima democrazia”

lachapelle_david_operaTutto qui. Democrazia. Nel suo pieno significato. Do you know “popolo”?!?

C’è chi dice che la data di ieri, con l’elezione del 45• Presidebte degli Stati Uniti d’America, ha decretato la fine dei partiti così come li abbiamo conosciuti dal 1900.

E’ che noi abbiamo smesso di guardare. Semplicemente. Presi dalle nostre verità, valgono solo i confronti con chi è disposto a riconoscerle. E così, sostituendo le narrazioni alle storie vere, abbiamo creato la cesura tra un dentro e un fuori, tra una politica incentrata su proiezioni autoreferenziali e il mondo che vive  accanto.

Quindi accade che mentre il mantra generale rimanda ad un modello ideale, conformato e performante, la realtà vive la sua storia e la interpreta come meglio crede. Anche eleggendo un Trump qualsiasi.

La mia domanda rimane sempre la stessa, perché certi mondi ostinatamente non sono più in grado di cogliere il cambiamento del vento?  Imbrigliati tutti in categorie  identitarie, tese ad imbrigliare i fenomeni più che ad interpretarli.

Destra, sinistra, populismi, in questo quadro diventano parole che valgono solo per gli addetti ai lavori. Là fuori il mondo accade, fregandosene di una  cultura politica ingessata ed ingessante.

Semplice dire che se  siamo inseriti in una società in continua trasformazione,  in costante trasformazione, la Politica deve avere la capacità di accompagnarli questi processi. Ma per accompagnare i processi bisogna capirli e per capirli bisogna ascoltare  e discutere…

Una parola !!!  …guardiamoci attorno…c’ un mondo che alla velocità della luce ci parla di trasformazione e di innovazione sociale, e noi siamo ancora al tentativo di definirne il perimetro. Siamo ancora schiacciati su posizioni che parlano di politiche dall’alto, o quando si è particolarmente progressisti, politiche dal basso,  senza renderci conto che c’è un dentro, inteso come quelli che stanno dentro le cose, che le fanno,  che va avanti per fatti suoi.

E’ da tempo l’era del co –  intesa come economia “co-ndivisa”, ma anche conoscenza co-ndivisa, che  sta rivoluzionando non solo il mondo in cui fruiamo beni e servizi tradizionali, ma anche il modo in cui formiamo le nostre opinioni. E tutto questo ha un suo peso specifico nel comportamento dei cittadini e delle cittadine al momento di un qualsiasi voto.

E in questa velocità e in questa varietà di modelli, sta tutto il grande limite di una politica che, negli anni, ha fondato la sua ragion d’essere sul consenso fine a se stesso. Abdicando così definitivamente al ruolo di traino, di visione, di slancio, di indirizzo, di proiezione verso il futuro, che invece dovrebbero competerle… Un’involuzione senza fine.

Insomma “c’è vita là fuori”… “sorpendente, bellissima, stronza, bastarda” (per usare la definzione di un mio amico)… e sarà sempre più contaminante quel fuori.  E se non si cambia lo schema, la politica sarà messa all’angolo dalla sua stessa incapacità di “ibridarsi”…sarebbe un peccato. Perché questa frattura tra mondo reale e politica prima o poi deve essere sanata, perché l’una senza l’altra non possono andare lontano.

Da questo mio punto di osservazione, non so quale possa essere la soluzione…le anime “pure” sono inefficaci e direi quasi sospette, i leaders solitari anche, ma anche i rancorosi e gli oppositivi…servirebbe un giusto mix che parta soprattutto da una buona dose di umiltà intesa come capacità di ascolto. E un cambiamento semantico che trasformi il potere da sostantivo in verbo.

 

 

 

 

Fu vera riforma? (#mediocrazia1)

Fu vera riforma? (#mediocrazia1)

4082Manca solo l’invasione di cavallette, poi le paure le abbiamo evocate tutte! Distruzione, terrore, fine del mondo, i cavalieri dell’apocalisse e il diluvio universale…c’è tutto sul tavolo…e a spazzarle via, come nel migliore plot narrativo, arriva il Cavaliere Bianco … (quello nero non lo evoco perché poi potrebbe tornarvi alla mente Gigi Proietti, e invece questo è n post serio…!!!)

Naturalmente sto parlando del referendum. Cercavo un focus per pronunciarmi su questo argomento. Perché in fondo a leggerla questa riforma, non emerge quella che una mia amica chiama la killer action, cioè un punto che in qualche modo sia in grado di trainare con energia un posizionamento netto  su un contenuto specifico.

