Nel 1978, come compito di fine anno per le scuole medie, ci misero un registratore a tracolla e ci spedirono in giro per il quartiere a fare interviste su temi di attualità, a me assegnarono un’intervista sul femminismo. Erano anni ferventi e con quel microfono piantato sotto il mento delle persone ti sentivi dentro la storia che ti scorreva attorno. Avevo 13 anni. E intorno a me il mondo cambiava o almeno tentava di farlo. Erano anni di lotte. Feroci, violente, a colpi di p38 lo stato smantellava se stesso, e le donne lottavano con altrettanta ferocia.

Non posso definirmi una femminista nel senso estremo del termine, con le donne dell’Udi ebbi qualche anno fa uno scontro violento su un blog che ho chiuso. Ci sono atteggiamenti che non sempre ho condiviso. Non credo alla contrapposizione violenta femmina maschio, la natura dei rapporti umani verte sempre ed in ogni circostanza su un equilibrio e più semplicemente non mi piace la prevaricazione esercitata in nome di una appartenenza, sia che a farlo sia un uomo sia che sia una donna.

Ma queste disquisizioni ce le possiamo raccontare oggi perché c’è stato un momento della storia in cui le donne hanno strappato con i denti e con la lotta cose che noi oggi diamo per acquisite, cose per cui le nostre figlie e noi stesse oggi possiamo essere ciò che vogliamo (o almeno provarci)

Posso dire che in questi anni, in tutte le esperienze che ho compiuto ho messo sempre al centro un’attenzione particolare per le pari opportunità in termini di gendered quality gap,ed ora che allo scadere del mio mandato politico sono tornata al mio lavoro sono particolarmente felice di occuparmene con una delega precisa.

Tutto questo per dire che lunedì sarò in piazza del Campidoglio alle 18.00 per dare il mio sostegno alla protesta contro l’assurda decisione della amministrazione Raggi, di chiudere la Casa Internazionale delle donne.

Ci sarò perché quella memoria e le lotte che là dentro sono state legittimate e sostenute sono un pezzo di storia importante di questo paese allo stremo. E non si cancella la memoria, non si cancella la storia.

Una battaglia per la memoria, ma soprattutto per il futuro. Perché quella Casa diventi luogo di condivisione (più di quanto già non lo sia) di una discussione che ha bisogno di codici nuovi e linguaggi nuovi… Lo dico ben conscia di attirarmi gli strali e le lezioni delle storiche donne di lotta, ma il rischio è quello di essere altrimenti relegate in un cliché che fa comodo ai detrattori, e ci fa perdere l’occasione di riposizionare invece in maniera decisa temi importantissimi, e ancora una volta centrali per la crescita del paese in termini culturali, e perché no…anche economici .

Work life balance, Gendered equity, occupazione femminile, accesso a ruoli chiave, sono battaglie necessarie, in grado di modificare l’approccio culturale (che resta il vulnus principale) e il PIL di una nazione….

Anche e soprattutto per questo la Casa deve restare dov’è e continuare con la stessa passione di sempre il suo presidio !