E bravi I diavoli! 

Alla ricerca di una lettura dei fatti che non fosse didascalia mi son imbattuta su questo commento. Loro sono gli autori di un libro che ho letto qualche anno fa e che ora è diventato altro…

Vale la pena leggerlo, perché c’è un sommovimento in atto che fa fatica a stare negli angusti confini delle categorie che abbiamo a disposizione. L’ essenza stessa di politica pare snaturata. C’era una volta la Terza Via che sul suo percorso ha bruciato tanti e tanti leaders…ma oggi la ferocia con cui si vuole affermare la dicotomia liberalista contro isolazionista, spazzando via altre parole ben più pregne di significato,  a me continua ad apparire una semplificazione estrema, giocata ad arte per continuare questa corsa folle contro un muro.  Ma a me tutta ‘sta ferocia scambiata per cazzimma non mi convince. Mi sfugge il motivo. Cui prodest? Tutte ‘ste giostrine colorate e le musiche dell’orchestrina che narrano una promessa di felicità senza fine…

” […] In Francia, populismo e restaurazione occupano da protagonisti il centro della scena, esaurendo il campo del possibile. Non c’è più domani: solo un oggi che si dilata senza più mezzanotte. Non c’è alba di un giorno nuovo: solo un tramonto senza fine. Niente primavera a Parigi, quest’anno, e l’inverno congela la via nella cupa fissità del già scritto.

Testa o croce? Non è una vera scelta, perché la moneta ha un conio tarocco.

I restauratori restaurano e rassicurano, alimentando i loro consensi sulla paura dei populisti al potere. I populisti cavalcano l’odio vero l’ordine dei restauratori. Paura e odio, odio e paura.

Testa o croce? Tertium non datur. Fuori rimane qualsiasi possibilità di riforma radicale degli assetti politici del vecchio continente.

Ieri ad Atene, oggi a Parigi. Non sembra esserci spazio per ribaltare il segno della crisi, per volgerla in sommovimento che riscriva il fondamento ordoliberale dell’Europa.

Non c’è più domani se la scelta è tra il presente infinito di En marche! e il sogno del passato coltivato dal Front, nostalgico vagheggiamento di un ritorno alla nazione e allo stato.

Cinico realismo o nostalgia reazionaria? Tertium non datur. In un caso e nell’altro a essere rimosso è l’evento possibile, il momento utopico, lo squarcio dell’alternativa che rompe la trama dell’ordine costituito.
Oggi o ieri? Tertium non datur. Mentre il domani si disloca oltre la linea dell’orizzonte, consegnato al feticismo della tecnica e della tecnologia. Tecno-utopie spacciano promesse di un futuro di progresso ed emancipazione, avvenire robotico, altamente automatizzato, compiutamente post-capitalistico. Il domani è futuristico. Tecno-utopie annullano l’azione, cancellano la consapevolezza che sono sempre state le lotte a costringere il capitale all’innovazione tecnologica, che nel capitale fisso sono cristallizzati i conflitti del lavoro vivo. Utopia e momento utopico non sono la stessa cosa.

Dicono che “populismo” sia una parola “piglia-tutto”.

Anche “neo-liberismo” è una parola che non ha significati precisi, è solo l’“amen” di una teologia dell’esistente, la formula che ratifica la matrice del reale: “così dev’essere” e “sempre sarà così”. Neo-liberismo è la mutevole capacità di adattamento del capitale al mutare dell’ecosistema, la disponibilità universale a ricreare le condizioni della propria permanenza.

Globalizzazione o stato-nazione? Libero scambio o protezionismo? Flussi o territori? Tertium non datur. 

Neo-liberismo è il gesto inclusivo che ammette – e ricomprende – ogni termine della scelta in una lotta senza quartiere per la sopravvivenza, caccia inesausta al profitto oltre la caduta tendenziale del suo saggio, al di là della grande crisi di accumulazione che segnò il decennio dell’assalto al cielo: i Settanta.

Il neo-liberismo assume all’occorrenza le fattezze di Obama e del soft power, per poi mutare nella maschera di Donald Trump allorché occorre registrare i precedenti equilibri, ri-nazionalizzare alcune attività della old economy, conferire nuova centralità al comparto militare-industriale, riprendere le politiche di defiscalizzazione e smantellamento del welfare, rimpatriare capitali invisibili. Il neo-liberismo passa da ricette keynesiane ai dettami di Von Hayek senza batter ciglio, e si sbarazza delle socialdemocrazie europee dopo averle usate per demolire l’economia sociale di mercato.

Populismo è ciò che occulta questa capacità di ricomprendere termini opposti sotto il dominio di sempre, al fine di costruire opposizioni ingannevoli e funzionali: alto-basso, reti globali versus stati, élite contro popolo, centri metropolitani contro sperduti “laggiù”, global city contro territori dimenticati.

Populismo è nostalgia del passato, della sovranità nazionale, delle “glorie” di valute locali.

Il neo-liberismo traccia nuove geografie su cui il populismo tesse narrazioni. Il primo plasma i territori, scompone continuità e marca profonde cesure, il secondo non ricompone politicamente, bensì approfondisce i solchi e crea antagonismi surrettizi.

I flussi di capitale si concentrano nelle aree metropolitane, ridisegnano il volto dei grandi conglomerati, scambiano con una forza lavoro altamente qualificata, consegnando all’oblio territori lontani che, oggi, appellano “profondi”.

Campagne assaltano città. Le rust belt, i great plains, gli Yorkshire dell’Occidente assediano le megalopoli. Filiere industriali dismesse o in via di dismissione coltivano il loro odio contro il “terziario avanzato”.

Parigi vale ancora una messa?

Patti sociali saltano, modelli della cittadinanza si sgretolano nel lungo inverno cominciato all’inizio degli Ottanta, all’alba della rivoluzione conservatrice di Ronald Reagan e Margareth Thatcher. La logica del capitalismo estrattivo smantella l’inclusività del welfare, tracciando nuove mappe, concedendo standard di vita alti alle aree metropolitane capaci d’intercettare i flussi, e consegnando il resto alle macerie e al deserto.

Il populismo accetta questo scenario, marcia tra le rovine, predica nel deserto, usa le geografie tracciate dai flussi per fondare un nuovo ordine del discorso: il lavoro dipendente impoverito e la disoccupazione di massa dei territori scansati dai flussi diventano “forgotten men”, gli ultimi, i reietti; il lavoro immateriale precarizzato delle metropoli trasmuta in “élite urbana e creativa”; il soggetto migrante delle periferie urbane diventa “negro, straniero, invasore”. Gli uni contro gli altri.

Qualsiasi acrobazia linguistica è lecita pur di non chiamare le cose col loro nome: capitale e lavoro. Se il neo-liberismo è il banco che vince sempre in un “testa o croce” truccato, stringendo in pugno la falsa moneta, il populismo ne battezza un verso, accetta le regole del gioco, evoca fantasmi ancestrali e orrendi archetipi:

«A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese. È questa l’origine del nazionalismo. Inoltre, gli unici che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici. Così, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi è l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi assediati. Il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia.»