Europa! Cui prodest ?

L’Europa l’ho vista da vicino nei miei cinque anni da Consigliera nella Regione Lazio. Ho visto da vicino la sua caparbietà e capacità di trasformarsi in programmi e da lì in azioni.

Così come da vicino ho imparato a conoscere l’ombra nera di quel sovranismo che sta minacciando di cancellare anni di elaborazione politica, e chi con me sta seguendo la vicenda della Certosa di Trisulti sa bene di cosa parlo. Peccato non averla abbracciata in maniera corale come simbolo di una battaglia sull’Europa, avrebbe dato sostanza a tante dichiarazioni, avrebbe sancito il coraggio del riscatto. Che serve come il pane a noi, al nostro popolo. Perché lì dove la destra sovranista costruisce la sua fortuna sulla paura e sul rancore, accorciando il pensiero,  noi dovremmo restituire dignità forza e consapevolezza a questa parola: Riscatto.

Ma ora pensiamo a vincere il 26 Maggio.

Perché l’Europa?

Dice che l’Europa ci costa tanto, il dibattito sulla Brexit ad esempio, è stato fortemente condizionato dal tema dei contributi che gli Stati membri  devono versare al bilancio europeo. Chi ha condizionato quel dibattito oggi ha un nome e cognome, e lo conosciamo molto bene, e quali sono stati gli effetti lo abbiamo visto e lo stiamo vedendo.

E allora facciamoci un po’ di conti.

Il bilancio europeo ammonta a 140 miliardi a cui devono corrispondere 140 miliardi di entrate. Noi abbiamo versato alla UE circa 3 miliardi ne abbiamo ricevuti fino al 2017  9,8.

La principale voce di spesa per l’Italia è il finanziamento all’agricoltura tramite lo European Agriculture Guarantee Fund (Aegf): più di 4 miliardi, di cui 3 miliardi e mezzo indirizzati al pagamento diretto agli agricoltori. Più limitato, ma comunque sostanzioso, è l’investimento per la coesione territoriale (1,6 miliardi), che si traduce, tra le altre cose, in investimenti per le regioni meno sviluppate del Mezzogiorno per poco meno di un miliardo (963 milioni contro i 590 milioni destinati alle regioni del Centro e del Nord). Infine, troviamo gli investimenti per la competitività, la crescita e il lavoro (1,4 miliardi) che si suddividono a loro volta in 310 milioni investiti in grandi progetti infrastrutturali, poco più di 200 milioni per il programma Erasmus e più di 800 milioni per la ricerca.

Va notato che una porzione significativa delle risorse che l’Ue mette a disposizione viene stanziata in base a criteri competitivi, dunque le risorse effettivamente disponibili all’Italia potrebbero aumentare con una maggiore capacità di spesa e una programmazione più puntuale.

Ma non è il nostro caso. Per l’Italia, nella programmazione 2014-2020, sono stati stanziati 73 miliardi, ma ne è stata utilizzato solo un bassa percentuale.

Sfortunatamente al 31 dicembre 2018, 3 dei 51 programmi operativi del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e del Fondo sociale (Fse) non hanno raggiunto il target di spesa. Il che vuol dire, secondo le nuove regole comunitarie, non avere più a disposizione 60 milioni di euro. Ad esempio il programma Ricerca e innovazione, gestito dal ministero dell’Istruzione, università e ricerca, dovrebbe lasciare a Bruxelles 35 milioni di euro (pari al 25% della spesa prevista), a meno che la Commissione non accolga la richiesta di eccezione per la presenza di ricorsi giudiziari che sono una delle principali cause della lentezza della spesa per investimenti. E poi il Pon Inclusione che ha mancato l’obiettivo di spesa per 24,6 milioni di euro, quasi il 30% dell’obiettivo fissato a 82,5 milioni. Qui l’eccezione reclamata fa appello a “cause di forza maggiore”. Che poi ci piacerebbe capire quali sono queste cause di forza maggiore, tra mense interdette a chi non ha la possibilità di pagare una retta, centri di accoglienza mistificati come luoghi di latrocinio e non di solidarietà per dirne alcune.

Se poi si prende ad esempio il totale delle spese riportato nel bilancio italiano per il 2017 che ammontava a più di 800 miliardi, comprese le risorse per i servizi pubblici come scuola e sanità e solo poco più di 50 miliardi erano destinati a spesa capitale, ossia investimenti, è facile dedurre che senza l’Europa noi non avremmo avuto risorse sull’Istruzione, visti i bassi investimenti dello stato italiano, inferiori di quasi la metà rispetto agli altri paesi dell’Unione europea, poi c’è ancora chi si chiede perché stiamo come stiamo …

Quindi?

Quindi il sovranismo tanto sventolato come unica soluzione a questa dura crisi, che non é più solo economica ma è diventata in un blob indistinto crisi culturale, valoriale, economica, sociale, in realtà non è che un feticcio per strozzare ancora di più gli stati membri.

In realtà il senso dell’Europa va saldamente riaffermato, sicuramente rielaborato, ma nelle economie globali è l’unico anticorpo che abbiamo per tracciare una strategia di ripresa o meglio di riscatto.

Il  26 maggio è una data che traccerà un solco indelebile tra chi con ostinazione coraggio e pervicacia, sceglierà chi si richiama ai valori fondativi della UE: la libertà, lo stato di diritto, la solidarietà, la pace, la dignità del lavoro, lo sviluppo sostenibile, la cooperazione internazionale  e tra chi, invece, continua a scavare una fossa che ci inghiottirà tutti in un enorme buco nero. Pensateci!