Quella di cui parliamo è invece una riforma media, che fornisce delle soluzioni medie, fatta in maniera media e che rimanda a successivi aggiustamenti …medi. Ed ecco allora che per riparare a questa assenza, si ricorre ad elementi da marketing diretto facendo leva su sensi di colpa, paure e pericoli apocalittici. Da ascrivere in queste categorie: 1) chi vota NO è contro il governo! 2) è una riforma che taglia finalmente i costi della politica, chi vota NO vuole salvare la poltrona! 3) sono vent’anni che si parla di riforme, chi vota NO non vuole cambiare nulla!

Si può invece dire no, semplicemente perché è una riforma mediocre, raffazzonata e anestetizzante, che non cura i mali di questo Paese. A partire dall’incapacità del Parlamento attuale di legiferare seguendo un’idea chiara di economia da contrapporre alle rigide politiche europee.

Parliamo di una riforma che manca di coraggio, mediocre nelle scelte e che rimanda quasi tutto a provvedimenti successivi. Mediocre nell’accezione che usa Angelo Mincuzzi del Ilsole24ore quando scrive di una mediocrazia che nell’ultimo ventennio ha travolto tutti. È stata una rivoluzione silenziosa, nella quale è avanzato chi si posiziona senza disturbare, non mettendo mai in discussione l’ordine sociale ed economico vigente. Il mediocre gioca con i compromessi di breve termine, chiudere gli occhi per regole sottaciute e cancella la politica con la P maiuscola. L’azione politica infatti si è ridotta alla gestione, senza più provare a dare visioni di lungo periodo. Una forma mentis che appartiene anche a chi come il Movimento 5 stelle si è affacciato solo da pochi anni nel panorama politico. La riforma costituzionale, e la discussione che ne è seguita, è figlia di questo tempo.

Non a caso al centro di tutto c’è l’argomento di pancia, il taglio dei costi della politica (in Regione abbiamo dimezzato gli stipendi dei consiglieri ragionali e la spesa di funzionamento del Consiglio senza troppi clamori) dimenticando che l’obiettivo principale doveva essere il miglioramento del sistema democratico. E su questo, senza scadere nell’allarmismo di una deriva autoritaria che personalmente non vedo, la riforma è semplicemente raffazzonata e peggiorativa.  Il Senato rimane, la rappresentanza locale non è chiaro come sarà garantita, la voce dei territori è indebolita. Oltre a una ridefinizione delle materie tra Stato e Regioni confusionaria e che rischia di ingessare ancora di più le decisioni. Se parliamo, ad esempio, di cultura, lo Stato avrà la legislazione esclusiva sulla tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici. Allo stesso tempo alle Regioni viene assegnata la contraddittoria competenza legislativa sulla disciplina delle attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici. Mentre tutto il tema della gestione del suolo viene completamente accentrato nello Stato, lasciando alle Regioni le briciole (approvazione dei Piani Paesaggistici). Senza dimenticare che la Riforma non tiene in considerazione la necessità di rivedere per macro aree il sistema delle Regioni italiane, un’azione che se fatta bene avrebbe davvero ammodernato il Paese. (rimane la mia contrarietà all’accorpamento della nostra provincia alla Campania, ma resto favorevole alla creazione di una macro-regione del centro-Italia).

La vera domanda quindi non è quanti soldi ci fa risparmiare la riforma, ma perché abbiamo bisogno di una riforma costituzionale.

Sotto la spinta anestizzante abbiamo accettato di tutto, ma sempre giocando al ribasso. Senza alcun rispetto per la qualità, per il valore. Sotto questa spinta anestizzante ora siamo spinti ad accettare una riforma costituzionale che non fa l’unica cosa di cui questo paese ha bisogno.

Perché questa riforma media, con soluzioni medie, non ci dice per esempio come si intende colmare un vulnus gravissimo per il nostro paese come la mancata definizione di sistema economico, cosa che ci rende pericolosamente dipendenti da un certo tipo di Europa. Non ci dice con chiarezza come si legifera, visto che le modalità previste son ben 12…

Si ricorre ad argomenti prretestuosi per avvalorarne la necessità. Io personalmenterRitengo pretestuoso l’argomento costo della politica. Si taglia  il Senato a 100 senatori, lascio a voi i conti del risparmio.

Così come ritengo pretestuoso l’attacco al governo. A me sinceramente non me ne frega niente di mandare a casa questo governo. O meglio non baserei mai la mia attività politica solo su un obiettivo così riduttivo.

Non mi lascio neanche minimamente toccare dalla tentazione del “tanto peggio tanto meglio”…non è che perché sono 20 anni che parliamo di riforme ora dobbiamo portarci a casa quello che c’è, se quello che c’è comunque non è sufficiente.

