17 febbraio ‘ 92: Mario Chiesa, psi, presidente del Pio Albergo Trivulzio viene fermato dai carabinieri quando ha appena ritirato una tangente da 7 milioni da Luca Magni. E’ l’ avvio di Mani pulite e l’ allora sconosciuto Di Pietro dichiara: “Lo abbiamo preso con le mani nella marmellata”. Seguono altri arresti, decine di avvisi di garanzia, due condanne in primo grado per Bettino Craxi, latitante, chiamato in causa per la prima volta il 16 dicembre ‘ 92. Il primo marzo del ‘ 93 viene arrestato Primo Greganti, ex funzionario del Pci, titolare del conto svizzero “Gabbietta”. Sul fronte Pds bisognerà registrare anche, il 24 agosto ‘ 93, un avviso di garanzia inviato al tesoriere di Botteghe Oscure Marcello Stefanini. Il 27 marzo del ‘ 93 entra nel pool anche Tiziana Parenti che alla fine di agosto scatena la prima polemica contro i colleghi accusandoli in un’ intervista di averla ostacolata nell’ inchiesta sulle ‘ tangenti rosse’ . Lascia il pool il 15 dicembre ‘ 93 e nelle politiche del ‘ 94 viene eletta deputato di Forza Italia. Il 23 luglio ’93. Raoul Gardini si suicida nella sua casa di Milano. A pochi passi da lì si svolgono i funerali di Gabriele Cagliari, presidente dell’ Eni, che si è ucciso tre giorni prima in cella.  Quel giorno di luglio vengono arrestati Carlo Sama, amministratore delegato di Montedison e Sergio Cusani. Scoppia il caso Enimont Di Pietro definisce “madre di tutte le tangenti” quella su cui si celebra il processo Enimont che vede in Sergio CusaniI l’ unico imputato. Processo seguito in tv da milioni di italiani tra ottobre ‘ 93 e aprile ‘ 94: Di Pietro inaugura i mezzi telematici.  Il fratello Silvio è già ‘ sceso in campo quando l’ 11 febbraio ‘ 94 Paolo Berlusconi  viene arrestato per le tangenti Cariplo.

MILANO 6 dicembre 1994:  “Tre anni e quattro mesi. Con questo ho finito la mia requisitoria. Se mi permette, presidente….”. Antonio Di Pietro ha una piccola pausa. I fotografi si spintonano all’ emiciclo della seconda aula di Corte d’ assise. Dietro un cordone di carabinieri, il pubblico, una trentina di persone non una folla sgomitante, si alza sulle punte dei piedi per vedere, quasi per leggere sulle labbra del magistrato quello che sa essere l’ addio, il gran finale del protagonista più emblematico di Mani pulite. Di Pietro si siede; si china in un abbraccio ai suoi collaboratori informatici; si toglie il bavaglino bianco, la toga e il golf rosso che ha sempre indossato per essere più libero nella mimica oratoria.  Aveva raccontato di tangenti, di “gente che, tutta, si dice concussa e che faceva la fila per avere l’ onore di essere violentata”. Aveva bofonchiato di creste sui miliardi. Aveva sciorinato tutto il suo repertorio di saggezze contadine: “Le chiacchere se le porta il vento, ma carta canta”, “Non dobbiamo cadere dal pero”. Aveva avuto toni alti, ma mai declamatori, parlando di “una democrazia che viene comprata o venduta, non lo so”.  Il difensore di Craxi , Giannino Guiso, rimandava a Francesco Cossiga, a quel suo “il pool fa politica e tu non ti dissoci” rivolto all’ “amico Tonino” Poi, senza sorrisi, senza cappotto e senza scorta, aveva attraversato i marmorei, piacentiniani spazi, uscendo dall’ ingresso d’ onore e smoccolando per evitare l’ inseguimento dei cronisti. Alle 16,45, l’ inascoltato: “Se permette, Presidente…”. Fuori, in una desolata sera milanese, sventolavano le bandiere di Alleanza nazionale e, a fianco, l’ umidità sbiadiva gli striscioni con l’ invito a firmare per Di Pietro”. (queste le parole di GUIDO VERGANI Repubblica 7 dicembre 1994)

Lascia l’aula e consegna alla storia di questo paese una delle pagine più controverse e populiste.

