Arrivati a questo punto della storia credo fermamente che per vivere il Natale occorrano gli occhi di un bambino.

Bambino, bambinello, Gesù bambino…dovevano averlo capito perfettamente quei due se, pure con un low cost a bordo di un asino, decisero di far nascere ‘sto figlio il 24 notte.
(“Figlio”, perché la previsione dell’angelo fu più precisa di un ecografo: di maschio parlò e maschio fu).

Il Verbo si fece Carne…decisa e testarda Maria obbedì.

Co’ sto lenzuolino azzurro a fargli da mantello senza il dress code tipico di una puerpera, fiera e orgogliosa nella sua mestizia, sfuggendo alle insidie del plot narrativo (il cattivo, il dramma, la povertà, l’impossibilità, il freddo, l’eroe, la vittoria, il lieto fine) ci consegnò in pasto alla storia.

Il Verbo si fece carne… ma nessuno ci aveva spiegato che la carne marcisce, imputridisce, dopo un po’puzza. E non basta la fede, la speranza, e perché no? pure la carità…il puzzo arriva.

Non ha importanza se sono rifiuti in cerca di terra, le braghe piene di umori dei cadaveri di donne e uomini che muoiono lontano da qui come ammasso, il mocciolo dei bambini agli angoli dei semafori, l’odore stantio di una povertà che riguarda sempre più milioni di persone, l’afrore minaccioso della vigliaccheria che impasta gli animi.

Non ha importanza se a coprirlo si usa vecchia  e pregiata lozione inglese, se si siede sugli scranni del potere, se ci si batte il  petto alla Messa di Natale per mostrare a tutti il volto amico del compromesso, se si imbandiscono mense per poveri da vetrina, mentre la verità resta solo un’arma a doppio taglio nelle mani di chi non sa che farsene o non può farsene nulla…la vaniglia dei dolci nel forno, gli aghi dei pini dell’albero in salotto… non ha importanza, il puzzo arriva.

Che poi, le premesse c’erano tutte se ‘sto ragazzino venne alla luce in una stalla, tra le balle di fieno e l’alito, non certo vigorsol, di un bue e di un asinello.

Mi chiedo se è per questo che usiamo tutte ‘ste luci, la carta colorata, i nastrini, i decori e i dolcetti, la bontà stampata sul cuore dell’Amazzonia e destinata agli inceneritori. Sarà mica per stornare altrove il pensiero…?

Sempre più convinta, il Natale non è roba da grandi!

In tutta ‘sta caciara chi si ricorda più della faccenda del figlio di Dio e l’attesa della notte silenziosa, la coltre di neve a sospendere il respiro, i desideri cantati e scritti su pergamenine d’oro e i sorrisi infilati nei golfini caldi, i bisbigli, i sussurri di chi immaginava ma taceva (forse perché già così la paura prendeva lo stomaco, ‘ché senza il sogno che vita sarebbe)?

Ieri sera lo stupore negli occhi dei più piccoli, mentre un Babbo Natale camuffato portava il sacco dei doni tra grida e battiti di mano …non so dirti se ho provato gioia nel vedere i loro occhi  guardare pieni di luce ed incontaminati questa notte di stelle, acciuffare i  loro sogni e gioire saltando e gridando, mentre  pensavo che poi in fondo tutti i sogni si nutrono di inganno ….

….e io che di ottimismo e speranza ho fatto il mio mantra quotidiano, non ho fatto in tempo a chiudere gli occhi e voltarmi dall’altra parte che  il terreno già franava sotto i piedi e mille cunicoli si aprivano….ora sgrano come in un rosario le domande che non ho mai posto e le risposte che non ho mai ascoltato, perle di parole mentre con le dita arrotolo ciuffi di capelli e il silenzio, il silenzio è l’unica cosa che mi è cara …sottrarre tutto il superfluo e ciò che resta è l’Essenziale…