Questo paese non ha più bisogno di mediocrità, ad iniziare dalla sua classe politica ed imprenditoriale. Questo paese ha bisogno di ricominciare a dare respiro a chi quotidianamente si danna l’anima per raccontarne la qualità, sotto tutti i punti di vista, sociale, economico, relazionale, culturale, ambientale, una miriade di persone …vittime delle scelte medie….

Perché allora non ci diciamo a chiare lettere che Il vero piano del contendere di questo referendum costituzionale è quello economico e sociale? Maldestramente nascosto sotto un po’ di riforme medie. E allora su queste cose io voglio disturbare, eccome….

Ma non mi accontento di dire no e basta, perché poi c’ho pure un po’ di tigna e a me l’idea di essere considerata una che punta i piedi, una conservatrice, a dirla tutta non mi va proprio. Sì, insomma, non dico no e basta mettendomi comoda anche io nella zona comfort…Ecco, proviamo a rilanciare due o tre controproposte, attuative fin da subito e non fra 20 anni. Autonomia democratica, Legge elettorale con sbarramento serio e rapporto diretto eletto elettore, Riduzione Camera a 400 deputati e Senato a 200 senatori. Si può fare?

L’incertezza è un’arma che non voglio lasciare come pretesto a chi cerca soluzioni di comodo. Solo se riusciamo ad uscire dall’angolo in cui ci ha confinato la mediocrità possiamo garantire al paese crescita, stabilità, governo , futuro.

PS * aggiornamenti flash* mentre scrivevo questo post, è arrivata la notizia della presenza di Renzi a Frosinone, nella giornata di lunedi…ecco a pensarci, forse non ho tutti i torti se per avvalorare il sì è direttamente il Segratraio Nazionale del Partito Democratico a scendere in campo…

Sfide

Sfide

TrevLee (@trevlee)
TrevLee (@trevlee)
Ancora una volta nomine. Ancora una volta i Consorzi Industriali utilizzati come contenitori per prove di forza.  A proposito della nomina del direttore generale del Cosilam, non posso che stare dalla parte del Presidente Pigliacelli, che invoca una scelta effettuata su meriti e su comprovata  capacità di governance. Non fosse altro che da qui passa l’attuazione delle politiche industriali di un intero territorio.

Inutile dire che da tempo auspico e invoco un aggiornamento di questi enti. Inutile ribadire quanto già detto più volte, che potrebbero essere strumenti di indirizzo,  la casella più importante di un sistema di politiche industriali di respiro regionale, al passo con  la reindustrializzazione e il riposizionamento competitivo dei territori. Inutile ricordare quanti si sono dimostrati in linea con questa posizione e che poi hanno lasciato il passo alle vecchie logiche.

Naturalmente i miei migliori auguri al nuovo Direttore D’Aguanno. Certa che verranno risultati importanti ed attesi. Ma non posso che riflettere su quanto letto nelle dichiarazioni dello stesso Presidente Pigliacelli: una nomina effettuata su fiducia.

Ecco, la fiducia è sicuramente un aspetto determinante nei rapporti umani, ma ci sono luoghi dove questo aspetto passa in secondo piano ed è la dove si decidono i destini economici, e di conseguenza  creazione di opportunità di lavoro, per interi territori. Là non può valere solo la fiducia, per quanto importante, là deve valere la capacità di avere una visione di lungo periodo, di scegliere e di decidere. E per farlo occorre indipendenza ed autonomia….ecco, io spero ed auspico che la fiducia non diventi un fardello troppo pesante per volare alto.

Soprattutto se la filiera che ha votato a favore, vede in campo rapporti di forza che non sono solo espressione della centralità di Cassino, ma con tutta evidenza la manifestazione di equilibri che fanno riferimento all’ultima tornata elettorale. In questo caso chiunque  dal centrosinistra abbia contribuito al rafforzamento di quell’asse non dovrà solo chiedersi perché ha preferito rafforzare con tutta evidenza l’opposizione fino a consentirne la vittoria alle amministrative, ma dovrà anche augurare buon lavoro al nuovo direttore generale affinché le scelte siano davvero portatrici di un nuovo corso in grado di creare lavoro…perché sarebbe veramente triste se chi ha nella sua storia la tutela e la cultura del lavoro come principio fondante, dovesse rendersi conto di essere stato complice si altre logiche.

 

 

 

 

I have a dream

I have a dream

xv-edizione-della-paralimpiadi-a-rio-dal-7-al-18-settenbre-2016Ed ora venitemi a dire che le Olimpiadi non servono.

Emozionati come pochi all’impresa di Alex Zanardi, che conferma una serie infinite di cose che a leggerle sui social sembrano le frasi di Osho, ma che nella sua tenacia diventano d’improvviso  scuola di vita.