Nel mezzo ci sono stati gli interrogatori drammatici di Forlani e quelli di Craxi con le telecamere puntate. Il popolo dei fax che inondava le procure a sostegno del pool. Un giovane Paolo Brosio fisso sul marciapiede davanti il tribunale di Milano per le dirette continue, lo streaming ancora non ce l’avevamo ma per dare in pasto alla folla il colpevole bisognava stare lì davanti h 24, pioggia o sole, lo share, l’audience e un popolo assetato. Il segreto istruttorio divenne carta straccia e nessuno si preoccupò di difenderlo, nonostante pochi anni prima un magistrato di nome Paolo Livatino fosse morto perché la mafia aveva rotto il segreto e saputo su chi stesse indagando (come scrive benissimo Uriel Fanelli sul suo blog) 

Ci sono gesti che vanno oltre. Che li guardi in tv, che diventano simbolo, che lo sai mentre li guardi che significano più di quel che appare, ma lì ancora non lo sai…ventisei anni dopo, svariati governi dopo, una prima repubblica seppellita, una seconda nata su ceneri fumanti e offuscata da quegli stessi fumi, quel gesto di Di Pietro che in piedi occhi nelle telecamere si toglie il bavaglino e la toga appare in tutta la sua portata… Una inchiesta trasformata in un linciaggio politico, una diversità antropologica reclamata da quelli che avevano le mani pulite …Lo scalpo, la testa dei politici, dei pezzi grossi, dei nomi roboanti, simbolo del sistema da scardinare, valeva , la scena, la valeva tutta. Il capro espiatorio era lì a portata di mano.

L’arena la aprimmo quel giorno! Il seme era stato gettato. Il seme di una pianta malata, la cui malignità non viene dal fatto che non esistano fatti di corruzione, e, in generale, di illecita condotta politico-amministrativa; e che, pertanto, quanti invocano controlli e pene, lo facciano per il gusto di mentire. Essa risiede nell’avere tratto dal “particolare”, esistente, un “generale”, invece inesistente; nell’aver voluto e nel voler sottoporre ad accertamento giurisdizione penale non il singolo, ma “il sistema”. (cit)

La rivolta contro le classi dominanti è una caratteristica di molte rivoluzioni. Allora come oggi. Con la differenza che ventisei anni dopo, ai fax abbiamo sostituito la velocità dell’interconnessione e la semplificazione della terza rivoluzione digitale e una buona dose di analfabetismo digitale che al grido di uno vale uno ha soffocato il valore della competenza, uccidendo però e  mescolando,  in un brodo melmoso, responsabilità e decisioni.

Anche se oggi, dopo venti anni di stupri politici, è difficile dire chi sia davvero classe dominante. Difficile dire dove si tracci la linea di confine netta del potere. Una linea che tutto sommato  ti indicava che direzione dare all’opposizione. Ecco, per recuperare quella direzione  bisognerebbe riposizionare il rapporto con il potere e non è certamente facile  farlo all’interno di equilibri  sempre più internazionali, bisognerebbe rimettere in piedi una discussione seria sul potere, con coraggio, senza farsi intimorire dalla urla della folla.  Proprio per contrastare la deriva di questo tempo. Richiamare con costanza uno stato di emergenza, nei toni e nelle modalità del dibattito che il governo di Salvini ha scelto,  è la via più breve per parlare di totalitarismo. Richiamare con costanza la governamentalità è il dovere di questa opposizione.

Gad Lerner oggi richiama in ballo s’to concetto buono per la bisogna, che è quello della subalternità del centrosinistra al capitalismo e che secondo lui ha inizio negli anni ’90, quando i post-comunisti potevano ambire al governo nazionale e che avrebbero, da allora, determinato un’ansia da legittimazione: non mangiamo i bambini, sappiamo stare composti a tavola, garantiremo i vostri interessi. Mi sembra un concetto vecchio, uno di quei cliché che decidi di applicare ogni volta che non ti va di fare un ragionamento più complesso (e che detto tra di noi  è il vero male di questo paese, perché chi interviene nella discussione pubblica ha il dovere morale di aiutare il ragionamento, non di strappare frasi ad effetto). In realtà lo usa per andarsene dal PD, per giustificarsi nel modo più sbrigativo che ha trovato…quando invece bisognerebbe restare, non lasciare il campo perché… con un po’ di irriverenza… visto mai che sarà proprio un bel rutto libero a liberarci da tutto questo…

 

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ps

Poi il popolo dei giudici, quello stesso popolo che aveva acclamato, reclamato, urlato, frenò il passo. Borrelli disse: ” Finché si trattò di colpire i grandi della politica, non ci furono reazioni contrarie, anzi. Ma quando si andò oltre, apparve chiaro che la corruzione non riguardava solo la politica, ma larghe fasce della società: investiva gli alti livelli proprio in quanto partiva dal basso. Il cittadino medio ebbe la sensazione che i “moralisti” della Procura di Milano volessero davvero passare lo straccio bagnato su tutta la facciata del Paese, sulla coscienza civile di tutti gli italiani. ..il cittadino medio che vive spesso di piccoli espedienti, amicizie, raccomandazioni, mancette per campare e rimediare all’inefficienza della PA. A quel punto la gente cominciò a dire: “Adesso basta, avete fatto il vostro lavoro, ci avete liberato dalla piovra della vecchia classe politica che ci succhiava il sangue, ma ora lasciateci campare in pace”