Luciano-Fabro-–-Italia-d’oro-1971E ora che i morti sono tutti seppelliti, ora che il silenzio può spegnersi, le parole tornano.

In  questi giorni che seguono il terremoto, ho avuto un sentimento muto di rispetto per il dolore, e riconoscenza per la grande prova di compostezza e solidarietà. Qualcuno dice che la solidarietà si è fatta Stato, io dico che forse abbiamo imparato dagli errori passati, forse siamo più attenti o molto più semplicemente in questa immane tragedia, che è stata il terremoto che ha colpito duramente il centro Italia, abbiamo ritrovato dopo tanto un collante che ci ha ricondotto tutti ad un sentimento collettivo.

Pensateci un attimo. Da quand’è che non vivevamo più un afflato propositivo? Da quand’è che non ci sentivamo così “umani”? Da tanto. Troppo. Un tempo in grado di spegnere ogni idea di bellezza. Un tempo che abbiamo regalato a pieni mani a chi ha voluto farci credere che si vive di furbizie e malaffare e a chi, facendo leva su questo, ha voluto  seminare odio e illudere la pancia che con il risentimento si cambia il mondo.  E pensate invece a quanto fastidio ci danno in questi giorni le polemiche pretestuose, pensate a quanto appaiono “nani” coloro che giganteggiano solo in virtù dell’odio e del risentimento che sono in grado di seminare. E ora. Ora che dell’odio e del risentimento non se ne fa niente nessuno, perché le cose da fare sono tante e pratiche, concrete, vere, e occorrono adesso, subito, qui… ora quei “nani” rimangono sullo sfondo come figurine sbiadite.

Non è un terremoto come gli altri. Non sarà un terremoto come gli altri. Non lo è per la risposta immediata che è arrivata dalle istituzioni oltre che dai cittadini. Una cosa che ha ribaltato completamente il paradigma a cui siamo stati abituati in altre tragedie simili. Prendere in mano la situazione fin dall’inizio significa infatti prima di tutto ” presidiare”  e presidiare, avendo chiaro il quadro, significa prendere decisioni ed effettuare scelte che limitino al massimo il balletto di nomine, il rimpallo di responsabilità,  l’infiltrazione di avventori e gente di malaffare. Ecco, questo sì che si chiama controllo, perché il controllo può discendere solo dalla capacità di prendere in mano una situazione, non da diffide censorie e cialtrone.

Per questo ho fiducia. Ho fiducia nel mio Presidente di Regione, nella sua mandibola serrata e nello sguardo attento delle primissime ore sui luoghi del disastro. Ho fiducia nel Presidente del Consiglio, nella prova di credibilità a cui deve necessariamente render conto. Ho fiducia nel Commissario Errani, nell’esperienza vissuta sulle sue spalle, nella sua compostezza. Ho fiducia in questa Italia, perché mi rifiuto di pensare che sarà il rancore  a dettare il cambiamento di questi nostri tempi inquieti.

Ma la fiducia verso i vertici è poca cosa se la responsabilità non si fa diffusa. Se la manutenzione del territorio non diventa una pretesa irremovibile da parte degli stessi amministratori e degli stessi cittadini.

E se la gestione dei fondi destinati alla messa in sicurezza è tema di dibattito perché sono insufficenti, perché il meccanismo non ne consente il corretto utuilizzo, perché poi i capitoli di bilancio diventano caselle in bianco da riempire alla bisogna… Se la certificazione delle ditte è il solito balletto del chiudiamo un occhio …. Se questa maledetta logica del consenso appiattisce ogni possibile programmazione al contingente  (cosa che riusciva benissimo ad Andreotti, ma che ha lasciato solo pessimi replicanti in giro per il paese….) allora iniziamo da qui.  Apriamo una discussione seria, fuori dal sentimentalismo, dal catastrofismo, dal benaltrismo e tracciamo una mappa precisa di punti all’odg per prendere decisione serie e apportare i correttivi necessari per non avere più scuse.  La manutenzione del territorio….Facciamone un punto politico senza se e senza ma.