Ancora con il cuore commosso per la spada di Bebe Vio. Bella come il sole nella sua pervicace convinzione che anche se le parti amputate non potranno mai ricrescere, si può rinascere a nuova vita.

E poi ancora Podestà, Mazzone….

Per non dire di Baka.

Ma noi no, noi le Olimpiadi non le facciamo perché sono tutti ladri, è tutto un magna magna. Il cliché di chi si chiude nell’angolo, cercando giustificazioni, perché è più facile arrendersi cercando un pretesto che giocarsela fino in fondo, per arrivare sul podio…perché per arrivare fin lì occorre coraggio, tenacia, bravura, competenza, cazzimma, sudore, mettersi in gioco insomma…più facile buttare la colpa sugli errori del passato e affidarsi alla narrazione dell’orco e del lupo cattivo.

Ecco…presi dalle vostre paure tiratevi pure il lenzuolo sugli occhi, strizzateli forte e non guardate nulla. Sì, perdetevi pure l’unica cosa per la quale vale davvero la fatica di governare e amministrare la cosa pubblica e cioè il sorriso delle persone, dar loro la sensazione di far parte della storia…Riducete tutto ad una geometria variabile, sotterrate le ultime briciole sotto il tappeto della paura e del risentimento…

C’è una conversazione sulla mia pagina facebook , i commenti sono tutti per la posizione del no alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024. Come ho scritto in risposta ad uno di loro,  per un attimo ho pensato che la passione per una politica di visioni e la positività  potessero lenti fuorvianti, perché forse la prudenza è la vera saggezza… …ma è stato un attimo.
Sì, certo, la premiata ditta degli affaristi è sempre in prima linea, certo gli esempi del passato fanno deporre per un atteggiamento di prudenza, da buon padre di famiglia si sarebbe detto un tempo. E poi ci sono senz’altro una lista infinita di priorità che andrebbero affrontate senza sperperare denaro pubblico in cose così “effimere” e senza ritorni certi. Ma nonostante tutto resto della mia idea…E credo che le Olimpiadi siano una grande opportunità e non (solo) perché portano lavoro, investimenti e tutte le altre considerazioni tangibili che siamo abituati a fare per giustificare le cose e renderle misurabili.

No. Per me le Olimpiadi restano una grande opportunità per la buona dose di “sogno” e di intangibile che si portano dietro e che come ogni grande ispirazione può essere in grado di ribaltare la percezione di una città di un intero paese. HO scritto al mio amico

Pensa a quanta decadenza hai descritto nelle tue dichiarazioni e pensa quanto potrebbero incidere una buona dose di entusiasmo, il confronto  internazionale, l’allargare gli orizzonti, a  darci l’idea di poter essere migliori di ciò che siamo. Anche perché  voglio essere così fiduciosa da pensare che abbiamo sviluppato sufficienti anticorpi per contrastare il malaffare …se così non fosse vorrebbe dire che nulla ha un senso … neanche il buon senso (e scusa il gioco di parole).
Si tratta di “sognare”, laddove il sogno non è da intendersi come qualcosa di fantasioso ma come pre-visione …vedere prima.
Io credo che le istituzioni tutte, politiche, profit, no profit, debbano ridarsi anche, e soprattutto, questo compito …Sono tempi grigi, anzi bui. Li abbiamo spenti sotto una lunga lista di paure, che poi abbiamo seppellito sotto una buona dose di perbenismo e teorie del controllo. Abbiamo lanciato la caccia all’untore. E infine abbiamo dimenticato l’uomo, la sua umanità. Prova a leggere la cronaca nera di queste ultime ore…un morso allo stomaco.
E allora vanno bene le priorità pratiche, ma poiché sono fermamente convinta, come sempre, da sempre, che i tempi dell’umanità e del futuro sono sincronici e non diacronici, occorre anche recuperare lo slancio che ci porti a rigenerare fiducia …a riconoscerci…io non so se tutto questo passa da una semplice olimpiade ma so con certezza che non passa dalla paura.

ps

mentre scrivo ho davanti le linee guida e una bozza della Legge sullo Sport, a cui stiamo lavorando in V commissione nel Consiglio regionale del Lazio…senza la visione che ho messo nel mio post, questo stesso testo sarebbe solo un insieme di belle parole…

Oh quante belle figlie Madama Dorè

Oh quante belle figlie Madama Dorè

Keith Edmier 1967 - Beverly EdmierVabbè e mo’ che a tutti i comunicatori s’è smorzato l’orgasmo tantrico del trend topic #fertilityday,  possiamo parlarne con un po’ di calma?

