Nella postura composta e contrita delle commemorazioni c’è sempre un senso di disagio, non so se ci avete fatto caso anche voi…un non so che di inadeguatezza. É come se si riconoscesse che in fondo non ci abbiamo capito niente e 40 anni dopo siamo impantanati, orfani di una straordinarietà che non era tanto nelle persone, quanto nella capacità di tentare almeno un’intesa. Frammenti di una politica che nel compromesso vedeva un dialogo necessario per trascinare il paese fuori dai confini in cui era stato relegato da interessi sovranazionali, e non la scorciatoia per avventurieri.  Con Moro é stata uccisa un’idea di politica. Quello che resta é il disagio della miopia, di una dialettica autoreferenziale, della lotta e della contrapposizione come unico marchio di esistenza in vita, destini dei singoli come valore assoluto.

Ecco l’incongruenza delle grandi celebrazioni sta tutta qui, ricordiamo Moro, ricordiamo la pagina buia, la infarciamo di ricordi personali, ne portiamo il racconto ai nostri figli, però poi tolto l’abito blu d’ordinanza, abbandonato il piglio mesto, ritorniamo sugli spalti a guardare chi si porta via il pallone, chi pesta i piedi, chi si cuce addosso un successo, chi a braccia conserte si mette da parte e a muso duro dice “io con te non ci gioco piú”, chi semplicemente tace aspettando che passi.

Dice che é la crisi della democrazia, dice che é la crisi della rappresentanza, io credo che sia soprattutto un discorso di qualitá della democrazia.  La retorica populista ha giocato di anticipo, ha intercettato il cambio  di passo molto prima dei grandi partiti tradizionali,  lo ha fatto con la Politica simbolica, fatta di mobilitazioni di protesta, di sostegno a leadership personalizzate, di utilizzo della  rete come sfida all’autorevolezza fondata sulla conoscenza e come pretesa di costruzione di post veritá.

Storditi dal vaffanculo di Grillo, siamo rimasti fermi, storcendo il naso e il sopracciglio alzato come una tutrice severa a redarguire il comico per il modo “inurbano”..senza renderci conto che la globalizzazione, la crisi economico finanziaria, gli scandali e la corruzione stavano stritolando il rapporto tra ceto politico e cittadini e che il vaffanculo diventava una categoria facile facile per sdoganare derive di ogni tipo.

Non c’è un meglio o un peggio. C’è solo da riscrivere una grammatica Politica comprensibile a tutti, che non sta soltanto nel recupero di un dialogo con la base (frase gettonatissima in queste settimane, come una sorta di pater noster per emendare l’anima e guadagnarsi il perdono), ma sta sopratutto nel coraggio di uno sguardo lungo, nel riscrivere un sogno, una visione di societá e di perseguirla. Qualsiasi rigenerazione, a cui si allude in questi giorni, non può che partire da un atto di rinnovamento.   Ed era già Aldo Moro a dirlo

““Un partito che non si rinnovi con le cose che cambiano, che non sappia collocare ed amalgamare nella sua esperienza il nuovo che si annuncia, il compito ogni giorno diverso, viene prima o poi travolto dagli avvenimenti, viene tagliato fuori dal ritmo veloce delle cose che non ha saputo capire ed alle quali non ha saputo corrispondere.” 

Non morire invano sarebbe già qualcosa.