Oggi muore il rag. Fantozzi, o meglio muore Paolo Villaggio, e il senso del paradosso corre veloce, se solo pensi che le cose che irridevamo e su cui ridevamo 30 anni fa, oggi sarebbero un risultato ambito,  “la casa di proprietà, la macchina, il posto fisso e lo stipendio sicuro”. (cit.)

Il paradosso …non chiedetemi perché ma la mente è andata subito alla foto di una carbonara, che ho visto qualche giorno fa  su una bacheca di facebook. Il valore dell’imperfezione. La ricerca performante di un’estetica a  cinque stelle (non i grillini of course), al solo vedere quel tegame imponente, avrebbe fatto storcere il naso a più di qualche gourmet del sabato sera.  L’uovo adddensato a mo’ di frittata non conservava nulla dei tuorli d’uovo montati in una boulle grande, rigorosamente a mano con un frusta. Né del delicato procedimento di dissolvenza del guanciale (di ottima qualità) in un padellino. Per non dire delle penne che sostituivano il più classico spaghetto. Eppure nella sua indolenza risultava autentica, vera, buona, come rarissime volte capita di vedere nei centinaia di piatti che riempiono le nostre pagine quotidiane.

Ecco, il paradosso sta proprio qui, in questo continuo infingimento cosmetico, come lo definisce oggi Giglioli, sull’Espresso,  che ha finito per corrodere tutto.

Il patto tra azienda e lavoratore era di tipo schiavistico – certo – ed era anche grottesco: eppure era un patto definito, un accordo triste ma rassicurante, ingiusto ma solido, che non rischiava di dover essere riscritto ogni giorno e ogni giorno peggiorare, o semplicemente sparire – puf, oggi non ci servi.

E ancora, non c’era bisogno di dissimulare coinvolgimento motivazionale negli obiettivi dell’azienda, fosse essa pubblica o privata. Non c’era bisogno di mettere in scena la grande ipocrisia dell’identificazione, degli obiettivi, dell'”empowerment”. Né si era costretti al sorriso perenne e alla disponibilità 7/24, che sono la galera del free agent attuali, delle partite Iva attuali, dei “rider” attuali. Potevi limpidamente odiarla la tua azienda, potevi odiarlo il tuo ufficio, anzi era scontato che tu lo odiassi. I ruoli erano più onesti, in fondo.

Questo infingimento cosmetico che ha assuefatto la soglia di attenzione. E ci ha condotto per mano sull’orlo del precipizio…come l’orchestrina che suona mentre il Titanic affonda.

L’altra sera ho assistito al concerto di inaugurazione di Atina Jazz. Aeham Ahmad dalle strade di Aleppo al chiostro dell’Abbazia di MonteCassino. Uno spettacolo mozzafiato. La musica evocava le macerie e le bombe di una guerra feroce lontana da qui, ma lo sguardo perso tra le luci del paesaggio in lontananza evocava ben altro che l’agiografico racconto della guerra e della pace. Seduta sui gradini della imponente scalinata, con il vento che scombinava i capelli e mia figlia che dissacrava da par suo l’attimo sottovoce, mi chiedevo se quel piano solo, in fondo non stesse suonando sulle nostre macerie. La disfatta di un comune sentire, il mondo così come lo abbiamo conosciuto anche solo fino a cinque anni fa completamente stravolto nelle sue categorie di base e la spasmodica ricerca di costruirne di nuove per rimettere in connessione mondi distanti e paralleli, che come due rette sono destinati a non incontrarsi. Poi mi sono detta che era solo musica e … giuro…mi sono detta anche “smettila co’ sti ghirigori mentali che stai a fa’ peggio della corazzata Potiomkin…è solo musica…bella…suggestiva…ma solo musica”!!!!

Per questo a pensarci bene trovo riduttivo pensare che alla fine sia il ragionier Fantozzi ad aver vinto. Sarebbe un processo per sottrazione, come a dire che siccome abbiamo sbagliato tutto, allora va bene lo schema di prima. No. Decisamente mi piace di più pensare alla musica del piano solo di Ahmad che dalle macerie è arrivata in Europa, o ad una carbonara poco gourmand, entrambe limpide trasparenti ed oneste valgono per quello che sono, non per quello a cui alludono. Con quel pizzico di indolenza che se ne fotte delle definizioni, delle categorie, delle parole, e che ristabilisce nella pratica dei fatti la verità delle cose.

Ragion per cui alla voce lavoro, non valgono gli schemi fantozziani, né tantomeno le suggestive ipocrisie correnti, ma l’attenta lettura dei dati istat che a riprova della validità delle politiche messe in campo, ancora oscilla come un termometro impazzito.