Perché poi pure ‘sta storia che continuiamo a relegare le politiche pubbliche a slogan o a campagne di comunicazione ben confezionate e ne misuriamo la riuscita con un “se ne parla ovunque”...trend topic appunto… è veramente sconfortante. Non fosse altro per il fatto che mentre impazzava il dibattito sulla femmina fattrice in pochi si sono accorti di una notiziola che girava sempre su twitter

: 6,1%, 11,4%. Popolazione Germania 80MIO, Italia 60MIO… (presa pari pari dalla mia amica che con la comunicazione ci lavora ..) e allora mi verrebbe pure da pensar male…

Dunque mia cara Ministr(a/o) Lorenzin? Quanto c’è costata ‘sta cosa? A che servirebbe ‘sta campagna? Chi sono i destinatari?  (uomini donne n’omo ‘na donna…cit.) Le parole chi le ha scelte? E le immagini? E la semantica? E la semiotica?

Ascolta il consiglio, è una gran stronzata. Ma ti pare che vai a toccare un argomento così delicato in un paese che  non ha mai affrontato il work life balance come tema di politiche pubbliche? Sì, work – life – balance – (e con lo stuolo di comunicatori che c’hai qualcuno che ti spieghi bene di che si stratta lo trovi di sicuro).

Guarda, so che il dibattito ieri si è acceso sul tema del welfare (asili nido voucher congedi etc etc) , io te lo risparmio (anche se faccio parte di quella categoria che ad un certo punto della vita professionale si è sentita chiedere se avevo intenzione o no di avere figli..il rumore dell aporta che sbatte mi sembra di udirlo ancora ora…).

Personalmente  ho sempre pensato che le politiche in materia di conciliazione tempi di vita e di lavoro non attengono alla sfera del sostegno ma a quella dello sviluppo, però ti chiedo se prima di spendere tutti questi soldi il tuo ministero si sia posto il problema dell’impatto.  Perché dobbiamo farla finita di pensare che i cittadini e le cittadine siano il vomitatotio di qualsiasi pensata geniale .

Parlare di fertilità, tema che attiene la sfera intima della persona, e farlo usando parole completamente inadeguate…empatia ad esempio…ma che mi significa?  Ridurre un’età biologica ad una funzione sociale? Ma dai..Tutto ridotto a mero consumo…E i bambini? ‘Sti fantomatici semi che dal 22 settembre dovrebbero fertilizzare il campo per  sbocciare a destra e a manca come margherite in un prato di tarda primavera? A loro ci hai pensato?  E le donne? Quelle che di fronte ad una mare di possibili varianti non hanno capito dove le hai collocate con questa tua idea ci hai pensato? E agli uomini?

Dicono le linee guida che  vi prefiggete lo scopo di dare informazioni sulla salute dell’apparato riproduttivo…Ma non è che niente niente volevate fare una campagna di educazione sessuale e poi vi è mancato il coraggio perché parlare di sesso in questo paese è sempre un po’ pruriginoso?

Dai dimmi la verità…non preoccuparti…non c’è bisogno di tirare fuori la tua vicenda personale di madre a 43 anni e dopo un lungo penare …Siamo in tante a capirti per aver condiviso la tua esperienza..siamo un esercito di donne, storie di successi ed insuccesi,  con esperienze da numeri statistici e trafile da polli in batterie per una fecondazione assistita, di fronte ad un sistema sanitario non sempre all’altezza della situazione per gli aspetti pratici e soprattutto psicologici, coscienza e credo a parte. Anzi…non so se tra una campagna e l’altra magari vuoi prendere in considerazione anche questa…pensaci non sarebbe male…

Io ad un certo punto ho  cambiato completamente la prospettiva di inquadratura…mi sono affrancata dal punto di vista imperante e sono passata dalla pretesa della genitorialità al riconoscimento di un diritto quale quello dei bambini e da lì la scoperta deflagrante dell’adozione….a proposito…in tema di adozioni nazionali ed internazionali il vostro silenzio è assordante…cosa state facendo?

W l’Italia

W l’Italia

Luciano-Fabro-–-Italia-d’oro-1971E ora che i morti sono tutti seppelliti, ora che il silenzio può spegnersi, le parole tornano.

In  questi giorni che seguono il terremoto, ho avuto un sentimento muto di rispetto per il dolore, e riconoscenza per la grande prova di compostezza e solidarietà. Qualcuno dice che la solidarietà si è fatta Stato, io dico che forse abbiamo imparato dagli errori passati, forse siamo più attenti o molto più semplicemente in questa immane tragedia, che è stata il terremoto che ha colpito duramente il centro Italia, abbiamo ritrovato dopo tanto un collante che ci ha ricondotto tutti ad un sentimento collettivo.

