A piedi nudi, t shirt blu, sorridente, sguardo nella fotocamera, perfettamente a suo agio.

Il Presidente Zingaretti rilascia un’intervista a Vanity Fair con piglio informale, mentre Di Maio si ingessa in un vestito sartoriale, cravatta, camicia bianca,  sale al Quirinale, si agita mentre perde terreno, risponde  a Porta a Porta eludendo le risposte e tenta di trasformarsi in un leader autorevole, istituzionale.

La lettura più semplice ed immediata di quello che è successo dopo il 4 marzo è tutta qui.

Che non ci sono più schemi precostituiti ce lo siamo detti più volte, e il voto del 4 marzo  ha sancito più la delegittimazione di un certo modo di fare ed essere politica, che  non il convincimento dell’ offerta scapigliata che c’era su piazza. Ma è il sovvertimento dei modi e dei ruoli che colpisce. E così Zingaretti sorpassa il movimento 5S sul suo terreno.   Destruttura il linguaggio, prende in mano la situazione, non giudica, sul piano politico propone una riflessione e un pensiero lungo, mentre sul piano amministrativo dà un’agenda, fissa il perimetro…chi c’è c’è chi non c’è tutti a casa.

In aula fa riferimento alla difesa dell’interesse comune, a valori di concretezza e velocità, ringrazia i consiglieri uscenti perché è grazie al concorso e al lavoro di tutti loro che il Consiglio è tornato ad essere un luogo aperto, trasparente e di confronto democratico ….e di botto la X legislatura diventa come la gloriosa X Mas ….

Nell’intervista a Vanity Fair allude alla necessità della ricostruzione di un pensiero collettivo,  a rigenerare la speranza, ad abbandonare il dirigibile per provare invece a guardare i problemi da vicino e provare a dargli una soluzione. Sembra tutto  semplice e chiaro a leggere le sue parole.

In questi anni in molti hanno guardato a lui come la contrapposizione di qualcun altro. Le euristiche di pensiero, che hanno appiattito la capacità politica di pensare ed elaborare, hanno goduto a mettere in campo una dialettica basata solo su contrapposizioni leaderistiche…nel frattempo Zingaretti ha amministrato una regione, ha osservato la trasformazione sociale, l’ha letta, l’ha interpretata e l’ha semplicemente attraversata con le politiche di governo …fluido…

Dichiara di sentire l’esigenza di un nuovo movimento democratico che metta in campo un nuovo rapporto con i giovani ed è chiaro che  non è un riferimento all’ennesimo momento fondativo, ma alla necessità di tornare ad un confronto dialettico umile e concreto per evitare di attorcigliarsi di retorica e capri espiatori.

Sembra facile, c’è sicurezza nella posa e nelle parole, di sicuro c’è anche un’idea precisa su come procedere e la sensazione che voglia farlo in fretta …anche perché le bisce birmane là fuori sono particolarmente incazzate …

l’intervista potete leggerla qui