Pensateci un attimo. Da quand’è che non vivevamo più un afflato propositivo? Da quand’è che non ci sentivamo così “umani”? Da tanto. Troppo. Un tempo in grado di spegnere ogni idea di bellezza. Un tempo che abbiamo regalato a pieni mani a chi ha voluto farci credere che si vive di furbizie e malaffare e a chi, facendo leva su questo, ha voluto  seminare odio e illudere la pancia che con il risentimento si cambia il mondo.  E pensate invece a quanto fastidio ci danno in questi giorni le polemiche pretestuose, pensate a quanto appaiono “nani” coloro che giganteggiano solo in virtù dell’odio e del risentimento che sono in grado di seminare. E ora. Ora che dell’odio e del risentimento non se ne fa niente nessuno, perché le cose da fare sono tante e pratiche, concrete, vere, e occorrono adesso, subito, qui… ora quei “nani” rimangono sullo sfondo come figurine sbiadite.

Non è un terremoto come gli altri. Non sarà un terremoto come gli altri. Non lo è per la risposta immediata che è arrivata dalle istituzioni oltre che dai cittadini. Una cosa che ha ribaltato completamente il paradigma a cui siamo stati abituati in altre tragedie simili. Prendere in mano la situazione fin dall’inizio significa infatti prima di tutto ” presidiare”  e presidiare, avendo chiaro il quadro, significa prendere decisioni ed effettuare scelte che limitino al massimo il balletto di nomine, il rimpallo di responsabilità,  l’infiltrazione di avventori e gente di malaffare. Ecco, questo sì che si chiama controllo, perché il controllo può discendere solo dalla capacità di prendere in mano una situazione, non da diffide censorie e cialtrone.

Per questo ho fiducia. Ho fiducia nel mio Presidente di Regione, nella sua mandibola serrata e nello sguardo attento delle primissime ore sui luoghi del disastro. Ho fiducia nel Presidente del Consiglio, nella prova di credibilità a cui deve necessariamente render conto. Ho fiducia nel Commissario Errani, nell’esperienza vissuta sulle sue spalle, nella sua compostezza. Ho fiducia in questa Italia, perché mi rifiuto di pensare che sarà il rancore  a dettare il cambiamento di questi nostri tempi inquieti.

Ma la fiducia verso i vertici è poca cosa se la responsabilità non si fa diffusa. Se la manutenzione del territorio non diventa una pretesa irremovibile da parte degli stessi amministratori e degli stessi cittadini.

E se la gestione dei fondi destinati alla messa in sicurezza è tema di dibattito perché sono insufficenti, perché il meccanismo non ne consente il corretto utuilizzo, perché poi i capitoli di bilancio diventano caselle in bianco da riempire alla bisogna… Se la certificazione delle ditte è il solito balletto del chiudiamo un occhio …. Se questa maledetta logica del consenso appiattisce ogni possibile programmazione al contingente  (cosa che riusciva benissimo ad Andreotti, ma che ha lasciato solo pessimi replicanti in giro per il paese….) allora iniziamo da qui.  Apriamo una discussione seria, fuori dal sentimentalismo, dal catastrofismo, dal benaltrismo e tracciamo una mappa precisa di punti all’odg per prendere decisione serie e apportare i correttivi necessari per non avere più scuse.  La manutenzione del territorio….Facciamone un punto politico senza se e senza ma.

IO vorrei ma non posto …(di vacanze ed altri riti)

IO vorrei ma non posto …(di vacanze ed altri riti)

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E tu dove vai in vacanza? Volevo fare un pezzo su dove vanno i politici in vacanza”

Ma perché? Davvero interessa alla gente?!? Ma che è ‘sto vojuerismo!!!

Un rendere conto, falsato da ciò che si vuole apparire agli occhi dell’elettorato….Oscillante tra i letti a castello di chi deve a tutti i costi fare finta di essere low profile (consulenze stratosferiche a parte…), la mappatella da spiaggia di chi “uno come voi“, l’albergo extra lusso e il giro in barca non dichiarato da chi “io so’ io e voi nun siete un ….”

Sullo sfondo un paese in mutande (no..non in costume…mutande davvero). Metalmeccanici rispolverati come categoria a perdere, che neanche  Mimì metallurgico ferito nell’onore … L’irreprensibile rapporto McKinsey e la povertà in numeri. Immigrati. Terrorismo.

Ma c’è Rio2016. Qualche sussulto d’orgoglio a fari spenti nella notte arriva da lì. Ci sono le piazze, le feste popolari, le tradizioni, la cultura, a cui abbarbicarsi per tenersi stretto uno straccio di identità. C’è la normalità.

La politica? Sa che ha finito il suo vecchio corso…ma arranca e  fa fatica a rigenerarsi…

IO? Io dove vado in vacanza?

IO ….vorrei ma non posto!

ps.

se proprio vi va di sapere che faccio…cercatemi manco fossi un pokemon…avvistatemi in qualche piazza, tra la gente…

buon ferragosto!

Che muoia Roma con tutti i filistei?

Che muoia Roma con tutti i filistei?

roma Sì è vero, i risultati elettorali  dicono chiaro che è un disastro.

La gente è incazzata e non è più disposta a credere a niente…figuriamoci  che gliene può fregare di discussioni infinite su classi dirigenti indicazioni autonomie e centralismo democratico. E proprio perché la gente è incazzata, invece di stare lì,  tra le persone, magari a prendersi pure gli schiaffi pur di provare a raddrizzare il corso delle cose, questa  strana creatura che è Sinistra Italiana ha deciso di giocarsi una partita tutta in arroccamento. Anziché tirar fuori gli attributi si è trascinata in una stanca e machiavellica battaglia id posizionamento che non ha portato da nessuna parte.

Ha scelto di lavarsene le mani nella maggior parte dei casi e si sa…quando si lascia il giudizio alla folla scalpitante non si fa mai la scelta giusta…

Un dato mi è chiaro, ad oggi gli schieramenti in campo hanno a che fare perlopiù con il rancore.

Probabilmente tutto questo è figlio di un equivoco che fin qui ha caratterizzato le vicisittudini di questo nuovo progetto politico. E cioè pensare che le categorie ascrivibili a questo soggetto siano solo due: i rancorosi, fuoriusciti dal PD e non, che gliel’hanno giurata a Renzi  e Sel dall’altra, a sua volta divisa tra falchi e colombe…

Beh… mi dispiace ma c’è una terza via…tutti coloro che come me hanno aderito a questo processo da indipendenti e non credono nelle posizioni di veto assoluto né sono nel solco storico di SEL.

Quando ho aderito lo scorso ottobre, si respirava entusiasmo (nonostante in molti mi avessero detto delle difficoltà e dell’impossibilità…ma io non mi sono spaventata delle prime e non ho creduto alla seconda…). Ora di quell’entusiasmo non rimane traccia. Seppellito sotto le macerie di discussioni estenuanti e senza prospettiva, volte a guardare solo dentro al recinto e non a porsi minimamente il dubbio di quella grande richiesta di rappresentatività che è tra le strade e tra la gente. Ora però io di questa battuta d’arresto chiedo conto. Ho sempre avuto un atteggiamento di rispetto per le storie e per le comunità con cui ho intrapreso il nuovo cammino, ma oggi quello stesso rispetto lo pretendo per me e per le persone che come me hanno creduto in questo processo politico e vi hanno messo le proprie storie e le proprie battaglie a disposizione.

Per questo non mi basta un “non diamo indicazioni”. Non è mio costume nella vita, figuriamoci in politica, non avere una linea chiara.

A me non basta che muoia Roma e tutti i filistei. Non mi basta. Gli ultimi, i primi, i secondi, le periferie, il centro, i diritti (e anche qui la capacità di levare una diatriba se valgono più quelli civili o quelli sociali )…ma dai …questa roba ha occhi e volti e nomi  e la sapete una cosa? Mi intenerisce il cuore la cura e l’ostinazione che Marta mette quotidianamente nello strappare all’oblio quelle storie…Ecco io penso che è così che bisogna “essere” politica …le persone prima di tutto, la città che abitano prima di tutto …poi  ma non è neanche così necessario… i conti da regolare la ruggine la gelosia l’acrimonia…

A questa città io tengo, alle persone che la abitano e la vivono in cerca ciascuno del proprio sé io penso in queste ore

Tra il rancore e la speranza per tutta la vita sceglierò sempre la seconda…

 

Milano o Frosinone:Europa in cerca di futuro!

Milano o Frosinone:Europa in cerca di futuro!

Per capire il dato politico delle Europee in Italia, bisogna fare un salto a Milano, e poi magari passando da Roma scendere fino a Frosinone …

E sì perché è proprio il confronto di questi risultati che può dirci molto sul perché la Lega abbia ottenuto questi consensi in tutta Italia…

Provo a spiegarmi.

Il dato della Lombardia nel suo complesso vede la Lega al 43,44 % e il PD al 23,05% ma in completa controtendenza a Milano il PD si attesta al 35,9% e la Lega si ferma al 27,39%.

Non è una differenza marginale, anzi considerando il trend nazionale il dato è macro. E può essere letto solo in un modo.

In maniera costante e continua, con il centrosinistra, con il lavoro di sindaci che in continuità, pur se nelle differenze, hanno costruito  espresso rappresentato e tenuto insieme l’intero tessuto milanese,  Milano oggi vive una stagione di straordinaria rinascita, dovuta soprattutto al fatto di aver saputo cogliere appieno le opportunità che le si sono presentate, di aver riscoperto grazie a queste la propria vocazione produttiva e internazionale, ma soprattutto al coraggio di sapersi reinventare.

Questo significa che laddove il tessuto sociale ed economico tiene e c’è un programma di governo territoriale e una visione di lungo periodo, si è meno propensi a dare retta al vuoto della lega e a ricette improvvisate fatte solo di slogan. 

Anche il dato di Roma è significativo. Contro un dato regionale che vede la Lega al 32,6% e il Pd al 23,79% a Roma il PD prende il 30,62% contro il 25,78% della Lega. Qui però la lettura è differente perché il dato è tutto politico e per capirlo basta leggere le preferenze. Che ad attribuzione ancora in corso vedono la Bonafè in testa e a seguire il medico di Lampedusa, ma anche Smeriglio. Forse dove meglio si é caratterizzato il senso della lista unica.

Poi c’ è il dato di Frosinone Provincia dove il Pd si attesta come terza forza al 16% e la Lega campeggia con il suo 40%. Dato che diventa drammatico nel capoluogo dove la Lega è al 42,87% con un PD tramortito al 17,55%.

Navigare dentro questo dati, leggerli ed interpretarli potrà essere utile al Segretario Zingaretti.

La Lega (al netto dei soliti esperti della corsa al carro) interpreta una fase di scontento, intercetta la paura, è solidamente legata al proprio leader, la Lega è Salvini, ma non sfonda laddove il tessuto economico e sociale ha una prospettiva di rigenerazione, e non sfonda neanche laddove il centro sinistra riesce a tenere in piedi una discussione politica aperta, radicata su temi precisi.

La Lega sfonda dove mancano entrambi questi dati.

Sfonda dove il disagio sociale è particolarmente acuto, dove il tessuto economico è in sofferenza, sfonda nel vuoto della risposta di un centrosinistra che invece, come per esempio successo a Frosinone, ancora una volta ha fatto prigioniera ogni discussione, nonostante il concetto di Piazza Grande che ha portato 1 milione e ottocentomila persone a dare mandato al Segretario Nicola Zingaretti.

Restando al dato della provincia di Frosinone, i diecimila voti che la componente Pensare Democratico ha portato al Candidato Smeriglio, pur sopravanzando di gran lunga i voti degli altri candidati in lista, sono di per sé un segno di debolezza rispetto al dato complessivo del 16% della lisra unitaria.  La componente che elegge il Presidente del Consiglio Regionale del Lazio e una Consigliera Regionale, nonché i massimi vertici degli enti intermedi più importanti, (tanto per cavalcare una retorica comunicativa che può giocare un brutto scherzo alla percezione), non può accontentarsi di contare numeri. In un momento in cui è richiesto a gran voce un cambiamento, soprattutto con punti di caduta e di impatto percettibili dai cittadini e dalle cittadine, chi ha più numeri, e quindi più possibilità di governare un processo, in linea con l’input del Segretario dovrebbe  assumersi la responsabilità di dialogare con il territorio intero, e i fronti non mancherebbero, politici, economici, sociali e riaprire il campo provinciale ad una discussione viva, alta, di prospettiva.

Dal dato europeo emerge forte il bisogno di una contrapposizione forte. Chiara. Netta. I dati generali infatti ci raccontano un’Europa in controtendenza rispetto all’Italia.

C’è bisogno di responsabilità, di rinnovamento vero. Di una mentalità diversa a tutti i livelli, in grado di leggere il cambio di paradigma.

Al PD di Zingaretti va tutto il merito di aver tenuto il fronte, di aver riaperto la partita del bipolarismo, ma la complessità della situazione obbliga ad una accelerazione sul cambio di passo e fin da ora ad un confronto aperto con tutte le forze che sono in campo in nome della giustizia sociale della crescita economica di un ambientalismo operativo e non di maniera.

Il complesso dato che esce da queste Europee ci consegna un’Italia in cui non si potrà prescindere dai dati europei per governare, anche localmente.

La risposta di Milano è chiara. Bisogna credere nella complessità e avere coraggio di rompere gli schemi per bloccare la strada alla destra.

Per quanto tempo ancora vorremo limitarci ad alzare il sampietrino del buon Borgomeo per raccontare il nuovo PD?nuovo PD ?